CRONACHE DEL (MIO) JUKE-BOX #1

HOLA, ROCK-OLA

Da buon punk di provincia terra terra (o forse sarebbe il caso di dire sotto terra), nella musica ho sempre apprezzato l’urgenza. E cosa c’è di più urgente di un 7” che gira a 45 giri? Gli album spesso mi annoiano, sovente sono zeppi di riempitivi con 3, massimo 4 pezzi buoni circondati per lo più da fuffa. A meno che non si tratti di concept i quali, spero converrete, sono merda prog da cui tenersi a debita distanza. Per questo ho sempre acquistato singoli in vinile, a partire dalla fine degli anni ‘80 e ancor più negli anni ’00 e ’10 complice il juke-box che fa bella mostra nella mia sala: un Rock-Ola 463 del 1976 con 50 dischetti per 100, o più, selezioni. Non un juke-box di particolare valore, intendiamoci. Niente a che vedere con i primi modelli degli anni ’30 e ’40 il cui design era influenzato dall’Art déco, quei grossi affari in legno pregiato che parevano credenze di case nobiliari. E neppure paragonabile ai fantastici modelli degli anni ’50 e ’60 nei quali la facevano da padrone acciaio e plastica con un’estetica che ricordava gli aeroplani e le Cadillac. Tuttavia una gran bella macchina compatta, dal design moderno, quasi pop-art e vagamente sadomaso con quelle pareti laterali ricoperte di vinile lucido.

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Ho sempre subito la fascinazione del juke-box ma la fissa vera e propria m’è venuta a metà degli anni ’90 dopo esser capitato ad una fiera dove c’erano tutti questi luccicanti apparecchi di riproduzione musicale automatica che fanno tanto “Happy Days”. Ho iniziato così ad approfondirne la storia, leggendo e appassionandomi delle alterne e curiose vicende che ne hanno segnato il cammino. In quel periodo stavo per laurearmi e assaporavo già cosa mi sarei regalato per l’occasione, ma non si può essere degli Arthur Fonzarelli per tutta la vita e poi si sa come vanno queste cose. Nel frattempo c’è da tirare a campare, trovarsi un lavoro, assumersi delle responsabilità. E il tempo passa che neanche te ne accorgi. Fatto sta che ho coronato il sogno di avere a casa un vero juke-box una decina d’anni dopo, vale a dire dieci anni fa esatti, che ci avevo l’età di cristo e la fedina nuziale d’oro bianco sull’anulare ancora lucida. Nel momento dell’acquisto è pure accaduta una vicenda comica che stava per sfociare in tragedia rendendomi orfano di padre, magari ve la racconterò in un’altra occasione.

Ricordo l’eccitazione elettrica il pomeriggio che sono andato a ritirarlo, il culo immane che ci siamo fatti a salirlo per le scale in quattro persone, lo stato di trans dei primi giorni quando rimanevo ore a fissare il nuovo ospite che sputava dalle quattro casse musica selvaggia a volumi da spaccare i vetri. A dirla tutta ricordo anche la monnezza che ci ho trovato dentro, ovvero tutti quei dischetti insulsi del Festivalbar biennio ’92-’93  immediatamente accantonati per fare spazio alla musica che mi ha segnato e continua a segnarmi la vita. Il juke-box l’ho subito plasmato a mia immagine e somiglianza, divertendomi un mondo a creare le etichette dei 50 dischi titolari più quelle di un altro centinaio di 45 giri in panchina sempre caldi e pronti a girare. Le colonnine da 10 dischi ciascuna le ho ordinate secondo la logica che mi è parsa più sensata. Nella prima dischetti Sixties; nella seconda roba dei Settanta, per lo più stupefacente punk ’77; nella terza ci ho infilato i miei anni ’80 da cui sono uscito vivo e vegeto (anzi mi hanno salvato proprio la vita); nella quarta alt-rock dei ‘90, la quinta e ultima è occupata da pattume lo-fi punk e weird-garage dei giorni nostri. L’unico strappo l’ho fatto concedendo qualche dischetto a mia figlia (Giro giro tondo, la sigla di Arnold, Pippo Franco, Topo Gigio) per cui è stata sacrificata la quarta colonnina con corollario di paranoie sui dischi da togliere che potete ben immaginare.

