CRONACHE DEL (MIO) JUKE-BOX #1

HOLA, ROCK-OLA

Da buon punk di provincia terra terra (o forse sarebbe il caso di dire sotto terra), nella musica ho sempre apprezzato l’urgenza. E cosa c’è di più urgente di un 7” che gira a 45 giri? Gli album spesso mi annoiano, sovente sono zeppi di riempitivi con 3, massimo 4 pezzi buoni circondati per lo più da fuffa. A meno che non si tratti di concept i quali, spero converrete, sono merda prog da cui tenersi a debita distanza. Per questo ho sempre acquistato singoli in vinile, a partire dalla fine degli anni ‘80 e ancor più negli anni ’00 e ’10 complice il juke-box che fa bella mostra nella mia sala: un Rock-Ola 463 del 1976 con 50 dischetti per 100, o più, selezioni. Non un juke-box di particolare valore, intendiamoci. Niente a che vedere con i primi modelli degli anni ’30 e ’40 il cui design era influenzato dall’Art déco, quei grossi affari in legno pregiato che parevano credenze di case nobiliari. E neppure paragonabile ai fantastici modelli degli anni ’50 e ’60 nei quali la facevano da padrone acciaio e plastica con un’estetica che ricordava gli aeroplani e le Cadillac. Tuttavia una gran bella macchina compatta, dal design moderno, quasi pop-art e vagamente sadomaso con quelle pareti laterali ricoperte di vinile lucido.

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Ho sempre subito la fascinazione del juke-box ma la fissa vera e propria m’è venuta a metà degli anni ’90 dopo esser capitato ad una fiera dove c’erano tutti questi luccicanti apparecchi di riproduzione musicale automatica che fanno tanto “Happy Days”. Ho iniziato così ad approfondirne la storia, leggendo e appassionandomi delle alterne e curiose vicende che ne hanno segnato il cammino. In quel periodo stavo per laurearmi e assaporavo già cosa mi sarei regalato per l’occasione, ma non si può essere degli Arthur Fonzarelli per tutta la vita e poi si sa come vanno queste cose. Nel frattempo c’è da tirare a campare, trovarsi un lavoro, assumersi delle responsabilità. E il tempo passa che neanche te ne accorgi. Fatto sta che ho coronato il sogno di avere a casa un vero juke-box una decina d’anni dopo, vale a dire dieci anni fa esatti, che ci avevo l’età di cristo e la fedina nuziale d’oro bianco sull’anulare ancora lucida. Nel momento dell’acquisto è pure accaduta una vicenda comica che stava per sfociare in tragedia rendendomi orfano di padre, magari ve la racconterò in un’altra occasione.

Ricordo l’eccitazione elettrica il pomeriggio che sono andato a ritirarlo, il culo immane che ci siamo fatti a salirlo per le scale in quattro persone, lo stato di trans dei primi giorni quando rimanevo ore a fissare il nuovo ospite che sputava dalle quattro casse musica selvaggia a volumi da spaccare i vetri. A dirla tutta ricordo anche la monnezza che ci ho trovato dentro, ovvero tutti quei dischetti insulsi del Festivalbar biennio ’92-’93  immediatamente accantonati per fare spazio alla musica che mi ha segnato e continua a segnarmi la vita. Il juke-box l’ho subito plasmato a mia immagine e somiglianza, divertendomi un mondo a creare le etichette dei 50 dischi titolari più quelle di un altro centinaio di 45 giri in panchina sempre caldi e pronti a girare. Le colonnine da 10 dischi ciascuna le ho ordinate secondo la logica che mi è parsa più sensata. Nella prima dischetti Sixties; nella seconda roba dei Settanta, per lo più stupefacente punk ’77; nella terza ci ho infilato i miei anni ’80 da cui sono uscito vivo e vegeto (anzi mi hanno salvato proprio la vita); nella quarta alt-rock dei ‘90, la quinta e ultima è occupata da pattume lo-fi punk e weird-garage dei giorni nostri. L’unico strappo l’ho fatto concedendo qualche dischetto a mia figlia (Giro giro tondo, la sigla di Arnold, Pippo Franco, Topo Gigio) per cui è stata sacrificata la quarta colonnina con corollario di paranoie sui dischi da togliere che potete ben immaginare.

BUCO GRANDE VS BUCO PICCOLO

In quel fatidico 2005, anno in cui è entrato a casa il Rock-Ola, ignoravo una questione tutt’altro che secondaria: nei juke-box girano i 45 giri con buco grande, non è sempre così ma nella maggioranza dei casi sì. E la cosa si rilevò un problema, un grosso problema. Che faccio, mi dissi, non ci metto il 7” Freak Scene dei Dinosaur Jr? Suvvia non scherziamo. Se avessi avuto la prima versione del singolo su SST o quella tedesca su Normal non ci sarebbero stati problemi, ma ho la ristampa su Sweet Nothing con quel cazzo di buco piccolo. Così, con l’entusiasmo furioso dei cretini patentati, mi sono lanciato a testa bassa nell’improbabile impresa di allargare il buco con un coltellaccio da cucina. Il risultato è stato che ci ho perso un paio d’ore buone, ho sudato come una pornostar di colore e ho rovinato irrimediabilmente il dischetto in questione. Quella notte sognai pure J Mascis che mi seguiva mentre andavo al lavoro. Pareva Raymond Babbitt in Rain Man ma non diceva una parola e non sapeva neanche fare di calcolo. Nel suo mutismo accusatorio era solo fastidioso. Il danno e il conseguente incubo mi hanno messo addosso una paranoia che è cresciuta in modo esponenziale quando, dopo aver trascorso l’intero pomeriggio a controllarli uno ad uno, mi sono accorto che metà della mia collezione di 45 giri aveva il buco piccolo.

