Facciamo Rumore

Rumore Magazine_aprile_2014

Mi pare che RUMORE di aprile sia il numero più compiuto del nuovo corso. O almeno è quello che a me piace di più, nonostante la copertina sia quella che mi piaccia di meno. In entrambi i casi, una questione di gusti. Curiosamente è il numero, sempre del nuovo corso intendo, a cui ho collaborato maggiormente: se così si può dire ché, in realtà, il mio contributo è comunque marginale.

Ho fatto un piccolo focus sui Frowning Clouds, la recensione espansa del nuovo album dei Bare Wires e quelle regolari di Ausmuteants e Inutili: tutti gran bei full length. E ancora le recensioni dei 7”, la mia grande passione, di Lenz, Trio Banana, Cozy e Johnny Ill Band. Come al solito ho cianciato anche di un libro, la raccolta di short stories di musicisti indie italiani Cristalli Retroilluminati.

Penso che la strada imboccata da Rossano sia quella giusta, soprattutto l’unica percorribile per rimanere a galla. Rumore di aprile è un numero a fuoco, fitto, sul pezzo pur non essendolo. Condivido ogni singola riga dell’editoriale del direttore-percussore che qui esce le palle. Blatto è Blatto e il suo My Tunes coi “negretti” sorridenti è sempre uno spasso. Con l’intervista a Simon Price, Cianfriglia scrive un altro capitolo del suo costruttivo “saggio” sulla critica rock. Ballani ci serve su un piatto d’argento la rentrée dei Pixies, simbolo del ritorno in pompa magna degli anni ’90 che anche in Italia ha risvegliato la Seattle della Sicilia con i nuovi lavori discografici di Denovo e Flor. C’è un bel dossier sull’imminente Record Store Day e il meglio del fumetto underground italiano. Claudio Sorge ci racconta, e ci fa raccontare dai diretti interessati, l’incredibile afro-punk detroitiano dei Death. Poi ci sono le consuete, interessanti rubriche di Baronciani-Messina-Beatrice-Averame-Santi-Pomini-Pecorari, una montagna di recensioni, il cinema, i libri, ecc.

Fate in fretta, l’edicola vi aspetta.

GEORGE ORWELL 1984 … THE ORWELLS 2014

Sono rimasto di stucco quando ho ascoltato l’esordio lungo di questi ragazzetti di Chicago. E non era un barbatrucco. Era del maledetto e intramontabile rock’n’roll. Fresco, sfacciato, attraversato da mille influenze diverse e da una vena melodica storta e attraente. Al disco, recensito su RUMORE, appioppai un bell’otto. Stesso voto al 10” Other Voices recensito un anno dopo sempre su Rumore. Avessi potuto avrei dato un dieci tondo tondo all’esibizione al David Letterman Show dove la band si è prodotta in una grandinante versione di Who Needs You dall’omonimo EP pubblicato sul finire del 2013.

Ieri mi è arrivata una e-mail dall’entourage del gruppo che mi informava del nuovo album intitolato Disgraceland, in uscita i primi di giugno, anticipato dal video di Let It Burn: un pezzo epico, molto paisley secondo me.

Be’, sono contento che l’album esca su una major (Atlantic) perché ‘sti ragazzetti se lo meritano un po’ di successo. Ci sanno fare davvero, soprattutto il cantante Mario Cuomo e il chitarrista Dominic Corso che tradiscono chiare radici italiane. E sono contento pure perché forse ci avevo preso tessendo le loro lodi in tempi non sospetti. Io che spingo sempre e solo perdenti, persi, perduti. Gruppi scaduti, musicisti brutti, sporchi e spesso pasciuti.

THE ORWELLSRemember When (Autumn Tone)

cover The OrwellsLe ragazze, la scuola, l’America, i giubbetti di jeans con le toppe, la spavalderia adolescenziale e l’ansia suburbana tradotte nel lingua del rock and roll; dagli Stones ai Dead Kennedys, dai My Bloody Valentine ai Black Lips. Magari è la solita storia, di gruppi così ne sono nati e ne nasceranno sempre ma, ascoltate uno stronzo, di questi Orwells sentiremo parlare perché sanno saltellare dall’acerba freschezza e paraculaggine dei Libertines (Mallrats) ai Birthday Party in modalità frat rock (Halloween All Year, Never Ever). Perché hanno capito che il post-punk non è solo muscoli e nervi (Ancient Egypt) e la melodia ce la vuole sempre (Hallway Homicide), meglio se grattugiata come il parmigiano (In My Bed). Perché il loro Sixties garage guarda altrove (Suspended, Painted Faces and Long Hair). Perché ci hanno appena 17 anni e hanno confezionato un cazzo di disco fulminante. Da RUMORE di gennaio 2013

THE ORWELLSOther Voices (East End/Canvasback/National Anthem/Burger)

Orwells_OtherVoicesMi sono sperticato di lodi per il loro esordio lungo. Ora sono in buona compagnia: da Dave Sitek dei TV On The Radio, qui alla produzione, agli Artic Monkeys che li hanno assoldati per il tour americano. D’altronde l’indie-garage dei 18enni di Chicago è davvero contagioso. Diretto e sonico nella title track, emozionante al punto di stringere la bocca dello stomaco in Blood Bubbles. Chiude la versione live della bella e libertinesiana Mallrats. Da RUMORE di febbraio 2014

The wild old year!

THE WILD WEEK-END
Orrendo Rock
(Nicotine)

TheWildWeek-End_OrrendoRockSbaglia chi sostiene strenuamente che il punk dei settanta sia morto e sepolto. Certo arranca, a volte non si regge neanche in piedi, spesso è una triste parodia di ciò che fu. Ma poi succede che escono dei dischi spaccaculo e non rimane che registrare la vitalità di un genere di cui si parla quasi sempre a sproposito. Orrendo rock appartiene a questa schiera di album che tengono in vita il ’77, non per niente il trio campano si è scelto un nome che va dritto ai Ramones messicani, The Zeros. Tredici pezzi dal peso specifico immenso con punte commoventi (Be A Policemen, You Need To Rock), capaci di far sanguinare le orecchie ma anche il cuore. La chitarra di Wild JP è un vulcano in piena eruzione, il suono nel suo insieme ha la compattezza di un blocco di granito che vola giù da un grattacielo della Grande Mela. Una mezz’ora devastante per tenere a mente che i bravi ragazzi non suonano r’n’r, come urlano i Wild Week-End nell’ultima traccia.

Da codesta recensione pubblicata su RUMORE #178 di novembre 2006 si sarà capito che Orrendo Rock dei Wild Week-End è uno dei miei dischi punk’n’roll preferiti del deludente 2006.