Fiamme sull’addome, e John Zorn muto!

SLOKS – Flesh/Stab Me (Goodbye Boozy)

I due pezzi del recente 7” su Goodbye Boozy, sono l’appendic(it)e dell’album r’n’r italiano più deragliante del 2025, Viper, sempre dato alle stampe dall’etichetta abruzzese che spaccia r’n’r crudo e primitivo dal 1999.

Questi sono davvero dei Total loser garage punk, come riportava la scritta evidenziata in giallo nella e-mail inviata ai giornalisti in occasione dell’uscita dell’album. Una definizione al bacio per gli Sloks. Al terzo album il gruppo ha rivoluzionato la faccenda: ha cambiato facce, più che faccia. Assieme al titolare, ovvero il macinatore di riff chitarristici sgarbati Buddy Fuzz, e al martello Tony Machete saldamente alla batteria, troviamo due personcine conosciute e stimate da chi bazzica i bassifondi dell’italico r’n’r. Sto parlando dell’esperto chitarrista rumorista Massimo Scocca, che quando noi si ascoltava ancora i Green Day lui già smanettava col lo-fi blues punk nei Two Bo’s Maniacs e Cave Dogs (senza dimenticare le meteore Most Unusual Sound e gli eccelsi Lame). E poi dell’urlatore forastico – anche nel senso di foro – Red Valentine, un crooner punk docg che apprezziamo da anni nei Barsexuals e da un po’ anche alla testa di quella meravigliosa orchestraccia ubriaca de Gli Offesi.

Ma torniamo al singolo. Attenzione, non è solo un gioco di lettere e parole e opere e omissioni. Questi due pezzi qui fanno proprio le fiamme e spingono forte sull’addome.

I tre sabaudi e il predicatore di Lucera – che alcune malelingue dicono essere il figlio della cugina di terzo grado di Screamin’ Jay Hawkins – continuano a seminare terrore garage punk’n’roll come una band espulsa in malo modo dalla Touch And Go. Per alzare ancor più l’asticella, buttano dentro anche il sax sperimentale di Gianni Denitto e l’intera faccenda si trasforma in un inferno esotico alla Cows feat. Renato Carosone.

C’è poco da aggiungere se non che Flesh e Stab Me sono quei pezzi capaci di mettere ansia anche a uno come John Zorn il quale, per superare il momento, non potrebbe fare altro che attaccarsi al (Beasts Of)Bourbon.

In finale: poco meno di 5 minuti di minacciosa libidine r’n’r registrati live su nastro magnetico da Lo Spider nel suo Swampland Studio di Tolosa. Ovvero una delle più antiche e celebri Università garage punk europee.

FREEZ: indie nostalgia prendimi e portami via

Chi è aduso ad ascoltare dischi per poi provare a raccontarli, trova quasi subito la chiave critico-narrativa per farlo. Raramente capita di mettere su un disco a ripetizione e non riuscire a trovare le parole giuste. È questo il caso. Icebreaker, il secondo album dei Freez pubblicato da Wild Honey Records su un bel vinile color rosa, lo avrò ascoltato per intero almeno 30 volte. Sempre con estremo piacere. E sono ancora qui: piacevolmente confuso.

Freez è Michele Bellinaso, ventiquattrenne di Schio ma padovano d’adozione. Un vero talento underground sottotraccia. Ha iniziato a scrivere le canzoni di questo album a gennaio del 2020, subito dopo il tour europeo e poco prima che il mondo si fermasse. Quasi tre anni di lavoro hanno impresso al disco un mood nostalgico e un tono riflessivo. La doppietta d’apertura, Icebreaker e Chanel, culla come il vento d’autunno. Jangle punk dalla consistenza di un orso di peluche che prosegue nella lenta elegia di Slowly. La mia mente va ai coevi francesi Horsees, che mi piacciono molto e ho “celebrato” più volte sulle pagine di Rumore.

Il lato A dell’album si chiude con quel piccolo capolavoro che è April ’21, chitarra acustica di discendenza australiana – non posso che pensare agli inossidabili Church – basso a molla, la voce masticata di Michele da giovane Lou Reed che si incrocia con la voce dolcissima di Alice (la sua ragazza) degna della soave Natalie Merchant dei 10,000 Maniacs.

