forse non grata… ma graditissima!

Vic du Monte's Persona Non Grata cover Vic du Monte's Persona Non Grata

VIC DU MONTE’S PERSONA NON GRATA “S/t” (Cargo)

Mentre Josh Homme e i QOTSA mostrano segni di cedimento, coloro che hanno orbitato nella galassia Kyuss stanno velocemente risalendo la corrente come salmoni arrapati. Brant Bjork se ne è appena uscito con un doppio da brividi. Solo qualche mese fa Chris Cokrell licenziava un disco a firma Vic du Monte’s Idiot Prayer ed ora questo nuovo, spettacolare album che vede ai tamburi persino Alfredino Hernández. Il suono dei Vic du Monte’s Persona Non Grata è un r’n’r decadente che lambisce la rabbia poetica del punk (Yankee Dollar). È una diligenza scassata che scorrazza nel west (Senators). È una grandinata che sfonda il tetto di un night di Las Vegas (Crystal Missile). È un’accanita partita di tressette che vede Tom Waits e Iggy Pop scontrarsi con Jeffrey Lee Pierce e Nick Cave. Tutto questo, e pure di più, plasmato da eccellenti pasticceri del deserto. Accorrete numerosi!

Questo disco mi colpì a tal punto che su Rumore # 166 di novembre 2005 gli diedi il massimo dei voti: cosa successa molto raramente durante la mia avventura rumorosa.

ritorna a casa speedy gonzales!

Gonzales cover Gonzales

GONZALES “Hell Drive” (Kornalcielo/8 Records)

Passatemi la battutaccia: in quanto Gonzales questi baldi giovani sono davvero speedy! Nati da una costola dei truci surfers Cosmogringros, i 4 veneziani si dannano l’anima nel cercare di trovare un punto d’incontro tra i riffoni dei 70’s e l’hardcore-punk della seconda metà degli 80’s. Detto, fatto! I tiratissimi 25 minuti di Hell Drive sembrano venuti fuori da una session tra Lemmy dei Mötorhead ed i primi Bad Religion, con i Kyuss al gran completo che bivaccano fuori la sala prove. Su tutto spicca la voce del cantante, profonda come la gola di quella buonanima di Linda Lovelace. Un gran bell’esordio che, seppur in clamoroso ritardo, è d’obbligo segnalare ed archiviare alla voce “grandioso turbo hard’n’roll made in italy”.

La mini recensione dei veneti Gonzales è stata parcheggiata nel mio pc troppo tempo. Era già tardi pubblicarla su Punkster # 13, che poi non è mai uscito, figuriamoci su Sonic # 1! Però il disco merita ed io mi sentivo in colpa, perciò…

FEDERICO FIUMANI, la poetica del punk

 

 

