… quando il rock’n’roll si fa un tango con la psichedelia e il garage-punk entra in tackle da dietro!
Il mio battesimo su Mente Locale non poteva che essere bagnato da due sopraffine menti locali: Tito e Giancarlo ovvero la testa e i muscoli dei Brainsuckers, band che da una decina d’anni infuoca gli italici palchi a suon di r’n’r psichedelico imbastardito dal garage-punk dei 60’s. L’incontro è fissato al centro di Teramo. Undici gennaio. Ore ventidue e quindici. Gli infreddoliti parcheggiatori di Piazza Dante sono già andati a farsi scaldare le membra dalle loro mogli (o da qualche zoccola ucraina). Noi siamo asserragliati dentro la tabaccheria di Giancarlo. Una specie di luminaria natalizia dà un senso appena compiuto alle nostre sagome. Dalle casse di un pc da quattro soldi fuoriesce il sound degli Small Jackets, hard’n’roll romagnolo inzuppato nel San Giovese. Per non essere da meno stappo una riserva di Montepulciano della Cantina di Colonnella e riempio tre bicchieri. Adesso si può partire. Esordisco rivangando il concerto al Rude Club di Pescara, il 16 dicembre scorso.
Faccio notare a Tito che mi ha colpito il loro tiro punk, canzoni da tre minuti e via, gente subito in piedi a ballare. “Abbiamo recuperato un po’ l’immediatezza, siamo un trio e tirarla per le lunghe può farci andare fuori binario, comunque dipende molto da come ci sentiamo, dal tipo di serata e dal pubblico… e poi le nostre radici sono il garage-punk. Il pubblico ha risposto bene perché ha riconosciuto come proprio un archetipo della cultura rock’n’roll. Il Rude è un nuovo locale che ha bisogno di essere supportato in una realtà difficile come la nostra, e ti parlo anche in veste di promoter e organizzatore di eventi. Non c’è da stupirsi se la gente, che so, va ad Ancona perché qua non c’è rimasto niente. Quindici anni fa per vederti un concerto punk dovevi andare a Bologna o a Roma, ora seppur tra mille problemi le cose sono cambiate. Adesso si è spostato tutto verso la costa, ma fino ad un paio d’anni fa a Teramo c’erano diversi locali… i pescaresi riempivano il Jesse James, il Plastico, il Galadhrim.”
Il discorso scivola sul nuovo album dei Brainsuckers, Star Trash, uscito da poco per Tre Accordi Records. Seppur nella babele di suoni e stili che attingono da 50 anni di r’n’r perverso, si tratta indiscutibilmente del loro disco più amalgamato. Non ha caso è stato prodotto da una label molto attenta a ciò che mette sul mercato. “Dario di Tre Accordi è stato un grande nel credere al nostro progetto. Peraltro so che si sta preparando a distribuire i cd dell’etichetta su iTunes tramite la Warner Brothers, questo è un passaggio obbligato visto che adesso la musica dal cd passerà direttamente dentro ai macchinari e le case discografiche si stanno attrezzando per fare questo passo.” Giancarlo, malato di vinile come il sottoscritto, brontola “so’ tornati i tempi cupi!” al che, ricordando la splendida copertina di Malleus del 45 giri split tra Brainsuckers e gli americani Weaklings, prendo la palla al balzo per chiedere a Tito se non è il caso di fare un altro vinile. “Abbiamo ancora diverse copie del nostro unico 7”, il vinile è per appassionati, se qualcuno ce lo produce ne siamo ben contenti ma, con tutta onestà, se dobbiamo scegliere ci conviene di più stampare il cd che vendiamo con maggiore facilità ai concerti. Tornando a Star Trash… be’ è sicuramente il frutto di un lavoro più meditato anche perché sono passati 3 anni dall’ultimo disco con Leighton Koizumi licenziato da Ammonia con distribuzione V2, un disco nostro fino a un certo punto che veniva immediatamente dopo il tour ed era una fedele trasposizione del live. Ci siamo sforzati di rendere quegli standard garage fedeli all’interpretazione che ne facevano i Morlocks, trovando un giusto equilibrio tra sound moderno e vintage. Star Trash rispecchia più quello che volevamo fare, nel senso che abbiamo avuto tempo per riflettere, comporre, arrangiare e registrare pezzi nuovi, questo ha fatto sì che il disco sia venuto fuori più omogeneo. Ci sono anche due pezzi con Leighton e Bobby Bones registrati durante il secondo tour fatto assieme, di quelle session ci sarebbero anche altri pezzi ma, non ci crederai, abbiamo perso i nastri.” A questo punto ho un flash. Vacanze di Natale del 2003, un freddo che ammacca le ossa. Tra signorotte impellicciate e ragazzi imbacuccati come Babbo Natale, vedo Leighton Koizumi e Bobby Bones passeggiare per il corso di Teramo vestiti praticamente in maniera estiva. “In California è sempre estate… io glielo avevo detto di portarsi maglie pesanti ma la risposta è stata: “ammericano, giubbotto di pelle, rock’n’roll” e poi invece: “scusa mi presti il piumino, i guanti, il cappellino.” Ricordo la data a Como del 27 dicembre, un freddo nero, ‘sti due poveracci si stavano congelando!”