La partenza del secondo lato è sonica. Tempo fa Michele mi disse: “I Wavves sono stati il motivo per cui abbiamo iniziato a suonare”. Ascoltando Nothing direi che sono anche uno dei motivi perché, vivaddio, continuano a farlo. Ma evolvendosi, visto che l’album sfuma nell’acustica nuda e totale di June ’22.

Dov’è la modernità in tutto ciò? Non saprei. Non è questo il punto. Per amor di cronaca segnalo tuttavia la presenza discreta dell’autotune: “Utilizzato come un tool, uno strumento al servizio della voce“, dichiara Michele.

Prima di scrivere questa recensione pubblicata esattamente un anno fa, su RUMORE di dicembre 2023, ho posto un paio di domande a Michele Bellinaso. Eccole.

Da dove vieni?

Sono nato e cresciuto a Schio, ma da qualche anno vivo a Padova… tra l’altro sto preparando le scatole per il trasloco. Questo fine settimana entro in casa nuova!

Leggo che hai scritto l’album nel periodo della pandemia 2020-2022: mi pare rifletta anche nelle sonorità una certa nostalgia e un mood più riflessivo.

Sì, le prime canzoni sono nate in modo molto spontaneo all’inizio della pandemia, ma a ripensarci ora un paio di pezzi risalgono a gennaio 2020, subito dopo il tour europeo. Riflessivo sicuro, non avevo molto da fare in quel momento a dire la verità. Altre canzoni più mature e dolci invece sono state scritte nella casa di Padova dove sono ora, e che tra qualche giorno appunto lascerò, in concomitanza con l’uscita del disco.

Curiosa l’immagine di copertina con la tua faccia e i testi sopra, a cosa ti sei ispirato?

Più o meno inconsciamente ti direi Gladness (2001-2006) degli Helvetia. Pure quel disco ha una foto tessera come immagine di copertina. Per la tipografia invece mi piaceva condividere i testi in primo piano sull’artwork, poi fa ridere avere la cover del vinile che sembra l’inserto interno del disco.

In occasione del primo disco mi dicesti che i Cloud Nothings non sono stati una tua ispirazione: nel frattempo è cambiato qualcosa?

Diciamo che li ho ascoltati più spesso negli ultimi anni, però sempre sporadicamente a dire la verità. Nothing Hurts (feat. Wavves) del disco No Life For Me però la conosco a memoria, quella lì è un capolavoro.

Ho apprezzato molto l’incrocio con la voce di Alice Manzardo in quel paio di canzoni…

Grazie! Mi piaceva l’idea di fare una canzone dove due voci diverse si alternassero. Ad aprile 2021 ho scritto la demo di quella che poi è diventata April ‘21 pensandola per la voce di Alice, il giorno dopo l’abbiamo registrata e quello dopo ancora l’abbiamo pubblicata su SoundCloud per divertimento. C’è da dire che le voci di questo disco sono state tutte registrate a casa dei suoi genitori, quindi lei era sempre presente durante le registrazioni… è stato semplice incastrarla a cantare. Nella lista delle cose da fare appena entro in casa nuova, la prima è ascoltare il nuovo disco insieme ad Alice.

SPLIT SYSTEM: compattezza e autenticità Aussie Rock

Stiff Richards, Jackson Reid Briggs & The Heaters, Doe St, Speed Week, The Black Heart Death Cult, No Zu: queste sono alcune delle piccole-grandi band di Melbourne da cui provengono i cinque componenti degli Split System. Di fatto stiamo parlando di un super gruppo formato un po’ per caso, un po’ per noia, molto per amicizia e stima reciproca. La spinta iniziale è stata del cantante Jackson Reid Briggs per colmare i vuoti tra una chiusura e l’altra nel periodo della prima ondata della pandemia. Nella primissima jam era seduto lui dietro la batteria, poi hanno imbarcato alle pelli Mitch McGregor e sono subito nati i pezzi dell’EP d’esordio pubblicato su piccolo vinile nel 2022.

A pochi mesi di distanza è uscito l’album Vol. 1. A inizio 2024 hanno dato alle stampe il loro secondo album intitolato, senza troppo sforzo, Vol. 2 pubblicato in patria dalla Legless, in USA dalla mitica Goner e per l’Europa dalla inglese Drunken Sailor. Un monolite di proto punk, garage rock e power pop. Può sembrare un esercizio retorico ma, credetemi, ci ho pensato molto prima di trovare la parola giusta per descrivere questo piccolo-grande gruppo formato da musicisti che animano il più sincero sottobosco r’n’r dell’area metropolitana di Melbourne. Quella parola è compattezza. Con Vol. 2 gli Split System continuano a correre a grandi falcate sulla strada battuta dai Saints e, più di recente, dagli Eddy Current Suppression Ring – influenza rivendicata tanto da volere Mikey Young a masterizzare l’album – e dai purtroppo dimenticati Royal Headache.