BUCO GRANDE VS BUCO PICCOLO

In quel fatidico 2005, anno in cui è entrato a casa il Rock-Ola, ignoravo una questione tutt’altro che secondaria: nei juke-box girano i 45 giri con buco grande, non è sempre così ma nella maggioranza dei casi sì. E la cosa si rilevò un problema, un grosso problema. Che faccio, mi dissi, non ci metto il 7” Freak Scene dei Dinosaur Jr? Suvvia non scherziamo. Se avessi avuto la prima versione del singolo su SST o quella tedesca su Normal non ci sarebbero stati problemi, ma ho la ristampa su Sweet Nothing con quel cazzo di buco piccolo. Così, con l’entusiasmo furioso dei cretini patentati, mi sono lanciato a testa bassa nell’improbabile impresa di allargare il buco con un coltellaccio da cucina. Il risultato è stato che ci ho perso un paio d’ore buone, ho sudato come una pornostar di colore e ho rovinato irrimediabilmente il dischetto in questione. Quella notte sognai pure J Mascis che mi seguiva mentre andavo al lavoro. Pareva Raymond Babbitt in Rain Man ma non diceva una parola e non sapeva neanche fare di calcolo. Nel suo mutismo accusatorio era solo fastidioso. Il danno e il conseguente incubo mi hanno messo addosso una paranoia che è cresciuta in modo esponenziale quando, dopo aver trascorso l’intero pomeriggio a controllarli uno ad uno, mi sono accorto che metà della mia collezione di 45 giri aveva il buco piccolo.

Come fare? Per fortuna, girando in rete, ho trovato e subito acquistato quello che dalle mie parti viene chiamato il fattapposta, un affare specificatamente atto a modificare il buco piccolo dei 45 giri che quelli bravi con l’inglese chiamano hand dinker o hole cutter. È un tipico attrezzo a “T” con la parte finale, l’innesto, che s’infila nel buco piccolo del 45 giri e una lama che ruota a mo’ di compasso per allargare il buco. Il problema non sta nei 45 giri americani che di solito hanno tutti un bel bucone centrale: se avete qualche dischetto della Sub Pop a casa buttateci un occhio. Il casino è al di fuori degli USA dove i 7” hanno di solito il buco piccolo, soprattutto in Inghilterra e Australia. L’utilizzo dell’hand dinker è l’extrema ratio, sia chiaro, perché vai a mangiarti la grafica e le scritte presenti sulla label del dischetto. Lo so bene perché, per infilarli nel juke-box, ho rovinato sette pollici di Jesus And Mary Chain, Cure, Pixies e tanti altri, li mortacci loro, e mi rifiuto di fare lo stesso con alcune perle di Aussie Rock su Citadel o Truetone come lo split Deniz Tek/Radio Birdman, Johnny dei Celibate Rifles o il primo 7” dei Bam Balams.

Il mio juke-box

Ma che storia è questa del buco grande e del buco piccolo? Perché? Be’ la storia è tutto sommato semplice. Nel 1931 la RCA Victor inventò il 33 giri ma fu un fallimento commerciale tale che appena due anni dopo bloccarono la produzione. D’altronde si era nel pieno della Grande Depressione e figuriamoci se la gente poteva spendere per la musica. Solo nel 1939 alla Columbia iniziarono a ripensare a quel progetto per fornire ai consumatori un formato affidabile e poco costoso. Nove anni dopo, nell’estate del 1948, presentarono in via ufficiale il Long Playing a 33 giri, il classico 12 pollici con buco piccolo al centro dell’etichetta, o label che dir si voglia. Alla RCA la cosa non andò giù e di tutta risposta tirarono fuori il 45 giri del diametro di 7 pollici con la particolarità del buco grande centrale. Lo immisero sul mercato l’anno seguente in pompa magna con tanto di impiantini ad hoc per la loro riproduzione che non contemplavano la possibilità di ascoltarci sopra i 33 giri con buco piccolo. Il buco grande fu adottato quindi per questioni commerciali, per cercare di annientare la concorrenza, niente più e niente meno. Tant’è che tra le due Compagnie iniziò una cruenta battaglia durata almeno un paio d’anni nei quali gli ascoltatori americani brancolarono nel buio non capendo quale fosse il formato migliore per ascoltare musica. La verità è che non c’era un formato migliore dell’altro tra il 7” a 45 rpm e il 12” a 33 rpm, figuriamoci se potevano incidere le dimensioni del buco centrale. A onor del vero in seguito si disse che la scelta del buco grande nei 7” aveva alcuni vantaggi, ad esempio facilitava la presa da parte del braccio meccanico e il conseguente alloggiamento sul piatto dei juke-box, oppure che rendeva più comodo prenderli con le mani senza toccare i bordi del vinile con le dita, anche nel caso di più dischi insieme.