Per chi non lo sapesse Leighton Koizumi, oltre ad essere annoverato tra le leggende del neo garage degli ’80 alla guida di Gravedigger V prima e Morlocks dopo, è ancor più noto per la sua presunta morte di overdose. La notizia apparve sulla stampa di mezzo mondo nella seconda metà dei 90’s, ma il fatto curioso è che lui questa notizia non l’ha mai smentita finché Tito non lo ha stanato. “Non ha mai smentito la notizia semplicemente perché non ne era a conoscenza (pare fosse al gabbio, ndi) e quando l’ha saputa se n’è sbattuto. Un nostro caro amico e promoter bolognese ci girò la sua e-mail dicendoci che Leighton era vivo e vegeto. Così ho provato a scrivergli e sono rimasto anch’io sorpreso della sua “vitalità”. Dopo un po’ di e-mail si è accorto che facevamo sul serio ed ha accettato di venire in Italia… così è iniziata la collaborazione per i due tour assieme. Stare su un palco con lui ci ha fatto crescere molto. La stessa cosa si può dire di Bobby Bones che ha suonato con Mau Mau’s, Cult, Psychic TV. Leighton è un rocker navigato, sta su un altro pianeta. Noi siamo nati con Luis Miguel e Nikka Costa, questi da ragazzini sentivano Chuck Berry e Beach Boys… buttali via! Lì Elvis Presley era come Claudio Villa in Italia. Da noi il Surf è diventata una moda 40 anni dopo mentre per loro era una musica tradizionale.” Appena Tito pronuncia la parola surf lo incalzo per sapere come mai in passato sono saliti anche loro su un’immaginaria tavola che cavalcava, più che degnamente, le onde dell’oceano mentre echi dub saturavano l’orizzonte. “Se non sbaglio questo è il sesto disco che facciamo… ebbene sì, abbiamo sperimentato molto nei sottogeneri del rock’n’roll perché ci sembrava interessante farlo per poi trovare una nostra strada.” La discussione si interrompe a causa di un tipo pressato all’esterno della vetrina della tabaccheria che fa cenno di voler acquistare le cartine. Giancarlo lo manda a cagare e gli indica il distributore automatico, farfugliando qualcosa come “Compa’, le cartine prendile al distributore”. Evidentemente il tipo legge il suo labiale, lo capiamo dal suono metallico delle monete che scendon giù. Una domanda che si fa sempre ai gruppi di provincia confinati nella nicchia della nicchia, riguarda la percezione che i componenti hanno delle potenzialità del genere che suonano. Tito e Giancarlo storcono il naso sul termine nicchia, preferiscono chiamarla musica di culto. Tito: “Sono stato sei anni a Bologna e non sono riuscito lo stesso a suonare questa musica, non c’era nemmeno l’ombra di band garage, era tutto hip hop, tecno, grunge. Siamo pur sempre in Italia quindi nascere a Milano non avrebbe fatto la differenza. Certo nei grandi centri puoi trovare la dritta giusta e magari avere più occasioni, ma per la creatività è meglio stare a Teramo. Qui da noi si vive troppo bene, la qualità della vita è altissima, sul discorso della mancanza di spazi, be’, ci vuole sempre un minimo di intraprendenza, se gli spazi non ci sono bisogna inventarseli. Noi suoniamo spesso fuori ma è anche vero che sempre più gruppi del nord vogliono venire a suonare quaggiù… non ho idea di dove arriveremo ma non ci poniamo limiti di sorta, fino a un paio d’anni fa in Italia c’è stata una grande riscoperta del punk r’n’r poi, come in tutte le cose, c’è stata una selezione naturale, i gruppi di contorno sono scomparsi e sono rimasti sempre gli stessi gruppi che suonano da una vita. Fondamentalmente la scena italiana rock’n’roll, punk, freakbeat o mod è la stessa da anni. Forse la nostra generazione di 30-40enni è l’ultima… si aggiungono sempre meno