THE DOGGS – Red Sessions

cover THE DOGGSDopo due incendiari EP i meneghini DOGGS tagliano l’ambito traguardo del primo album. Sempre nella più totale autoproduzione e sempre accerchiati dalla puzza di olio industriale, urina e copertoni bruciati.
Non c’è da stupirsi, ché questi qui la sanno lunga. Ad esempio sanno bene che il punk non è nato nel ’77, tantomeno in Inghilterra, e di conseguenza conoscono a menadito L’A,B,C del proto-punk detroitiano.
Me li immagino quand’erano ancora teenager sbarbati a consumare assieme Fun House (e pure Raw Power) degli Stooges di giorno e i vinili dei Velvet Underground di notte, da soli, avvolti dall’oscurità assoluta delle loro camerette longobarde.
I Got Erection, con tanto di violoncello, è quello che gli Afterhours, ahinoi, non vogliono (e non possono) più fare. Accontentiamoci, su, perché appena parte Ride My Bomb l’immagine in bianco e nero dell’Iguana si fa sempre più viva con quel sax che disturba e stordisce per qualche secondo.
I Doggs non hanno fretta, lavorano ai fianchi. Il loro è un lento stancheggio che sconfina quasi nel gotico in Wild Boy e nella bellissima Destruction of Love, ipotetica jam tra i Dream Syndicate e Andrew Eldritch dei Sisters of Mercy.
Non inventano un bel nulla i Doggs, piuttosto portano avanti la “tradizione” di quel suono ossessivo, vizioso e urbano che nasceva dal malessere generazionale nei garage di Detroit e negli scantinati di New York City. Un suono derivativo al quadrato, eppure modernissimo. Un suono che esce dalla pancia e dal basso ventre. Ora come allora.

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