Federico Fiumani 1Se da tempo immemore sei un accanito fan di un artista con cui non hai mai scambiato più di due parole; se te lo aspetti come te lo sei sempre immaginato ascoltando i suoi dischi; se, insomma, riponi in lui una pur giustificata aspettativa… be’, è molto probabile che ne rimarrai deluso! L’artista a lungo idealizzato è una persona come le altre, a volte addirittura al di sotto della media. Questo è il motivo per cui dal 1988 (quando vidi i Diaframma dal vivo per la prima volta) ad oggi non mi sono mai intrattenuto con Federico Fiumani dopo un concerto: sostanzialmente per evitare una delusione. Ma il 17 giugno scorso non ho potuto esimermi. Fiumani è stato ospite del Festival letterario Lib[e]ri di Teramo ed il sottoscritto aveva il compito di introdurre il suo reading/concerto “Confidenziale” e di animare una breve discussione sul suo recente libro Dov’eri tu nel ’77? (Coniglio Editore, pp. 95, euro 10,00). dov’eri tu nel ‘77?Non riesco a descrivere la grandezza e l’umiltà di uno dei principali pionieri della new wave italiana dei primi ’80, è meglio utilizzare le sue parole: “… sono sempre stata una persona molto sola, avevo qualche amico che amava la new wave e quindi l’ho amata anch’io. Per me la musica è stato un modo per uscire dalla solitudine, per comunicare, per accorgermi che le cose che provavo io, il mondo che avevo dentro, potevano anche interessare a qualcun altro: un modo di sentire molto sottile, ma molto forte… in questo senso la musica mi ha cambiato la vita, fino a diventare probabilmente la mia ragione di vita, la new wave in particolare…Federico Fiumani 2 sono orgoglioso di aver fatto la mia parte e mi fa piacere che quello che abbiamo fatto 20 anni fa ancora viene ricordato… una grande soddisfazione che all’epoca mai mi sarei aspettato, anche perché a quei tempi eravamo stigmatizzati dalle generazioni precedenti che dicevano che il rock non poteva essere fatto in italiano, che non sapevamo suonare (cosa vera peraltro), ma chiunque aveva delle idee e un mondo interiore poteva suonare… la new wave è stata tutte queste cose: molti amici, molti affetti, molte ragazze, non moltissimi soldi ma va bene così.” L’agile libro del leader dei Diaframma ha una struttura inusuale, schizofrenica, che vive nell’alternanza di poesia pura e scossoni punk, aneddoti personali e pensieri sparsi, prosa tagliente e struggente autobiografia. E la sua genesi non poteva che essere tormentata. “Una mattina mi sono svegliato più depresso del solito e dopo molte tribolazioni mi è venuto un istinto pazzesco di scrivere, come una sorta di scrittura automatica, mi abitava un demone che mi costringeva a scrivere… dopo qualche giorno ripresi l’infinità di cose che avevo scritto e selezionai quelle che mi sembravano più riuscite, che sono poi la prima parte del libro: poesie vere e proprie. Poi con l’editore abbiamo deciso di includere spunti autobiografici, racconti, riflessioni sulla musica e inevitabilmente anche sulla musica del ’77 che per me è stata la scintilla che mi ha fatto capire che potevo provare a suonare in un gruppo… quindi abbiamo messo tutto insieme, una sorta di miscellanea, ed è venuto fuori questo libretto da parte mia assolutamente onesto e sincero.” Che sia un libro sincero non ci sono dubbi. Federico Fiumani 3D’altronde Fiumani è sempre andato dritto per la sua strada, fregandosene altamente di compiacere il pubblico, la stampa musicale e il cosiddetto mondo del rock dove, “… più si fa schifo più si è bravi. Più si scandalizza e meglio si è.” Fiumani è “un piccolo cinghiale che rovista fra i rifiuti”, impossibile ammaestrarlo, uno che va a caccia di dischi che non vogliono insegnargli niente, sprezzante verso i gruppi punk di adesso che sono “tutti atleti mancati pieni di forza e di energia ma senza talento.” Uno che ama solo chi fugge, affascinato da “la decadenza, il declino, i trucchi per rimanere a galla, i compromessi con le cose e con la vita (di un artista)” e non dalle luci della ribalta che si accendono e si spengono attraverso i subdoli giochetti del music biz. Fiumani è un poeta e un punk, entrambe le cose nell’accezione più nobile. O meglio, Fiumani è Il Poeta del Punk: l’unico rimasto in Italia. “Adesso il punk è cambiato, è più un punk’n’roll, più una cosa fatta per divertirsi… ciò che mi attirava del punk del ’77 invece era proprio la malattia, l’emarginazione, la diversità che emergevano dai solchi e dalle immagini… i punk avevano l’aspetto di gente maledetta, malata e a me piacevano moltissimo anche perché all’epoca ero appassionato della poesia simbolista francese: Rimbaud, Baudelaire, Mallarmé, Verlaine… i punk rappresentavano la versione in musica di questi poeti maledetti e mi piacevano molto anche esteticamente … la musica di adesso mi piace meno ma è anche un fatto generazionale, nel senso che a 17 anni (quanti ne avevo io nel ’77) sei una sorta di carta assorbente… più passano gli anni è meno sei disposto ad entusiasmarti di fronte al nuovo perché non ti sembra poi tanto nuovo.”

Questo pezzo è stato pubblicato sul bimestrale musicale Sonic #2 di agosto-settembre 2006, all’interno della rubrica “carta vetrata” da me malamente curata.

BONK, nel caos di Oslo!

