Omnia cum tempore: il ritorno della radioattività nostalgica

RADIOACTIVITY- Time Won’t Bring Me Down (Wild Honey/Dirtnap)

Il r’n’r ha la sua bella quota di imprevedibilità e, a dieci anni dal precedente album, eccoci qui a salutare il ritorno dei Radioactivity di Jeff Burke. Con lui c’è sempre il sodale Mark Ryan a riformare la coppia Lennon-McCartney del power pop punk. I due hanno suonato assieme in gruppi fondamentali per la formazione punk di molti di noi, dagli eccezionali Reds fino al loro seguito, quei Marked Men che hanno attraversato gli anni 00 pubblicando quattro album micidiali. En passant citerei anche gli oscuri Chop Saki’s e gli High Tension Wires.

Per chi se lo stesse chiedendo – legittimamente sia chiaro, ché non sono gli Stones –  stiamo parlando dei migliori songwriters per questa roba qui degli ultimi 25 anni: anche se i Radioactivity sono tutta farina del sacco di Jeff, come i Mind Spiders lo sono stati per Mark. Per onore di cronaca bisogna aggiungere che nei live Mark Ryan ha ceduto il posto a Orville Neeley tanto che ora i Radioactivity sono Jeff Burke + i tre componenti dei Bad Sports.

Time Won’t Bring Me Down, il titolo ce lo fa intuire, è nato in Texas ben prima del Covid e ben prima che Jeff, nel 2018, si trasferisse a New York: ora è tornato in Connecticut dove è nato, tra parentesi. Anzi pare che qualche pezzo dell’album sia addirittura del periodo 2008-2012, quando Jeff lavorava in Giappone e suonava nei Novice.

Perché sciolino tutte queste informazioni da Wikipedia DIY? Perché siamo sul cazzo di web e potete agevolmente muovere i ditini e andare a cercare/ascoltare le band sopraccitate.

Tornando a Time Won’t Bring Me Down. È l’andatura nostalgica, profondamente matura e altrettanto profondamente sicura, che impregna gran parte dei pezzi a dominare la scena a colpi di chitarre secche e synth ambientali. Un cortocircuito piuttosto interessante, gestito alla perfezione da Jeff che accelera e decelera con il controllo che aveva quello svalvolato stiloso di Jacky Ickx alla 24 Ore di Le Mans.

Prendiamo la ballata emozionale Analog Ways sul bisogno vitale di avere un contatto fisico con le persone care. O I Thought che profuma di Beach Boys beatamente persi in un pascolo irlandese. Watch Me Bleed è quel tipo di pezzo 100% pop punk che fa breccia nei cuori di chi il pop punk lo detesta, lo stesso si può dire dell’assalto sonico-melodico di Why, di One Day e della robustezza vellutata della title track.

Come ai vecchi tempi l’album è disponibile in ben tre formati fisici: vinile, cassetta e cd. C’è solo l’imbarazzo della scelta, insomma.

Fiamme sull’addome, e John Zorn muto!

SLOKS – Flesh/Stab Me (Goodbye Boozy)

I due pezzi del recente 7” su Goodbye Boozy, sono l’appendic(it)e dell’album r’n’r italiano più deragliante del 2025, Viper, sempre dato alle stampe dall’etichetta abruzzese che spaccia r’n’r crudo e primitivo dal 1999.

Questi sono davvero dei Total loser garage punk, come riportava la scritta evidenziata in giallo nella e-mail inviata ai giornalisti in occasione dell’uscita dell’album. Una definizione al bacio per gli Sloks. Al terzo album il gruppo ha rivoluzionato la faccenda: ha cambiato facce, più che faccia. Assieme al titolare, ovvero il macinatore di riff chitarristici sgarbati Buddy Fuzz, e al martello Tony Machete saldamente alla batteria, troviamo due personcine conosciute e stimate da chi bazzica i bassifondi dell’italico r’n’r. Sto parlando dell’esperto chitarrista rumorista Massimo Scocca, che quando noi si ascoltava ancora i Green Day lui già smanettava col lo-fi blues punk nei Two Bo’s Maniacs e Cave Dogs (senza dimenticare le meteore Most Unusual Sound e gli eccelsi Lame). E poi dell’urlatore forastico – anche nel senso di foro – Red Valentine, un crooner punk docg che apprezziamo da anni nei Barsexuals e da un po’ anche alla testa di quella meravigliosa orchestraccia ubriaca de Gli Offesi.

