I chiari di luna di Lars

LARS FINBERG
Moonlight Over Bakersfield
(In The Red)

A fine 2017 è uscito come un fulmine a ciel sereno il primo album di Lars Finberg, l’uomo dietro A-Frames e Intelligence: due band che ho amato molto per la capacità di prendere il post-punk e cucinarlo a bagnomaria nel lo-fi con la maestria di cuochi stellati e l’impudenza nervosa di Mark E. Smith dei Fall. Non è un caso che nel 2000 il nostro abbia messo su una piccola etichetta battezzata Dragnet Records.

Sfuggendo dalle facili classificazioni, nel corso del tempo Lars Aldric Finberg si è creato una cifra stilistica precisa e riconoscibile. È un artista curioso, aperto alle collaborazioni e mai troppo sicuro di se stesso (diciamo anche un po’ depresso), il che me lo rende simpatico a prescindere. Per dire: è uno che ha messo lo zampino negli Oh Sees, di recente si è ributtato nell’interessante collettivo Puberty e per questo esordio solista si è affidato a Ty Segall di cui ha detto: “Mi si sono storte le dita per quante tastiere mi ha costretto a suonare e gli avrei strappato volentieri un ciuffo di capelli quando sparava il mix in cuffia a volume esagerato. A parte questo, durante la lavorazione dell’album ci siamo fatti un sacco di risate e vedere Ty con una grande tazza di cacao in mano seduto su una comoda sedia di legno ha reso l’atmosfera molto rilassata”.

Moonlight Over Bakersfield, per chi se lo stesse chiedendo, è il suo album “cantautorale”, intendendo l’aggettivo tra mille virgolette. Una roba art lounge no wave punk, tastierosa, bizzarra e stretta nella morsa della malinconica: penso a pezzi gonfi di spleen come Iffy Love dove Ty Segall presta la voce o alla rarefatta Ambiverts che squarcia il cielo plumbeo con una batteria tonante e chitarre stratificate. Ma d’altronde, come detto in apertura, Lars ha sempre imboccato percorsi trasversali. Ascoltando l’interludio Myopic Blue Heaven ho subito pensato a dei Tame Impala sotto metadone in overdose di vocoder; con la conclusiva Alone Alas si è materializzata di fronte ai miei occhi miopi la gustosa immagine di Kevin Parker preso a calci nel culo da quel vecchietto di Ennio Morricone. In Born Shopping irrompono nientemeno che i B-52’s per via della voce di Lauren Marie Mikus. Blaxploitation, surf, sirene mediche, bassi pulsanti e melodia dilatata fanno di Empty Network un gran pezzo. Isle Of Lucy spinge con chitarre ovali a tutto fuzz e, ancora, la voce di Ty. A proposito del biondino californiano, c’è pure Mikal Cronin al sax elefantiaco in Benevolent Panic e nel pezzo d’apertura Permanent Prowl.

Nuovo 7”, nuovo video e nuovo tour dei Nuovo Berlino

Una serranda abbassata di un comune garage. All’interno tre ragazzi suonano una canzone altrettanto comune, proprio come le loro facce. È il video, spartanissimo, di Quarantine, title track del nuovo 7” dei New Berlin marchiato Goodbye Boozy. Meno di un minuto e mezzo di wave secca che guarda al (post) punk e al (no) budget rock. Segue la cover disossata di Teenage Werewolf dei Cramps, ma questa la ascolterete quando il 7” sarà disponibile: presumo roba di giorni.

I New Berlin sono un giovane trio di McAllen, cittadina della Contea di Hidalgo, che si trova sulla punta meridionale del Texas al confine con il Messico. Il cantante e chitarrista Michael Flanagan ha iniziato da solo nell’estate del 2015, alla fine dell’anno la formazione si è assestata come trio con l’ingresso di Gustavo Martinez al basso e Andrew Richardson alla batteria. L’anno seguente è uscito il loro primo 7” flexi per la Super Secret Records di Austin. I due pezzi del singolo, tra cui la cover di The Drawback dei Warsaw, sono finiti anche nell’album d’esordio Basic Function, pubblicato a fine 2016 dalla tedesca Erste Theke Tonträger. Dell’ellepì, che mi è piaciuto molto, ho scritto sul numero di Rumore di dicembre.

I New Berlin saranno in Europa dal 17 al 27 maggio. Quattro le date in Italia: il 21 a Rovereto, il 23 al Sound di Teramo, il 24 al Fanfulla di Roma, il 25 a Parma.

Santo & Johnny, Santo Barbaro, Santo subito

SANTO BARBARO
Geografia di un corpo
(diNotte)

santobarbaro_geografiadiuncorpoQualche giorno fa mi è capitato di rimettere sul piatto uno dei primi singoli di Santo & Johnny, il celeberrimo Sleep Walk/All Night Diner del ’59 a cui mi sono subito abbandonato lasciandomi cullare. Per assonanza ho pensato al nuovo album dei Santo Barbaro che da circa un mese staziona sopra la piastra per le cassette: posto dove lascio a bagnomaria i cd che mi sono piaciuti per tenerli a portata di mano e orecchie, o quelli che non mi hanno convinto ma a cui sento di dover ridare una chanche.
Geografia di un corpo, terzo o quarto album del duo di Forlì, non lo so di preciso, rientra appieno nella prima categoria poiché mi ha convinto sin dal primo ascolto. Un disco che fa pensare alla solitudine esistenziale di Michel Houellebecq e dei Joy Division. Non il massimo dell’allegria, d’altronde c’è poco da stare allegri. Suonerà retorico eppure mi sento di dire che i Santo Barbaro incarnano alla perfezione questi nostri tempi confusi e alquanto barbari, appunto. E lo fanno con una poetica personale, spingendo il cantautorato verso il baratro, nelle oscure sperimentazioni psych-tribali della wave e del post punk. Pieralberto Valli usa le parole da scrittore vero (qual è, in fondo), col contagocce, giocando di sottrazione e reiterazione immaginifica: penso a Pavlov, Zolfo e soprattutto a Finché c’è vita, un pezzo che i vecchi fan dei vecchi Marlene Kuntz stanno ancora aspettando invano.
Geografia di un corpo è un disco di rock eruttivo, vulcanico, magmatico (che poi sono la stessa identica cosa ma la tripletta rafforza l’idea), dove giganteggiano la virulenza opalescente di Ora il presente e Corpo non menti che mi ha fatto immaginare i CCCP rapiti e costretti a suonare in una balera romagnola degli anni ’70 sotto LSD.
I titolari della sigla Santo Barbaro sono due, il già citato songwriter Pieralberto Valli e Franco Naddei che maneggia l’elettronica. Con l’aiuto di amici per questa occasione sono diventati nove: 2 chitarre, 2 bassi, 2 batterie, 2 percussioni e 1 synth. Una bella squadra di musicisti che si sono chiusi per tre giorni in un casolare di campagna dove hanno registrato live, in presa diretta, gli undici pezzi di questo disco. Che è un gran bel disco, se non lo si fosse ancora capito.

Recensione pubblicata esattamente un mese fa su BLACK MILK di uno dei più bei dischi italiani cantati in italiano dell’anno passato, secondo me.