IL JUKE BOX DEL DIAVOLO

In molti hanno subito e continuano a subire la fascinazione del juke-box nell’ambito del garage e del punk (con prefissi e suffissi a scelta), del r’n’r non ammaestrato e fuori fuoco che piace a noi, insomma. Parlo di semplici appassionati come me e soprattutto di artisti ed etichette. Qualche operazione discografica puzza di bieco marketing sull’onda del sempre remunerativo effetto nostalgia, altre sembrano dettate da una passione sincera: per stare ai giorni nostri penso alle prime venti uscite della Trouble In Mind Records di Chicago, tutti 45 giri con buco grande avvolti dalla “sleeve” generica forata con il logo dell’etichetta.

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Ma facciamo un bel passo indietro. Mentre si stavano gettando le basi per abbattere il muro di Berlino, una cellula anglo-americana di terroristi sonici lo stava invece erigendo un muro. Un bel muro di suono. Ad ottobre del 1989 la Blast First diede alle stampe su vinile, cd e cassetta una rumorosissima compilation, non a caso ribattezzata “complication”, intitolata Nothing Short of Total War. La raccolta, con una tracklist un po’ diversa e dall’inequivocabile titolo The Devil’s Jukebox, è stata stampata anche in uno spettacolare cofanetto in simil velluto con dentro 10 sette pollici. Due le versioni disponibili: quella americana in 1.500 copie e quella inglese in 3.000 copie. Il cofanetto è nero e in entrambe le edizioni c’è la stessa grafica, ma nella prima compare in copertina la scritta “Blast First U.S.” con un lettering multicolore a mo’ di arcobaleno, mentre nella seconda il lettering è di un bellissimo rosso sangue rappreso. Ok, queste sono menate per collezionisti che ci interessano fino ad un certo punto. Mi interessa però farvi notare la bizzarria della questione buco grande/buco piccolo. Trattandosi di una edizione che richiama esplicitamente il juke-box, ci si aspetterebbe il buco grande. Manc po’ cazz’, come direbbero ad Oxford. Le copie della versione USA hanno il fottuto buco piccolo, le inglesi quello grande. E anche questo, attenzione, è contro ogni logica. Si tratta della cosiddetta eccezione che confermerà pure la regola ma rompe anche un po’ i coglioni. Come detto in precedenza, infatti, sarebbe dovuto essere il contrario poiché di norma i 45 giri americani hanno il buco grande, mentre le stampe inglesi e australiane il buco piccolo. Va be’, d’altronde come dicono in molti “che ti puoi aspettare dall’unico popolo che guida a destra?”.

In The Devil’s Jukebox c’è musica noise per dervisci allucinati. Non proprio la musica più gettonata, niente a che vedere con la leggerezza dozzinale che fuoriusciva dai juke-box che ascoltavamo da ragazzi succhiando Fior di Fragola in spiaggia. Nella compilation della Blast First c’è la crema andata a male di noti dinamitardi del rumore che hanno raggiunto la prima linea dell’alternative rock a stelle e strisce. Dai Sonic Youth, anche nella variante con gli scaldamuscoli fluo Ciccone Youth, ai Big Black; dai Butthole Surfers ai Dinosaur Jr; dai Rapeman fino alle Lunachicks. Con loro padri nobili e free come Sun Ra e zii avanguardisti del calibro di Glenn Branca, nonché interessanti meteore tipo gli inglesi A.C. Temple e i Beme Seed di Kathleen Lynch, quella mezza matta che (s)ballava nuda nei Butthole Surfers nella seconda metà degli anni ’80.