Ma torniamo al singolo. Attenzione, non è solo un gioco di lettere e parole e opere e omissioni. Questi due pezzi qui fanno proprio le fiamme e spingono forte sull’addome.

I tre sabaudi e il predicatore di Lucera – che alcune malelingue dicono essere il figlio della cugina di terzo grado di Screamin’ Jay Hawkins – continuano a seminare terrore garage punk’n’roll come una band espulsa in malo modo dalla Touch And Go. Per alzare ancor più l’asticella, buttano dentro anche il sax sperimentale di Gianni Denitto e l’intera faccenda si trasforma in un inferno esotico alla Cows feat. Renato Carosone.

C’è poco da aggiungere se non che Flesh e Stab Me sono quei pezzi capaci di mettere ansia anche a uno come John Zorn il quale, per superare il momento, non potrebbe fare altro che attaccarsi al (Beasts Of)Bourbon.

In finale: poco meno di 5 minuti di minacciosa libidine r’n’r registrati live su nastro magnetico da Lo Spider nel suo Swampland Studio di Tolosa. Ovvero una delle più antiche e celebri Università garage punk europee.

I diavoli continuano a prenderci

THE DEVILS – Devil’s Got It (Go Down/Cleopatra)

Per il decimo anniversario di una carriera spesa soprattutto a suonare come forsennati sui palchi di mezzo mondo, il duo napoletano omaggia le radici – quelle del blues e del soul – con un album di cover registrato all’Auditorium Novecento della loro città natale.

Meno primitivo, forse in apparenza meno peccaminoso dei precedenti, Devil’s Got It è l’album più ragionato e, per forza di cose, più maturo della coppia. Ma ancora terribilmente sexy. E direi anche personale, nonostante si tratti di canzoni non originali.

Basta ascoltare il trattamento riservato al singolo prescelto, Lonely For You Baby, che da classico della Sun Records si trasforma in un numero degno dei QOTSA più ispirati: suppongo avrà influito l’aver lavorato e collaborato a lungo con Alain Johannes. E ancora la chitarra che zampilla in Easy Baby di Willie Dixon come un’eruzione vulcanica. O la versione strappacuore solo chitarra e voce di Everybody Loves A Winner di William Bell che chiude l’album.

Fin qui tutto nella norma di una recensioncina didascalica. Quindi aggiungo un paio di note personali.

A fine agosto 2024 ho (ri)visto dal vivo i Devils nell’ambito della prima edizione di un bel Festival qui in città, il Suburbiæ – Unexpected Fest. Palco molto grande, pubblico non così numeroso e, forse, non così interessato al blues garage scarnificato del duo. I Devils hanno fatto quello che dovevano fare. E che sanno fare molto bene. Per loro suonare nella cantina di una casa privata o sul palco di Reading è la stessa cosa. E lo hanno dimostrato su quel palco enorme.

Infine ci tengo a specificare che io “sono rozzo, sono grezzo”, come cantavano gli Skiantos (ciao Dandy!) e se devo pensare a un duo r’n’r italiano non ho alcun dubbio: penso sicuramente ai Devils. Non certo, o almeno non ancora, ai compagni di etichetta Animaux Formidables, tanto per fare un altro nome.

Lode a Erika Switchblade e Gianni Blacula (e alle sue basette totali)

I miei 40 album del 2024

Stesso schema dello scorso anno, ma con una piccola variazione. Ecco i 40 album del mio 2024. I 25 album “stranieri” più o meno in ordine di preferenza. I 15 album italiani in rigoroso ordine alfabetico.

Buon anno, buona vita, buona musica.

