Il punk’n’roll selvaggio degli splendidi rottami neozelandesi

THE CAVEMEN – Ca$h 4 Scrap (Slovenly Recordings)

Chi avrebbe scommesso un solo euro che i Cavemen potessero arrivare a tagliare il traguardo del quinto album in dieci anni d’attività? Gruppi di tal fatta (si) bruciano per gli eccessi o muoiono naturalmente dopo l’ennesimo disco uguale al precedente. Ma fateli voi dischi così brutali, scassati, sanguigni e soprattutto “credibili”, nonostante un immaginario da dannati del r’n’r abusatissimo che a loro – e a pochi altri – si perdona.

La buona notizia è che i rottami neozelandesi di Auckland, da diversi anni di stanza a Londra e oramai pilastri della variegata scuderia della “santa” Slovenly – questo è il terzo album sulla label statunitense del giramondo Peter Menchetti – aborrono sempre l’alta fedeltà. Che si tratti di correre con scarponi da carpentiere sull’autostrada punk (Booze Ciggies ‘N Drugs), spruzzare melodia r’n’r con un estintore oversize (Without You, Can’t Remember Your Name, Hanging Up), scendere nella cripta garage fatti come cammelli (Drug Man, Satan II) o abbandonarsi inermi al dondolio roots (Flowers On My Grave). Ça va sans dire che più parliamo di punk’n’roll selvaggio, oltre che un bel po’ bizzarro. E che Ca$h 4 Scrap e un altro di quei dischi da non farsi scappare.

DIRTY FENCES… testosterone’n’roll

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Per età e attitudine preferisco ascoltare musica nel formato fisico, principalmente su vinile. Tuttavia, anche per il lavoretto di recensorino che faccio, utilizzo di frequente le diavolerie tecnologiche: Bandcamp e affini. Me ne servo soprattutto per cercare/ascoltare cose nuove. Un bel giorno di circa due anni fa mi imbatto nel secondo 7” EP di ‘sti Dirty Fences a cui do fiducia anche per l’etichetta di tutto rispetto che ha stampato il piccolo vinile, la Oops Baby Records di Brooklyn.

I tre pezzi del 7” dei quattro debosciati di New York mi colpiscono per l’innata ignoranza che li accompagna al punto di scriverne su Rumore di febbraio 2015. Qualche mese dopo esce il loro secondo album, Full Tramp, sulla benemerita Slovenly. Il full length ha addirittura una promozione italiana, cosa più unica che rara per gruppi del genere, mi arriva a casa il cd-digipack e ne scrivo ancora su Rumore (nel numero di giugno 2015). L’album non è male ma lo trovo molto paraculo e lo metto nero su bianco senza giri di parole.

L’ascolto attento di Full Tramp mi convince sul fatto che un gruppo così vada visto dal vivo, per capire se ci sono o ci fanno. L’occasione mi si presenta martedì 7 giugno al Beaches Brew di Marina di Ravenna. I quattro salgono sul palco-tettoia per primi alle 19:30 che c’è ancora il sole, gente in ciabatte sulla passerella e sportivi fuori tempo intenti a scannarsi a racchettoni poco distanti dal palco. Nella sua brevità e in condizioni ambientali non ottimali, il concerto è perfetto. Rock’n’roll dall’alto tasso di testosterone con dentro della buona melodia agrodolce, non melensa come quella degli Audacity che di lì a poco calcheranno le stesse tavole dell’Hana-Bi.

La mattina dopo al mare incrocio un paio di volte il cantante chitarrista, quello biondino col baffetto e la faccia da pornoattore anni ’70. Si aggira in jeans e t-shirt logora, perso tra i pochi bagnati abbronzati che si godono la tintarella. Pare il tipico redneck dell’Alabama spaesato da quel po’ di fica presente nei paraggi. Sto lì lì per andare a complimentarmi con lui e dirgli che ci rivedremo molto presto ma non lo faccio.

Lo farò domani 13 giugno visto che i newyorkesi suoneranno a Teramo, al quinto appuntamento della Fazenda.

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