TY SEGALL – dal garage-punk al Dio chiamato Neil Young

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Ha solo ventitre anni e se la matematica non è un opinione ne aveva appena diciassette quando nel 2005 incise l’EP Evil Robots con la sua prima band chiamata Epsilons. Sto parlando di Ty Segall, il biondino di San Francisco dalla faccia pulita che da queste parti seguiamo con attenzione da quando, nel 2007, l’italiana Goodbye Boozy ha dato alle stampe lo split 7” tra i Primate V ed i Traditional Fools di cui Ty era il cantante-chitarrista. La puntina sui solchi di quel vinilino nero come la pece scintillava primitivo garage-punk in bassa fedeltà, che dopo pochi secondi divampava in un incendio crampsiano in piena regola. Un incendio appiccato da giovincelli californiani a metà strada tra surfisti albini, skater dinoccolati e nerd all’ultimo stadio.
L’anno successivo Ty ha avviato la carriera in proprio con il 45 giri Skin, sempre sulla micro label di casa nostra. Di lì in poi non si è più fermato. Prolifico come un coniglio con la bandana, negli ultimi tre anni ha pubblicato una decina di 7” e quasi altrettanti full length tra dischi ufficiali, split album, cassette e live. Tutti urgenti, straordinariamente approssimativi, cotti e mangiati in poche ore, figli di quel lo-fi buono che solo gli americani sanno fare.
Tutti tranne l’ultimo Goodbye Bread di cui vi racconterà più approfonditamente il direttore. Vi anticipo soltanto che si tratta di un album meno furioso dei precedenti, ma ancora abrasivo e storto, incentrato di più sulle canzoni e con una maggiore attenzione ai testi. Quando lo contatto Ty è alle prese con un lungo tour europeo che purtroppo non toccherà l’Italia. Rompo il ghiaccio chiedendogli proprio se non teme che i fan possano storcere il naso di fronte alla sua svolta, per così dire, cantautorale: “Spero che la gente apprezzi il cambiamento, per me si tratta semplicemente del disco che avevo bisogno di fare… volevo staccare un po’ dal fare musica troppo aggressiva come in passato. Sai, a volte questa aggressività ti prende male. Quando finisci un live, ad esempio, stai giù di brutto, ti senti a terra: spesso ci metto tutto me stesso per non staccarmi dalle emozioni che la musica mi trasmette. Mi fa piacere che l’abbia notato perché su questo album ho lavorato tantissimo sui testi e spero che anche gli ascoltatori se ne accorgano.
Ty Segall è uno che la gavetta l’ha fatta sul serio, partendo dal basso con minuscole label come Goodbye Boozy, Castle Face, Wizard Mountain, Chocolate Covered, per poi approdare alla rispettata Goner ed ora alla “grande” indipendente Drag City. Un percorso tanto lineare quanto naturale di cui, immagino, sia soddisfatto: “Yes Sir!. Sono molto felice di come sono andate le cose. Tutti quelli con cui ho avuto il piacere di lavorare in questi anni sono stati fantastici, non cambierei una virgola di quello che ho fatto e che sto facendo ora.

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Solo gli sciocchi coi paraocchi possono pensare che l’abbassamento di toni e decibel in Goodbye Bread sia una sorta di tradimento perché, a ben vedere, non si tratta di un passo così inaspettato, piuttosto del passo verso la definitiva maturità. Nonostante i suoi esordi garage-punk decisamente cessofonici, Ty ha sempre tenuto alla forma canzone ed ha più volte dichiarato di essere cresciuto a pane e classic rock, soprattutto Cream e Black Sabbath, con una madre artista in fissa per Mötley Crüe e Guns n’Roses, per poi appassionarsi nell’adolescenza all’hardcore-punk degli ’80 e al garage psichedelico che si respirava in città. Per la cronaca il padre è un avvocato tutto d’un pezzo e lui pare non fosse granché socievole prima di andare al College e laurearsi in Scienze della Comunicazione all’Università di San Francisco. Un tipo timido e regolare, con il coraggio di dichiarare candidamente che ancora oggi la sua maggiore aspirazione è quella di essere una “persona normale”.
Un ventenne come tanti, partito dal punk e caduto in seguito nella rete dei cantautori con la C maiuscola, Bob Dylan, lo zio Tom Waits e soprattutto Neil Young, di cui dà un giudizio lapidario e definitivo: “Gli artisti che hai citato hanno avuto una grande influenza su di me, su tutti Neil Young … Neil Young è Dio!”. Se Neil Young è Dio non è poi così blasfemo ritenere Jay Reatard, a cui in molti lo abbiamo paragonato, Gesù Cristo: “Anche la musica di Jay Reatard mi ha influenzato molto ma onestamente non vedo tutte queste similitudini, tuttavia è un onore essere paragonato a lui. Purtroppo non ho avuto modo di conoscere Jay prima della sua morte.
Come molti della sua generazione invischiati nella nuova esplosione garage, anche Ty Segall ha l’endemica propensione per le collaborazioni più disparate. Su tutte è da citare quella con l’amico Mikal Cronin dei (Charlie and the) Moonhearts, con cui ha firmato un grande album a doppio nome (Reverse Shark Attack su Kill Shaman), per non dimenticare la breve parentesi nel 2008 coi Party Fowl, scombiccherata macchina da rally dalla carrozzeria garage e il motore hardcore, che vedeva Ty dietro i tamburi: “Io e Mikal abbiamo in mente di registrare questa estate un altro album che uscirà su Goner: sarà un concept fuori di testa, ne sono molto entusiasta. Inoltre la In The Red ristamperà Reverse Shark Attack all’inizio del prossimo anno. Purtroppo ho da darti brutte notizie sui Party Fowl perché il gruppo non esiste più.
Dato che gli Oh Sees fanno bella mostra su queste stesse pagine, lo congedo chiedendogli quali sono i suoi rapporti con John Dwyer e, più in generale, che aria si respira nella florida scena di San Francisco: “John Dwyer è come un fratello maggiore per me e lo stesso vale per Mike Donovan dei Sic Alps. La scena di San Francisco è come una grande famiglia allargata, mi sento estremamente fortunato di farne parte. Tra le nuove band cittadine vi consiglio di prestare attenzione ai Royal Baths.
I tre giovani cessi reali, con all’attivo un paio di singoli e l’ipnotico album Litanies su Woodsist, sono portatori sani di una cupa psichedelia garage, vagamente somigliante ai Velvet Underground. Bella dritta, Ty, li cercheremo.

Il pezzo che avete appena letto è stato pubblicato su RUMORE #233 di luglio-agosto 2011.

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