THE RECORD’S – due dischi belli da paura

MONEY’S ON FIRE
(The Record’s, 2008)

cover The Record'sPrima di iniziare questa specie di sturiellet mi preme avvisarvi, gentili lettori, del fatto che chi scrive è un appassionato delle peggio nefandezze televisive. La tv trash, generalista, escapista, giovanilista, ecc. ecc. mi rilassa. La domenica poi è il massimo. Non capisco proprio chi s’incaponisce nel fare quelle tristissime gite fuoriporta. Volete mettere un bel divano, telecomando in mano e indosso un bel pigiamo! Bene: un’idilliaca domenica di qualche mese fa, mentre ero lì che facevo zapping convulso, m’imbatto in “Operazione Soundwave” su Mtv. Sul palco tre ragazzi che sembrano di buona famiglia stanno rendendo soffice soffice quella tamarrata mondiale di Umbrella. Il pezzo s’intona perfettamente ai visini carini delle Kris&Kris, al faccione pacioso di Roberto Gentileschi della Sugar e all’improbabile colore della polo del giornalista Paolo Giordano, uno che è passato dal Caso Moro a Music Farm con invidiabile nonchalance. I giurati paiono apprezzare. E io con loro.
Per un po’ dimentico la band, finché leggo la recensione del loro primo disco su Rumore. Luca Frazzi, uno che ne sa, gli dà addirittura 9 attaccando così: “I Record’s, più o meno coscientemente, lavorano da tempo a un progetto: trent’anni dopo Look Sharp di Joe Jackson e Get Happy di Elvis Costello, volevano ricreare suoni ed atmosfere pop senza mai (ripeto: mai) svilire la carica rock che sta alla base di ogni disco chitarristico che si rispetti. Ebbene, ci sono riusciti…”. Di Luca mi fido ciecamente – è uno dei pochi giornalisti che in vent’anni non m’ha mai dato fregature – e a casa mia uno più uno ha sempre fatto due. Così mi procuro l’album – a proposito, grazie Nora! – e subito mi trovo di fronte a due sorprese: si tratta di una autoproduzione e la confezione in digipack è davvero ben curata, direi con gusto.
Ricordo esattamente il momento in cui ho messo su il cd per la prima volta. Ero appena tornato dal lavoro e, come al solito, stavo incazzato come un picchio. L’organo della open track Cannot Sleep mi ha subito messo di buonumore. Mi sono sentito come assalito da un ciclone di morbida freschezza. Ci mancava solo che la mia dolce metà mi sussurrasse “è primavera, svegliatevi bambini”. Allora ho alzato il volume a palla e con movimenti da frocetto innamorato ho svolazzato verso la cucina a prepararmi da mangiare. L’andamento sbarazzino di Clouds Are Moving mi ha dato il timing nello sminuzzare una mezza cipolla per il soffritto. Uno spruzzetto d’olio sulla padella ed ecco che parte il riff nervoso di Lockdown (Free As A Bird). Faccio a pezzi un paio di fette di pancetta e mi perdo nei ricordi di un pomeriggio di 15 anni fa durante il quale stavo probabilmente facendo la stessa cosa. Quando attacca Hot Spot ne ho la certezza. E sì, ero in quella stamberga di casa da studente fuorisede intento a far da mangiare ai miei coinquilini con l’omonimo album dei Presidents of The United States of America a farmi compagnia. La somiglianza tra queste due canzoni dei bresciani e quelle vecchie canzoni dei PUSA è evidente. Money’s On Fire abbassa i toni, ma poi nemmeno tanto: i Beatles di oggi? Forse. Butto gli spaghetti mentre i Record’s mostrano muscoli e anima sulle note di Rudy. Il tempo della cottura scade mentre sfuma Draft, un brano cristallino e dorato come la pancetta che sguazza nella padella in attesa di ricevere visita da filiformi emissari della Barilla. Per l’occasione stappo una bottiglia di vino tenuta da parte con cura. Non so se siano gli effetti del Montepulciano d’Abruzzo ma in Black Ropes Hanging Over ci sento nientemeno che i Dream Syndicate in versione pop e in Girl Of My Wet Dreams i Talking Heads alle prese con dell’ottimo power pop che strizza l’occhio all’arena rock. Addento l’ultima forchettata di amatriciana sull’intro garage-beat di Shoe Shine e cado in una specie di estasi musicalculinaria durante la quale immagino Franz Ferdinand e Kinks duellare in maniera furibonda. Per risvegliarmi del tutto ci vuole una tazzina del mio amato Marcafè: me la godo di gusto, cullato dalla suadente Big Time Moaner.
È quasi ora di tornare in ufficio, mondo cane (e “chi mi conosce…”, avrebbe detto Alberto Tomba, capirà l’affermazione).