Bonk cover Western Soul BONK

I norvegesi BONK fanno casino, parecchio casino, sguazzano famelici nel caos e il bello sta nel fatto che paiono proprio essere a loro agio. Nel full length d’esordio Western Soul (Racing Junior/Goodfellas) mettono alla berlina tutto ciò che capita sotto tiro. Maltrattano l’hard detroitiano, il crossover, l’indie rock dei 90’s, l’elettronica, il death punk. Prendete il trittico iniziale: appena parte Front Page sembra di stare ad ascoltare un vecchio pezzo dei Clock DVA, finché non si inseriscono i Rage Against The Machine più incazzosi. Grooverman è invece un distillato puro di MC5/Stooges e alt garage di scuola nordeuropea. Sarah poi è semplicemente annichilente, se me l’avessero spacciata per una outtake del maestoso Bug dei Dinosaur Jr ci sarei cascato con tutte le scarpe. Per non parlare del Motown sound stuprato di Wasted Love, dell’arrembante post-punk con accenti motorheadiani di Policecar e del supervitaminico indie hard rock di Waiting In A Car. Solitamente chi mette così tanta carne al fuoco rischia di bruciarsi o peggio di buttar fuori un prodotto insipido, se non addirittura stucchevole. Non è il caso di Andreas Grøtterud e Leif Koren, i due tipacci ritratti in copertina che sembrano appena usciti da un qualsiasi centro di recupero tossicopendenze di Oslo. D’altronde questi qui prima di metter su la baracca Bonk si sono fatti le ossa (e scommetto molto altro!) in band deliranti denominate Kung Fu Girls e Anal Babes. Se siete predisposti ad ascoltare un gruppo che non solo salta gli steccati, ma che spesso e volentieri li travolge, be’… mi sa proprio che i Bonk fanno al caso vostro.

Il pezzetto che avete appena letto sarebbe dovuto essere su Punkster # 13 di marzo 2006 ma quel numero, per motivi a me sconosciuti, non ha mai visto la luce. Ve lo ripropongo nella speranza che qualcuno si incuriosisca e faccia suo il disco d’esordio di questi norvegesi pizzicati dalla tarantola!

Bebe Rebozo chi?

Bebe Rebozo band

BEBE REBOZOVoglio essere un ninja e vivere nell’ombra

(Furt Core)

Allora: Steve Albini si va a fare una vacanza a Malibu e tra una bibita ghiacciata, delle sventole in bikini, qualche nuotata refrigerante e pomeriggi passati a sonnecchiare all’ombra delle palme, s’imbatte in una specie di Dancing all’aperto dove tre ceffi dall’aria simpatica imbracciano chitarra, basso e batteria e ci danno dentro sputando rabbia e schizofrenica ironia su un granitico tappeto post-punk. Se ne sta lì ad ascoltarli mimetizzato tra i pochi presenti. Ne rimane talmente colpito che decide di tornarli a trovare. Poi la vacanza finisce e si ributta nei suoi impegni di lavoro con la cassettina di questa band che non smette di gracchiare nella sua autoradio. Qualche tempo dopo, straconvinto di produrli, decide di farli ascoltare al suo amico John Zorn che non si fa pregare più di tanto a mettere mani ed anima nel pezzo che poi diventerà bagigalupoballarinmarosogrezarrigamonticastiglianomentiloikgabettomazzolaossola (l’imbattibile formazione del Grande Toro!). Fin qui tutto bene, se non che invece di Malibu ci troviamo a Roseto degli Abruzzi. Al posto di Steve Albini ci sta Marco Sigismondi (storico leader della 80’s hard core band Digos Goat) e John Zorn non è altri che Giustino Di Gregorio che, proprio per la Tzadik di Zorn, ha inciso un grande album dal titolo Sprut. Poco male! Resta il fatto che gli abruzzesi Bebe Rebozo hanno finalmente registrato un album maturo, certamente americano nelle atmosfere ma per molti versi (il cantato?) italiano fino al midollo. La contagiosa paranoia di Voglio essere un ninja e vivere nell’ombra, la quasi disco-noise Cowboy Light, l’ansiogena marzialità di My Dad Is Fucking Republican e la poesia punk di E’ un attimo cantata da Sigismondi stesso, ne sono la prova lampante.

Questa recensione è apparsa su Mood # 007 in un qualche mese del 2002. Mi piaceva iniziare a riproporre le cose già pubblicate proprio dai Bebe Rebozo per orgoglio territoriale (i ragazzi vivono a un tiro di schioppo dalla mia città) ma anche perchè i Rebozi suonavano un noise magnificamente indigeribile e soprattutto non di maniera. So che i 2/3 sono impegnati in un nuovo progetto. Non vedo l’ora di ascoltarlo e parlarvene.