SPLIT SYSTEM “Vol. 2” (Legless/Drunken Sailor/Goner)

STRAIGHT ARROWS “Surface World” (Rice Is Nice/Agitated/Lolipop)

BILLIAM “Animation Cel” (Legless/Erste Theke Tonträger)

THE MINNEAPOLIS URANIUM CLUB “Infants Under The Bulb” (Anti Fade/Static Shock)

NEUTRALS “New Town Dream” (Slumberland/Static Shock)

PHIL AND THE TILES “Double Happiness” (Legless)

THE JESUS LIZARD “Rack” (Ipecac Recordings)

YARD ACT “Where’s My Utopia?” (Zen F.c./Island)

ZOMBEACHES “A Taste Of Oxygen” (Buttercup)

THE LEMON TWIGS “A Dream Is All We Know” (Captured Tracks)

PLEASANTS “Rocanrol In Mono” (Under The Gun)

TUFF GUAC “Swanky Love” (Belly Button)

SHELLAC “To All Trains” (Touch And Go)

E.T. EXPLORE ME “Drug Me” (Voodoo Rhythm)

THE CAVEMENCa$h 4 Scrap” (Slovenly)

1-800 MIKEY “Digital Pet” (Under The Gun/Erste Theke Tonträger)

OH TELEPHONE “Kill Kill Kill” (Voodoo Rhythm)

VAGUESS “Thanks // No Thanks” (Erste Theke Tonträger)

THE FOLLIES “Permanent Present Tense” (Feel It)

TEENAGE TOM PETTIES “Teenage Tom Petties” (Safe Suburban Home/Repeating Cloud)

AMYL AND THE SNIFFERS “Cartoon Darkness” (B2B/Rough Trade)

COOL SORCERY “Terra Invaders” (Idiotape/Godless Tapes/Grog/SYF)

THE SHITDELS “Where’s Your Head?” (Big Neck)

MARCEL WAVE “Something Looming” (Feel It/Upset! The Rhythm)

BLACK MARKET KARMA “Wobble” (Fuzz Club)

IN ITALIA

(+39) 375-649-94-64 MY TELEPHONE NUMBER “Album #01” (La Tempesta)

MICHELE ANELLI “Dopo tutti questi anni + Non disperdetevi” (Fandango)

BEBALONCAR “Diary Of A Lost Girl” (Rubber Soul)

BIG MOUNTAIN COUNTY “Deep Drives” (Sister 9)

COUCHGAGZZZ “Gosports!!!” (Ciqala)

FERRO SOLO “Almost Mine Part III: The Fernando Chronicles” (Hellnation/Fernando Dischi/Riff)

GOPHER & THE DEADLOCKS “Tropical Riot” (Autoproduzione)

I AM NOT A STRANGER “It’s Me And You” (Autoproduzione)

JUJU “Apocalypse Is God’s Spoiler” (Sister 9)

THE LINGS “We Can’t Be Friends” (Slack!/Sweet Grooves/Head Perfume/Martin’s Garage)

MADDAM “Maddam” (Wild Honey)

MUDDY WORRIES “Fucked Up” (Fernando Dischi/Hellnation)

GLI OFFESI “Ezotica Hysterica Vol. 1” (Autoproduzione)

PEAWEES “One Ride” (Wild Honey)

SNÜFF “That’s Amore” (Slack!)

FREEZ: indie nostalgia prendimi e portami via

Chi è aduso ad ascoltare dischi per poi provare a raccontarli, trova quasi subito la chiave critico-narrativa per farlo. Raramente capita di mettere su un disco a ripetizione e non riuscire a trovare le parole giuste. È questo il caso. Icebreaker, il secondo album dei Freez pubblicato da Wild Honey Records su un bel vinile color rosa, lo avrò ascoltato per intero almeno 30 volte. Sempre con estremo piacere. E sono ancora qui: piacevolmente confuso.