La sicurezza, nient’affatto spavalda, che gli australiani mostrano su Vol. 2 non lascia indifferenti. Sì perché per quanto già molto buono, il Vol. 1 era frutto di jam a distanza. In questi 11 pezzi, invece, è quasi possibile sentire il sudore della sala prove. Di certo si sente un affiatamento frutto della pratica sui palchi: l’estate scorsa hanno affrontato un lungo tour europeo che li ha portati anche in Italia. Cuore, polmoni, sangue, carne viva e una fierezza DIY che esplode nella voce arrembante del frontman Jackson Reid Briggs (un Damien Lovelock profondamente working class) e negli intrecci perfetti delle Telecaster di Arron Mawson e Ryan Webb. La sezione ritmica viaggia coesa anche quando il ritmo rallenta, come in The Drain. Se non lo si fosse capito siamo nell’Olimpo Aussie Rock, dove riff robusti e taglienti sanno essere carezzevoli come nel mid-tempo percorso da una favolosa melodia elettrica di Alone Again. E gli affondi punk’n’roll non sono mai deliberati (Anything), hanno profondità post punk (Dave) e la forza di esplodere in ritornelli liberatori come nel caso di End Of The Night. Onestà, passione, urgenza, energia. Di questi tempi dischi del genere sono essenziali per chi ha a cuore le sorti del r’n’r chitarristico e ‘ntu culu le pretese arty.

Ho parlato di compattezza per descrivere con una sola parola il secondo album del gruppo australiano. La seconda parola è autenticità. Ingredienti fondamentali per chiunque suoni r’n’r. Anche questo mi ha spinto a contattare il chitarrista degli Split System Arron Mawson, vero faro della scena r’n’r dell’area di Melbourne con la sua Legless Records e con l’impegno in altre grandi band come Stiff Richards, Doe St. e Polute. Oltre che neo padre, lui che il padre lo ha perso troppo presto.

Sembrate una band molto coesa ora. Cosa è cambiato rispetto al primo album? Non credo sia solo questione di aver suonato tanto insieme, penso ci sia qualcosa di più profondo e ancestrale…

È difficile da dire amico… sicuramente ha influito il fatto di aver avuto più tempo per suonare insieme, ma allo stesso tempo direi che hai ragione. Immagino che più tempo passi a cercare gli stili e le influenze di ognuno, più aumentano le influenze di tutto il gruppo e poi inevitabilmente vengono fuori nella musica che suoni. Onestamente non siamo un gruppo di persone che arrivano a scrivere canzoni con intenzioni predefinite. Di solito le canzoni partono da un’idea di qualcuno che sviluppiamo insieme sulla base della sensazione iniziale. Se l’energia è buona, allora diventa una canzone abbastanza facilmente. Se non funziona, la buttiamo via e continuiamo ad andare avanti. Vol. 2 è stato solo un ulteriore passo avanti nella direzione che ci sembrava più giusta.

È solo r’n’r o c’è altro dietro la musica degli Split System? Insomma, perché “sbattersi”, girare il Paese e il mondo suonando r’n’r? Lo si fa per se stessi, per entrare in empatia con persone simili, per astrarsi dalla merda che ci circonda o cosa?

Tutti noi troviamo un grande senso di cameratismo gli uni con gli altri e con la comunità che ci circonda. E, come ti dicevo, riteniamo sia molto importante anche che questa energia sia condivisa, che si facciano le cose per le giuste ragioni. Musica e divertimento sono un modo davvero potente per riunire le persone, essere liberi e sentirsi parte di qualcosa di speciale. Una sensazione incredibile e se riusciamo a facilitarla anche solo un po’ per gli altri, stiamo andando nella direzione giusta. In questo momento il mondo è pieno di stronzate inutili, fare del r’n’r con gli amici è qualcosa ancora reale.

Se devo scegliere solo una canzone dell’album dico End Of The Night. Ma cosa succede alla fine della serata?

La canzone parla di trascorrere una grande serata fuori. Una di quelle serate che vorresti non finisse mai. Alla fine il sole sorge e subentrano sentimenti di rimpianto e ansia.