OH SUSANNA NON PIANGERE PERCHÉ IL JUKE-BOX È TUTTO PER TE

Robert Poss

Nel diabolico pentolone sguazza anche la creatura dell’eclettico pioniere noise Robert Poss che, avendo imbarcato ben tre Susanne nella gruppo, scelse la ragione sociale Band of Susans, fuorviante e un filo demenziale a dispetto della musica e delle intenzioni serissime dell’autore. Per finire in bellezza l’articolo ho contattato l’uomo che ha fatto suo il motto “Distorsion is Truth” e gli ho posto un paio di domande, partendo dai ricordi giovanili che lo legano al fantastico apparecchio di riproduzione musicale automatica: “Quando ero ragazzino nei ristorantini, nei diners, c’erano spesso dei piccoli juke-box, di solito con dentro i successi pop del momento. Ad essere sincero non li utilizzavo molto, solo di tanto in tanto ci mettevo un centesimo o un quarto di dollaro, spingevo il bottone e selezionavo la canzone che volevo ascoltare. Erano apparecchi elettromeccanici che riproducevano musica registrata su 7” in vinile… a pensarci oggi sembra una cosa primitiva, solo un passo avanti ai Flintstones”. Appena nei juke-box ci è finita la sua musica però il buon Robert li ha utilizzati un po’di più, a quanto pare: “Ricordo che negli anni ’80, quando ho iniziato ad avere i miei primi dischi fuori, era emozionante andare nei localini dell’East Village, selezionare una delle mie canzoni nel juke-box e stare lì a vedere la reazione della gente”. È bene specificare che il nostro sperimentatore della sei corde non si riferisce solo ai Band of Susans ma anche ai Tot Rocket And The Twins, la sua prima band power-pop punk, che proprio nel 1980 esordì con il 7” Reduced/Fun Fades Fast In The USA. Per la cronaca il loro unico 12” Television Rules è stato pubblicato postumo nel 2005 dalla nostra sorella punk Rave Up Records. Ma facciamolo andare avanti, il buon Robert: “Va da sé che il materiale dei To Rocket e dei Band Of Susans non era masterizzato allo stesso modo di molte altre canzoni presenti nell’apparecchio, quindi i nostri dischi non avevano l’impatto sonoro delle hit dei nomi più grandi. Devo dire che era molto divertente ascoltare dal juke-box i dischi degli amici, dei colleghi e delle altre band del tempo”. Un’altra curiosità, o sega mentale per i collezionisti se preferite, è che nella versione cassetta e in alcune delle versioni su cd della compilation il gruppo compare con il pezzo Throne of Blood, mentre nel cofanetto di 7” c’è Hope Against Hope, la title track del loro primo album uscito l’anno prima: “Pensai subito che quella del box set di sette pollici fosse una grande idea. Fummo lieti e, ti dirò, anche onorati di essere inclusi. Mi pare di ricordare che io e Susan Stenger scegliemmo Hope Against Hope per il cofanetto dopo esserci consultati con Paul Smith, il boss della Blast First”. Altra particolarità di The Devil’s Jukebox sta nel fatto che a parte i singoli di Sonic Youth, Big Black e Head of David, gli altri sono tutti 7” split. Il Gruppo delle Susanne, ad esempio, condivide il vinile con gli A.C. Temple. Prima di salutarlo chiedo a Robert che ricordi ha della band inglese: “Per quanto mi riguarda sono stati una delle grandi band a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90”. I ragazzi di Sheffield hanno chiuso baracca a e burattini nel 1993, “abbiamo suonato assieme qualche volta, eravamo buoni amici. Quando uscirono mi colpirono molto i loro primi due album, così come le loro esibizioni dal vivo. Avevano un grande interplay chitarristico, una grande voce e un ottimo songwriting… un pacchetto completo, insomma. Dovrebbero proprio essere riscoperti”. Li riscopriremo, Robert. I lettori di questa zine sono abituati a tirar fuori le salme da sotto terra, al netto degli hipster, degli invasati, degli snob al contrario che pensano di far parte di una tribù di eletti e degli ottusi estremisti che Ty Segall è diventato una merda da quando fa i dischi su Drag City. Gentaglia peggio dei fan dei Muse, che temo bazzichi anche questi lidi.

Band of Susans

La prima puntata delle Cronache del (mio) juke-box è apparsa sul n. 2 della bella Rock Zine SOTTO TERRA di giugno 2015.

Who the fuck is Billy Karloff?

Sul numero 8 di Sottoterra, fresco di stampa tipografica (e che stampa!), c’è una nuova puntata delle “Cronache del (mio) juke-box”. Precisamente la terza puntata, che è un po’ diversa dalle precedenti. Stavolta mi sono divertito a ciarlare del juke-box che entra nei dischi, passando in rassegna le copertine e una quarantina di canzoni che lo celebrano dagli anni ’50 ad oggi. Canzoni spesso oscure, mi pare pleonastico ribadirlo, da Radio Jukebox and TV di Jimmy Donley a The Jukebox Will Cure My Ills di Al Bird Dirt, passando per Human Jukebox degli Scientists e Jukebox Lean dei New Bomb Turks. Ne avrò dimenticate diverse, questo è certo, ma mi spiace in particolare non aver citato Juke Box Hit che chiude The Maniac, il primo e unico album della Billy Karloff Band.