DE FAUNA ET FLORA
(Foolica, 2010)

cover The Record'sFottuta gioventù svanita. Da tempo non sono più in palpitante attesa del nuovo disco di questa o quella band. Eppure ero ansioso di conoscere i nuovi passi dei Record’s, di cui ho osannato l’esordio lungo Money’s On Fire. Il motivo è presto detto: sono fermamente convinto che il trio bresciano abbia ridisegnato la geografia dell’indie-pop-rock tricolore come soltanto i Mojomatics hanno saputo fare negli ultimi 10 anni, seppur con le differenze del caso.
Mantenere inalterata la curiosità, credere nelle proprie idee, suonare il più possibile, “giocare” con professionalità, rimescolare le carte senza paura ma con l’incoscienza dei grandi. Tutte cose per niente scontate nell’orticello del rock italiano (indie e non indie). Tutte cose che i Record’s hanno bene in mente. Talmente bene in mente che il nuovo album De Fauna et Flora lo hanno fatto completamente diverso dal pluridecorato predecessore. Non solo power-pop e simili. Qui dentro c’è il “pop” nell’accezione più alta e aulica si possa immaginare. Che significa Beach Boys, Beatles, Big Star, Summer of Love, folk, calypso, accenti reggae, orchestrazioni barocche mai fastidiose, ecc. ecc.
Già mi sta lievemente sul cazzo chi invoca coerenza nei gruppi e storce il naso quando i suddetti gruppi duri e puri (di che, poi!) osano pascolare in altri lidi. Peraltro ‘sto ragionamento potrebbe valere per gente come i Ramones, che sono entrati nella storia proprio per aver avuto la forza di rimanere sempre uguali a se stessi, e per pochi pochissimi altri. Ragionamento che salta completamente se applicato a quei gruppi che bazzicano la musica pop(olare).
So che il paragone non tiene, ma cercate di pensare per un attimo a Madonna. O, per restare nel nostro campo, ai REM. È indubbio che il sound di Michel Stipe e compagni si sia evoluto moltissimo, lasciando e riprendendo la strada maestra a intervalli quasi regolari. Ecco, mi pare che i Record’s stiano facendo – non so quanto scientemente – un’operazione simile. Mi pare cioè che stiano nobilitando il pop, in maniera a dir poco intelligente, senza dimenticare mai da dove vengono. E in questo non possono che balenarmi in mente gli XTC, forse anche per la spiazzante immagine di copertina che li richiama non poco.
Le 13 canzoni di De Fauna et Flora sono lo schiaffo di un bambino di un anno, che è più simile ad una carezza. Non arriva subito, ma quando arriva lo senti eccome, molto più di un uppercut di Tyson.
In proposito permettetemi di raccontarvi una storia.
Tanti anni fa, da bimbo, sferrai un calcio nelle palle ad un mio zio. Eravamo in spiaggia. Agosto pieno. Lui rise e mi diede un buffetto sulla faccia. Continuò a sorridere per tutta la mattina, ma a denti sempre più stretti. Poi nel pomeriggio un’ambulanza lo portò al pronto soccorso. La seconda traccia, Rodolfo, nel suo morbido levare che sa di sole e mare, mi ha riportato indietro nella memoria a quel giorno lì quando capii che volevo solo tornarmene dalla mia famiglia. Allora non sapevo quale sarebbe stato il mio “destino musicale”, escludevo che avrei ghignato a morire coi Weezer, volevo solo correre sull’asfalto bollente in sella alla mia BMX tarocca e tornare dai miei (I Love My Family). Ricordo che piangevo e la calma di mia madre, il suo abbraccio caldo, delicato, accogliente, come in un video dei REM che avrei visto anni dopo (Panama Hat). Poi mi addormentai ancora singhiozzando. Mia madre era sempre lì a tenermi la mano cercando di minimizzare con dolcezza (Turtles Will Mind Your Fate). Quando riuscii a calmarmi e realizzare che potevo stare solo, lei uscì dalla stanza (We All Need To Be Alone) e io sprofondai in un sonno felice, popolato da lenzuola color crema e margherite grosse come cocomeri (Don’t Go To Bed Angry). Al risveglio ero un altro bambino, nuovamente spensierato. Era stato più facile di quanto credessi dormirci su e venirne fuori (Easy Way Out). Mi sentivo come dopo una doccia ghiacciata alla fine della consueta partitella di mezzogiorno tra la prima fila di ombrelloni e il bagnasciuga (Call Of The Ice). Eppure temevo ancora mio padre. Pur sforzandomi di rimuoverlo, avevo sempre frantumato un testicolo a suo fratello. Ma nel preciso istante in cui entrò nella mia camera, capii che tra lui e quel fratello con un coglione malandato non era mai corso buon sangue (New Gear, New Feel). Lo appurai appena mi tirò su con le sue braccia forti e mi stampò un bacio in fronte, imperioso come un Bronzo di Riace (Colossus). Così affondai nella sua barba sentendomi al sicuro, definitivamente al sicuro, mentre una pioggia delicata innaffiava dolcemente il giardino al di là della finestra (Rain Down).

Le due recensioni che avete appena letto sono state pubblicate sull’ottima webzine BLACK MILK, che v’invito a sostenere leggendola di tanto in tanto… così come v’invito a sostenere gli eccellenti RECORD’S comprando i loro dischi e andando ai loro concerti.

Condividi sui social network