Freez è Michele Bellinaso, ventiquattrenne di Schio ma padovano d’adozione. Un vero talento underground sottotraccia. Ha iniziato a scrivere le canzoni di questo album a gennaio del 2020, subito dopo il tour europeo e poco prima che il mondo si fermasse. Quasi tre anni di lavoro hanno impresso al disco un mood nostalgico e un tono riflessivo. La doppietta d’apertura, Icebreaker e Chanel, culla come il vento d’autunno. Jangle punk dalla consistenza di un orso di peluche che prosegue nella lenta elegia di Slowly. La mia mente va ai coevi francesi Horsees, che mi piacciono molto e ho “celebrato” più volte sulle pagine di Rumore.

Il lato A dell’album si chiude con quel piccolo capolavoro che è April ’21, chitarra acustica di discendenza australiana – non posso che pensare agli inossidabili Church – basso a molla, la voce masticata di Michele da giovane Lou Reed che si incrocia con la voce dolcissima di Alice (la sua ragazza) degna della soave Natalie Merchant dei 10,000 Maniacs.

La partenza del secondo lato è sonica. Tempo fa Michele mi disse: “I Wavves sono stati il motivo per cui abbiamo iniziato a suonare”. Ascoltando Nothing direi che sono anche uno dei motivi perché, vivaddio, continuano a farlo. Ma evolvendosi, visto che l’album sfuma nell’acustica nuda e totale di June ’22.

Dov’è la modernità in tutto ciò? Non saprei. Non è questo il punto. Per amor di cronaca segnalo tuttavia la presenza discreta dell’autotune: “Utilizzato come un tool, uno strumento al servizio della voce“, dichiara Michele.

Prima di scrivere questa recensione pubblicata esattamente un anno fa, su RUMORE di dicembre 2023, ho posto un paio di domande a Michele Bellinaso. Eccole.

Da dove vieni?

Sono nato e cresciuto a Schio, ma da qualche anno vivo a Padova… tra l’altro sto preparando le scatole per il trasloco. Questo fine settimana entro in casa nuova!

Leggo che hai scritto l’album nel periodo della pandemia 2020-2022: mi pare rifletta anche nelle sonorità una certa nostalgia e un mood più riflessivo.

Sì, le prime canzoni sono nate in modo molto spontaneo all’inizio della pandemia, ma a ripensarci ora un paio di pezzi risalgono a gennaio 2020, subito dopo il tour europeo. Riflessivo sicuro, non avevo molto da fare in quel momento a dire la verità. Altre canzoni più mature e dolci invece sono state scritte nella casa di Padova dove sono ora, e che tra qualche giorno appunto lascerò, in concomitanza con l’uscita del disco.

Curiosa l’immagine di copertina con la tua faccia e i testi sopra, a cosa ti sei ispirato?

Più o meno inconsciamente ti direi Gladness (2001-2006) degli Helvetia. Pure quel disco ha una foto tessera come immagine di copertina. Per la tipografia invece mi piaceva condividere i testi in primo piano sull’artwork, poi fa ridere avere la cover del vinile che sembra l’inserto interno del disco.

In occasione del primo disco mi dicesti che i Cloud Nothings non sono stati una tua ispirazione: nel frattempo è cambiato qualcosa?

Diciamo che li ho ascoltati più spesso negli ultimi anni, però sempre sporadicamente a dire la verità. Nothing Hurts (feat. Wavves) del disco No Life For Me però la conosco a memoria, quella lì è un capolavoro.

Ho apprezzato molto l’incrocio con la voce di Alice Manzardo in quel paio di canzoni…

Grazie! Mi piaceva l’idea di fare una canzone dove due voci diverse si alternassero. Ad aprile 2021 ho scritto la demo di quella che poi è diventata April ‘21 pensandola per la voce di Alice, il giorno dopo l’abbiamo registrata e quello dopo ancora l’abbiamo pubblicata su SoundCloud per divertimento. C’è da dire che le voci di questo disco sono state tutte registrate a casa dei suoi genitori, quindi lei era sempre presente durante le registrazioni… è stato semplice incastrarla a cantare. Nella lista delle cose da fare appena entro in casa nuova, la prima è ascoltare il nuovo disco insieme ad Alice.