Cerco di rimediare subito con qualche flash su questo vecchio punk londinese, che in realtà nasce come John Osborn. Nella seconda metà degli anni ’70 si è ribattezzato Billy Karloff in onore dell’attore di film horror Boris Karloff. L’esordio è del 1978 con il singolo bomba Crazy Paving di cui si ricorda di più il lato B Back Street Billy: un pezzone in seguito coverizzato dai The Business. Sempre nel ’78 è uscito il già citato album The Maniac, curiosamente pubblicato solo in Spagna, Germania e Svezia.

A cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 John Osborn/Billy Karloff sembrava potercela fare. Iniziò a collaborare coi Damned e nel 1981 pubblico l’album Let Your Fingers Do The Talking a nome Billy Karloff & The Extremes addirittura su Warner Bros.

Ma è rimasta una meteora. Una splendida meteora che ancora calca i palchi di mezzo mondo (soprattutto le periferie del mondo) sventolando il vessillo, invero un po’ sbiadito e farlocco, del glorioso punk inglese.

 

Festival Beat 2016, un racconto di famiglia

L’entusiasmante esperienza del 2015 (di cui ho scritto su rumoremag.com) mi ha convinto a tornare al Festival Beat. Lo scorso anno mi ero sentito in famiglia quindi ‘sta volta ho deciso di tornarci con la mia vera famiglia, Barbara e Martina: una grande moglie e una piccola-grande figlia. Ci portiamo dietro anche il figlioletto adottivo Andare in cascetta per presentarlo in società.

VENERDI 1 LUGLIO

Neanche il tempo di varcare la soglia dell’Hotel Regina che alle 14:00 Martina già freme per andare in piscina. La accontentiamo subito, faccio giusto un salto in camera e m’infilo sotto la doccia ché con 500 Km sul groppone puzzo come un capriolo del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

Circa tre ore dopo, nuovamente docciato (alla faccia di chi ritiene che i punk siano dei zezzoni), incontro il cattivo maestro e amico Luca Frazzi. È sempre un piacere rivedere le persone che stimo, e tra queste Luca è sul podio. La stima nei suoi confronti accresce ancor più quando mi confessa qual è l’esplosivo lavoro che svolge ora. Insieme intratteniamo gli astanti del Cafè Desiree parlando di rock and roll di carta. Io della raccolta di microracconti Andare in cascetta che ho curato e (auto)prodotto assieme al compagno Maximiliano Bianchi. Lui di Sottoterra, la rock zine che dirige è che di fatto è il secondo lavoro esplosivo di Luca in questo periodo della sua vita.

Manuel Graziani, Luca Frazzi

La presentazione a braccio, estemporanea, va oltre le mie aspettative. Mi rassicura la presenza della delegazione del vero Abruzzo garage-punk composta dagli amici di bagordi e r’n’r Max Garage, Il Sindaco, Fiorindo e i due Davide. Vedo le persone sorridere. E sorrido anch’io sotto i Rayban da sole graduati che mi fanno assumere le sembianze della cieca di Sorrento. Alla fine delle chiacchiere stringo mani a brava gente che si mette una mano sul cuore e l’altra sul portafogli comprando il libretto: la tenera Tiziana, Fabio Avaro, Moreno de Gli Avvoltoi, Tony Borlotti (senza i suoi Flauers), i grandi Bradipos IV e quella che ho ribattezzato la donna cannone, una corpulenta anziana che acquista anche la cassetta allegata dicendomi che è per suo nipote, un musicista serio che suona con De Gregori.

Un paio di aperitivi e arriviamo al Devil’s Den Pub dove i Cut hanno appena finito il loro set che mi dicono essere stato una martellata sulle gengive. Non ho alcun dubbio, ché stiamo parlando di uno dei migliori gruppi r’n’r italiani, devastanti dal vivo. Saluto l’amico Ferruccio e mi scuso per non esser riuscito a passare prima.

Dopo poco siamo nell’area concerti di Ponte Ghiara assieme a Marco Turci (The Chronics, Monogawa Dj Crew, ecc.) e alla sua splendida famiglia. Con i braccialetti gialli stretti al polso saltiamo la fila per la gioia gonfia di orgoglio dei nostri figli illusi di avere dei padri che contano. In realtà, non me ne voglia Marco, entrambi contiamo come il due di coppe quando comanda bastoni.