ragazzini. Per fortuna la vecchia guardia tiene alta la bandiera, comunque parliamo di situazioni davvero limitate.” Il tipo delle cartine pare aver scosso Giancarlo dal torpore: “Qui chi va ai concerti è gente diversa da quella che sta a Milano, e lo dico nell’accezione migliore del termine. Pensa a un gruppo come i Pay e a tutti i gruppi del nord che quando suonano qua da noi si divertono un casino. I gruppi che sono stati al vecchio Jasse James impazzivano nel vedere la gente ballare in preda all’alcol, perché solitamente su da loro avevano un altro tipo di pubblico che ascoltava il concerto in silenzio.” Che nelle periferie dell’impero ci sia più arsura di rock scostumato, è un fatto certo. “Quando nel 2002 siamo stati a suonare in Bosnia la gente era in delirio, non ci faceva uscire dal locale e non si sa quanti bis abbiamo dovuto fare. Urlavano “Yeah! Punk Rock”, era nel dopoguerra e questi ragazzi uscivano da situazioni che non possiamo neanche immaginare, non c’avevano un soldo ma per orgoglio ci offrivano a bere… c’erano dei nostalgici che urlavano “Tito-Tito-Tito”… per via del mio nome metà del pubblico mi inneggiava, l’altra metà mi voleva menare, in un paio di occasioni ho dovuto mostrare la carta d’identità per far vedere che mi chiamavo veramente così.”
Giancarlo, ormai in palla, aggiunge la sua: “Lì non c’è un cazzo quindi anche per un nostro concerto si creava un movimento di persone pazzesco. Siamo stati persino alla televisione nazionale, alla Rai bosniaca… un pomeriggio camminavamo per strada e su un maxischermo rivedo la mia faccia gigante, il batterista si è buttato per terra per le risate ed io ho pensato “che cazz ‘a succes!”.
Quest’ultima affermazione non significherà nulla per chi è ossessionato dalla carriera, dal far soldi, dal pesare tutto in termini materiali. Significa invece tantissimo per chi, come i Brainsuckers, si sbatte dalla mattina alla sera, immolandosi alla causa del r’n’r per pura passione. Le ultime battute di Giancarlo, per quanto criptiche, chiudono il cerchio: “Tutte le mie aspettative sono state appagate, in fondo anche noi siamo entrati nei Nuggets Italia. Tu, scusa, che musica ascolti? Musica oscurissima, introvabile, di culto che hai solo tu… io rispondo a tutti questi requisiti. Tra dieci anni suonerai un mio disco ed io non potrei chiedere di meglio.” Mentre spengo il registratore ripenso ancora una volta al concerto al Rude Club. Eravamo appena entrati e mia moglie, incerta su chi fosse, stava per salutare Giancarlo. Lui, lapidario, sgombrò il campo da ogni dubbio: “Io sono il tabaccaio!”. Un fuoriclasse. Il tabaccaio psichedelico non si smentisce certo ora, invitando me e Tito in un nuovo locale lì di fronte per il bicchiere della staffa. Per fighetteria dozzinale, arredamento à la page e baristi dal sorriso ebete sembra di essere al Verderame. Giancarlo è piantato al bancone con lo sguardo imperturbabile. Dalla sua bocca escono solo due parole: “Marina Cvetic!”
Una versione dimezzata di questo pezzo/intervista è stata pubblicata sul numero 1 di Mente Locale, un nuovo magazine che fa base a Pescara. Vi invito a dargli fiducia perché ci sono davvero ottime penne, come quella dell’amico Umberto Palazzo. Il magazine lo trovate a soli 3 euro nelle edicole e librerie abruzzesi, altrimenti potete richiederlo attraverso il sito www.mlocale.com.

…fine intenditore di vini, estroso casalingo stendipanni…chef eccellente: scampi alla catalana, rana pescatrice al forno con patate, spiedini di pesce a base di crostacei e frutti di mare…che altro dire…se non ti avessi già sposato lo farei subito!