Per concludere una curiosità: in un’intervista ho letto che tra Saints e Radio Birdman scegliete tutti i Saints senza esitazione…

In realtà siamo tutti grandi fan di entrambi i gruppi. Entrambi i gruppi erano in prima linea nelle sonorità punk degli anni 70, con i Saints che arrivarono proprio all’inizio di quell’ondata insieme a Damned e Ramones. Dall’esterno sembra che tutte e due le band si concentrassero più sul fare buona musica che sull’atteggiamento e sulle pose punk. Questo ci piace. I Saints in particolare sembravano ragazzi normali, distaccati dal movimento più ampio che si stava svillupando in quel momento.

Il pezzo-intervista-recensione che avete appena letto è stato pubblicato parzialmente sui numeri di marzo e giugno 2024 di Rumore.

Il modo giusto di attraversare una terra desolata

THE STRANGE FLOWERS – Crossing A Wasteland (Onde Italiane-Rubber Soul/Area Pirata)

Sono in giro da 35 anni, hanno pubblicato una decina di album, nel 2017 è uscita persino una bella compilation su doppio cd per festeggiare il trentesimo anniversario della band. Eppure gli Strange Flowers sono uno tra i gruppi più sottovalutati del rock tricolore. E questa cosa qui è oggettivamente incomprensibile. Troppo psichedelici per gli amanti del garage duro e puro e troppo poco per i flippati dei viaggi cosmici?

Non saprei. So solo che il prof. Michele Marinò (cantante, chitarrista e songwriter principale) e compagni, più che strani sono dei fiori rari e preziosi. Non è facile attraversare una terra desolata, dipende molto da chi ti accompagna. Ecco, questi vecchi ragazzi sono i migliori compagni di viaggio si possa immaginare. Perché infondono sicurezza. E coraggio.

Le righe che seguono non vogliono essere una recensione canonica, quindi inizio col dire che io sono abruzzese (fieramente abruzzese). E da abruzzese A Transient Landing, con quel piano che gioca di sottrazione e le linee vocali appoggiate sulle nuvole, mi fa pensare al vento placido ma implacabile che spettina le cime del Gran Sasso. Subito dopo arriva Dressed In Light And Tears: le chitarre minacciose e il parlato femminile intubato di Sarah Scacchi Gracco mi inducono a trattenere il fiato come se fossi intrappolato in un sottotetto buio di New York. Take Me Away e la sua melodia puntellata dal basso ha il sapore dei sogni infranti sugli scogli e in un attimo eccomi lì, di nuovo a casa, sulle rive dell’adriatico a fissare l’infinito orizzonte del mare autunnale.

Sogni, suggestioni, ricordi, viaggi reali e immaginari si mischiano accavallandosi tra melodie limpide e suoni stratificati dentro questo piccolo-grande disco di psichedelia popolare.

Il disco giusto per attraversare una terra desolata. La terra che calpestiamo tutti i giorni.

Space rock, talento e paraculaggine

THE LAZY EYES – Songbook (Autoproduzione)

Estetica giocosa, palloncini colorati, sorrisi impiantati su quattro belle facce pulite. I figliocci dichiarati di Tame Impala e King Gizzard & the Lizard Wizard ammollano lo space rock dentro ettolitri di limonata. Non possono che evaporare, letteralmente evaporare, melodie avvolgenti spesso sostenute da riff ipnotici che mantengono una commestibilità per qualsiasi palato.

Quando si maneggiano ingredienti del genere le bucce di banana sono dietro l’angolo… e, insomma, è un attimo scivolare o far cazzate. Qui tutto è al posto giusto, ben bilanciato, armonico. Dalla sabbia a granelli fini fini di Tangerine, al groove duro ma mai ostico di Fuzz Jam addolcito letalmente per i diabetici da una voce che più carezzevole non si può.

Nei Lazy Eyes talento e paraculaggine vanno a braccetto dal primo all’ultimo pezzo. Lo si percepisce soprattutto quando i ragazzi di Sydney cavalcano le nuvole in modalità ultra pop con leggere armonizzazioni che fanno tanto Beatles per millennials e centennials: penso a Starting Over, Nobody Taught Me e Imaginary Girl.

Al netto di quanto appena sostenuto va detto – e sottolineato con forza – che la psichedelia amica non fa mai male. Inoltre è quantomeno apprezzabile che tutto questo sia autoprodotto su vinile, cd e persino cassetta.