Io e mia figlia Martina ci mangiamo un hot dog vegano. Ci piace. Ci abbracciamo. Ridiamo. Nel frattempo sale sul palco Rolando Bruno che esteticamente è un incrocio tra Ramón Díaz e Calcutta. L’argentino è proprio “un simpatico pazzoide” come dice il libretto del Festival. Indossa un gran bella camicia e imbraccia una ancor più bella chitarra. Ci dà di fuzz, garage, cumbia, tropicalismo, simpatia e un pizzico di rabbia.

Los Retrovisores, foto di Serena Groppelli

Los Retrovisores, foto di Serena Groppelli

Poi tocca agli spagnoli Los Retrovisores, un’allegra banda con tanto di sezione fiati calata dalla testa ai piedi nei Sixties del beat e del r&b più ballerino. Sono dichiaratamente i figli illegittimi di Emilio Baldoví Menéndez, meglio noto come Bruno Lomas, il che in tutta sincerità non mi fa né caldo né freddo. Durante il loro frizzante concerto, agevolato dalla presenza al mixer di Mike Mariconda, mia figlia raggiunge il gazebo dei bimbi dove colora e fa dei lavoretti artigianali. Io e Barbara andiamo sotto il palco e battiamo il piedino a ritmo. La mia signora ha su una tutina a righe che fa pendant con le magliette da marinai Bretoni indossate dagli spagnoli. Il set è gradevole, i ragazzi sono bravi, ci stanno dentro. Sul finire del live, Martina ci raggiunge trotterellando. Con dei bicchieri di carta riciclati, degli stecchini e dei semi ha costruito due maracas. Me le agita sotto il naso tutta contenta. La bacio e le do la buonanotte. Le mie donne se ne tornano in hotel e mi lasciano solo per i due ultimi attesissimi concerti.

L’impatto degli Strollers è ottimo. Di che se ne possa pensare non sono un grande amante del garage canonico, il Farfisa alla lunga mi rompe la minchia, tuttavia devo ammettere che per un attimo torno indietro di 15 anni e rivivo la magia di Falling Right Down! e Captain Of My Ship. Nei primi due-tre pezzi gli svedesi spaccano il culo ai passeri, ma poi si perdono. Ad essere impietosi direi che partono a razzo e finiscono a cazzo. Invero non è proprio così, buttano via la parte centrale e “sbagliano” scaletta. Il problema non è tecnico ma tattico. La pensa più o meno come me anche Claudio Sorge col quale scambio quattro chiacchiere proprio mentre i vecchi ragazzi di Örebro calcano le tavole di Ponte Ghiara. Qui tocca aprire una piccola parentesi: Claudio sarà sempre il “mio direttore”. È stato un piacere conoscerlo di persona visto che, incredibilmente, non ci eravamo mai incontrati prima. Che dire… magie del Festival Beat.

Siamo al gran finale. Gli Allah-Las entrano in scena alla chetichella, quasi in punta di piedi. La loro non è insicurezza ma tranquillità. Sono polleggiatissimi, come direbbero a San Giovanni in Persiceto. Uno stato che mantengono per tutto il concerto e che trasferiscono al pubblico. Almeno io lo percepisco così e mi fa stare bene. Al netto dei rimandi ai Love e a quel mondo lì, il Sixties sound sabbioso dei cinque losangelini è attuale come pochi nella sua perfetta linearità. Roba da tramonto autunnale in spiaggia, seduti sulla sabbia umida a viaggiare con la mente. Quando nel 2012 uscì il primo album omonimo non li compresi sino in fondo. Con Worship The Sun di due anni dopo mi hanno rapito. Stasera mi hanno definitivamente fatto prigioniero. Il cantante e chitarrista ritmico Miles Michaud è la serenità fatta persona, mi piace la sua voce e ha un carisma serafico. Il bassista Spencer Dunham è un tutt’uno col suo Mustang. Il batterista Matthew Correia nel bis infila le maracas e si piazza di fronte al microfono chiudendo in scioltezza il set che mi gusto sino in fondo prima di andare a dormire contento e oltremodo rilassato.

