TANO FESTA THE BE(A)ST

Mi è sempre piaciuto Tano Festa. Il migliore dell’arte popolare italiana. Assieme a Franco Angeli. Mi dolgo del fatto che lo conoscano ancora in troppo pochi. E allora vi riporto uno stralcio d’intervista fatta da Dimitri Buffa nel 1987, un anno prima della sua morte, presa su 999 Gallery.

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Tano Festa, come è iniziata la tua avventura nella vita e nell’arte?
Sono un pittore. Nato a Roma e perciò cattolico, apostolico e romano. Anche se sono in troppi a dirlo. La mia carriera inizia ufficiosamente da bambino. Mi ci ha spinto mio padre che dipingeva per hobby; ufficialmente ho iniziato ad esporre in una collettiva con Angeli, Festa, Schifano e Uncini. Io appartengo a quella che fu, a torto, definita “pop art” italiana. Ora, quello che noi facevamo era popolare, non pop. Gli americani erano “pop artist” perché raffiguravano oggetti di consumo veri e propri come simboli artistici da cui trarre l’ispirazione. Noi italiani siamo stati “popular” perché siamo riusciti, viceversa, a consumare l’arte stessa con le citazioni e le estrapolazioni, come quelle fatte da me sui frammenti michelangioleschi del Giudizio Universale. Jasper Johns, Oldenburg e Wahrol potevano invece bene esprimere l’arte con la bandiera americana, con i barattoli di zuppa e con i pennelli in bronzo. Quegli oggetti più che altri rappresentavano la cultura americana ed era logico e giusto, per loro, enfatizzarli. Ma io dovevo fare i conti con Leonardo e Michelangelo, non mi potevo mica inventare niente.

Che importanza ha avuto, per te, la figura di Andy Wahrol?
Per me il suo periodo più valido rimane quello in cui rappresentava i travestiti negri, gli omosessuali da strada in cui coglie proprio il senso dell’America di quegli anni, tra mito e disperazione. Sono poi gli stessi personaggi che non a caso Lou Reed evocherà in quella canzone, Walk on the Wild Side, che tu sai quanto mi piace, come del resto tutta la musica dei Velvet Underground.

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