Allah-Las, foto di Serena Groppelli

Allah-Las, foto di Serena Groppelli

SABATO 2 LUGLIO

Scendiamo in strada alla buon’ora agghindati come una famigliola friulana il primo giorno di ferie sulla riviera romagnola. Ci manca solo il materassino gonfiabile della Nivea a forma di saponetta. L’unica differenza sta nell’abbronzatura, d’altronde noi siamo gente di mare che se ne va dove gli pare. Poco dopo le 9:00 arriviamo alla Piscina Leoni e tocca aspettare per buttarci in acqua perché i bagnini non sono ancora al lavoro. Prendiamo sole. Tanto sole. Troppo sole. Ad un certo punto, stordito dalla canicola, mi ritrovo a mollo nella piscinetta dei bambini con Ferruccio dei Cut e Mass dei Female Troubles. La presenza al Festival di Kid Congo Powers ci fa discorrere amabilmente di Cramps, Gun Club e compagnia rantolante, nonostante il principio d’insolazione.

Pranziamo sotto l’ombrellone. Per lasciare ombra alle mie donne, la parte destra della mia zona dorsale rimane alla mercé di Helios. Il dio del sole si accanisce. Me ne accorgo quando rientriamo in hotel attorno alle 17:00. Dallo specchio vedo riflessa una striatura incandescente, praticamente il lampo rosso e blu di Aladdin Sane trapiantato sulla mia schiena.

Giretto in città e spritz defaticante sono d’obbligo in attesa della partita degli Europei Italia-Germania che decidiamo di seguire al Festival. Nel bel mezzo dell’aperitivo vedo Giuliano e Luna della libreria-negozio di dischi Polarville di L’Aquila che inforcano delle belle biciclette color crema: loro due ci hanno capito tutto della vita. Rientrati in hotel prendiamo l’ascensore assieme a Lutz Raeuber della Soundflat. Per rompere il ghiaccio biascico in inglese maccheronico qualcosa sull’imminente match. Lutz mi risponde una cosa tipo “se vinciamo ok, altrimenti siamo felici lo stesso… siamo al Festival Beat!”

La partita sta per iniziare. Come entriamo nell’area festival allungo una copia di Andare in cascetta al patron Gianni Fuso Nerini, che ringrazio per l’ospitalità, e punto il furgoncino vegano dove c’è già una discreta fila. Barbara e Martina vanno a prendere posto vicino al maxischermo.

Elli De Mon, foto di Serena Groppelli

Elli De Mon, foto di Serena Groppelli

È una serata strana, per ovvie ragioni. C’è chi non si schioda dalla partita e chi come me, invece, fa spasmodicamente avanti e indietro tra il palco e il maxischermo. Mia figlia rimane ipnotizzata da Elli De Mon e dal suo gambaletto a sonagli. Guadagna la transenna, ci si piazza sopra e si gusta il breve concerto di una delle migliori one woman band europee. Elisa conferma dal vivo ciò che ho apprezzato nei suoi dischi e ancora prima in quelli delle Almandino Quite DeLuxe. La preferisco quando lambisce le rive del Mississippi piuttosto che quando va in pellegrinaggio sul Gange, ma sono gusti.

I Sick Rose  salgono con una carica spaventosa. Alla fine del primo pezzo l’atletico Luca Re è già tra la gente sotto il palco. Spiace davvero per la concomitanza con la partita perché i torinesi sono a mille e chi è inchiodato di fronte allo schermo si sta perdendo un gran concerto. Stasera stanno celebrando al meglio il trentennale di Faces, il loro esordio da poco ristampato in una bella edizione in vinile che faccio mia all’istante. L’attitudine della Rosa Malata è da incorniciare, il suono è “voluminoso” da grande band quale sono. Come mi fa notare Max Garage, Luca Re ha una voce migliore di quando era giovane e capellone. Mia figlia non ce la fa più per la stanchezza. D’altronde ha solo 7 anni, ascolta i Big Time Rush e ha già resistito abbastanza. Prima di lasciarle andare dico a mia moglie che quei tipi sul palco sono gli autori di Barbara: 10 anni fa ho piazzato nella home page di questo blog i versi “Barbara / Don’t tell me not to fall in love / No matter what you do or say / I’m gonna love you anyway”. Barbara mi bacia. E ci mancherebbe altro.

The Sick Rose, foto di Serena Groppelli

The Sick Rose, foto di Serena Groppelli

La partita va per le lunghe e io continuo a fare su e giù dal palco al maxischermo. Prima che Kid Congo and The Pink Monkey Birds attacchino a suonare passo al banchetto di Sottoterra. Saluto il megadirettore e Joe Fuzz, rivedo Luca Orzi e Sara, scambio due chiacchiere con Lorenzo Belli Capelli. Su Kid Congo è doverosa una premessa: nell’estate del 1990 mi stesero una compilation che conteneva La Historia De Un Amour, pezzo tratto da un EP che penso sia la sua prima uscita solista. Il tipo che mi fece la cassetta aggiunse che Kid era stato il chitarrista dei Gun Club e dei Cramps e che da un po’ stava suonando con Nick Cave. Questo per dire che Brian Tristan (questo il suo vero nome) lo considero un po’ come uno di famiglia.

Il 57enne è elegantissimo nel suo completo a righe avana con tanto di copricapo da Giovani Marmotte. Che sia in serata lo si capisce da come si muove e dalle pillole d’amore che dispensa al pubblico. Purtroppo me lo vedo a spizzichi e bocconi per via dei tempi supplementari e dei rigori. Ma quello a cui assisto è SPETTACOLARE. Il miglior concerto del Festival. Il gruppo è una macchina da guerra con un batterista mostruoso. Kid un entertainer di primissimo livello. Partito dalla spiaggia di Venice Beach e transitato dai cessi luridi del CBGB, oggi è un sardonico soul man delle catacombe, il punto di congiunzione tra Screamin’ Jay Hawkins e Jonathan Richman. E non saprei formulare complimento migliore. Chiude con una versione nostalgica di Sex Beat che mi fa venire brividi pesanti. Guardandomi attorno noto di non essere il solo.

Kid Congo and The Pink Monkey Birds, foto di Serena Groppelli

Kid Congo and The Pink Monkey Birds, foto di Serena Groppelli

I rigori ci puniscono e così la massa pallonara, di cui sono parte, si riversa ammutolita sotto il palco. I Nomads non fanno nulla per tirarci su il morale, spiace davvero dirlo. I vecchi eroi del garage rock scandinavo, in sella da 35 anni tondi tondi, stasera sono spompati. Mi impegno a farmi piacere il set, ma non ce la faccio a mentire a me stesso e dopo 4-5 pezzi mollo l’osso. Ne approfitto per dare un’occhiata tra i banchetti di vinile. Le cose più interessanti a prezzi migliori si trovano da Area Pirata. Mi fermo a chiacchierare con Jacopo e Tiziano, i boss dell’etichetta, da cui scrocco per me e Ferruccio/Cut un passaggio in hotel. Prima di andar via incrocio Fausto e Piera, ovvero Jungle e She Hellcat dei Killer Klown, che stanno di fretta. Scambiamo 2-parole-2, giusto il tempo di dire a Fausto che col supergruppo Lucyfer Sam hanno tirato giù un album della madonna, guarda caso con su impresso il logo di Area Pirata.

PS: è stato un gran bel week-end. Durante il viaggio di ritorno Barbara e Martina mi hanno detto che si sono divertite assai e che il prossimo anno vogliono tornare. “Magari una settimana intera” ha aggiunto mia figlia, “così andiamo alle terme e in piscina tutti i giorni”.

Amo le mie donne. E amo anche il Festival Beat.

Le bellissime foto dei gruppi che vedete sono di Serena Groppelli (dalla pagina Facebook del Festival Beat)

Andare in cascetta al Festival Beat di Salsomaggiore

AIC - Festival Beat 2016

Evitiamo giri di parole: presentare Andare in cascetta al Festival Beat è per me un onore, una ficata, un privilegio. Lo scorso anno mi sono così divertito a Salsomaggiore Terme da buttar giù un report tra il serio e il faceto che, volendo, potete leggere sul sito di Rumore, qui.

Onore, ficata e privilegio che aumentano di molto dato che sarò in compagnia del (mio) cattivo maestro Luca Frazzi che parlerà del numero 6 della sua nuova creatura editoriale Sottoterra, a cui do anch’io il mio piccolo contributo in nome e per conto dell’unica religione che seguo: il rock and roll.

Non ci poteva essere chiusura migliore per il libretto. Sono rimaste pochissime copie di Andare in cascetta e probabilmente quella dell’1 luglio sarà l’ultima presentazione.

PS: questa la gagliarda formazione del Festival Beat 2015 di cui ho cianciato sul report di Rumore. Da sinistra il Sindaco, Max Garage, Davide, io.

Il Sindaco, Max Garage, Davide, io - Festiva Beat 2015