Come fare? Per fortuna, girando in rete, ho trovato e subito acquistato quello che dalle mie parti viene chiamato il fattapposta, un affare specificatamente atto a modificare il buco piccolo dei 45 giri che quelli bravi con l’inglese chiamano hand dinker o hole cutter. È un tipico attrezzo a “T” con la parte finale, l’innesto, che s’infila nel buco piccolo del 45 giri e una lama che ruota a mo’ di compasso per allargare il buco. Il problema non sta nei 45 giri americani che di solito hanno tutti un bel bucone centrale: se avete qualche dischetto della Sub Pop a casa buttateci un occhio. Il casino è al di fuori degli USA dove i 7” hanno di solito il buco piccolo, soprattutto in Inghilterra e Australia. L’utilizzo dell’hand dinker è l’extrema ratio, sia chiaro, perché vai a mangiarti la grafica e le scritte presenti sulla label del dischetto. Lo so bene perché, per infilarli nel juke-box, ho rovinato sette pollici di Jesus And Mary Chain, Cure, Pixies e tanti altri, li mortacci loro, e mi rifiuto di fare lo stesso con alcune perle di Aussie Rock su Citadel o Truetone come lo split Deniz Tek/Radio Birdman, Johnny dei Celibate Rifles o il primo 7” dei Bam Balams.

Il mio juke-box

Ma che storia è questa del buco grande e del buco piccolo? Perché? Be’ la storia è tutto sommato semplice. Nel 1931 la RCA Victor inventò il 33 giri ma fu un fallimento commerciale tale che appena due anni dopo bloccarono la produzione. D’altronde si era nel pieno della Grande Depressione e figuriamoci se la gente poteva spendere per la musica. Solo nel 1939 alla Columbia iniziarono a ripensare a quel progetto per fornire ai consumatori un formato affidabile e poco costoso. Nove anni dopo, nell’estate del 1948, presentarono in via ufficiale il Long Playing a 33 giri, il classico 12 pollici con buco piccolo al centro dell’etichetta, o label che dir si voglia. Alla RCA la cosa non andò giù e di tutta risposta tirarono fuori il 45 giri del diametro di 7 pollici con la particolarità del buco grande centrale. Lo immisero sul mercato l’anno seguente in pompa magna con tanto di impiantini ad hoc per la loro riproduzione che non contemplavano la possibilità di ascoltarci sopra i 33 giri con buco piccolo. Il buco grande fu adottato quindi per questioni commerciali, per cercare di annientare la concorrenza, niente più e niente meno. Tant’è che tra le due Compagnie iniziò una cruenta battaglia durata almeno un paio d’anni nei quali gli ascoltatori americani brancolarono nel buio non capendo quale fosse il formato migliore per ascoltare musica. La verità è che non c’era un formato migliore dell’altro tra il 7” a 45 rpm e il 12” a 33 rpm, figuriamoci se potevano incidere le dimensioni del buco centrale. A onor del vero in seguito si disse che la scelta del buco grande nei 7” aveva alcuni vantaggi, ad esempio facilitava la presa da parte del braccio meccanico e il conseguente alloggiamento sul piatto dei juke-box, oppure che rendeva più comodo prenderli con le mani senza toccare i bordi del vinile con le dita, anche nel caso di più dischi insieme.

IL JUKE BOX DEL DIAVOLO

In molti hanno subito e continuano a subire la fascinazione del juke-box nell’ambito del garage e del punk (con prefissi e suffissi a scelta), del r’n’r non ammaestrato e fuori fuoco che piace a noi, insomma. Parlo di semplici appassionati come me e soprattutto di artisti ed etichette. Qualche operazione discografica puzza di bieco marketing sull’onda del sempre remunerativo effetto nostalgia, altre sembrano dettate da una passione sincera: per stare ai giorni nostri penso alle prime venti uscite della Trouble In Mind Records di Chicago, tutti 45 giri con buco grande avvolti dalla “sleeve” generica forata con il logo dell’etichetta.

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Ma facciamo un bel passo indietro. Mentre si stavano gettando le basi per abbattere il muro di Berlino, una cellula anglo-americana di terroristi sonici lo stava invece erigendo un muro. Un bel muro di suono. Ad ottobre del 1989 la Blast First diede alle stampe su vinile, cd e cassetta una rumorosissima compilation, non a caso ribattezzata “complication”, intitolata Nothing Short of Total War. La raccolta, con una tracklist un po’ diversa e dall’inequivocabile titolo The Devil’s Jukebox, è stata stampata anche in uno spettacolare cofanetto in simil velluto con dentro 10 sette pollici. Due le versioni disponibili: quella americana in 1.500 copie e quella inglese in 3.000 copie. Il cofanetto è nero e in entrambe le edizioni c’è la stessa grafica, ma nella prima compare in copertina la scritta “Blast First U.S.” con un lettering multicolore a mo’ di arcobaleno, mentre nella seconda il lettering è di un bellissimo rosso sangue rappreso. Ok, queste sono menate per collezionisti che ci interessano fino ad un certo punto. Mi interessa però farvi notare la bizzarria della questione buco grande/buco piccolo. Trattandosi di una edizione che richiama esplicitamente il juke-box, ci si aspetterebbe il buco grande. Manc po’ cazz’, come direbbero ad Oxford. Le copie della versione USA hanno il fottuto buco piccolo, le inglesi quello grande. E anche questo, attenzione, è contro ogni logica. Si tratta della cosiddetta eccezione che confermerà pure la regola ma rompe anche un po’ i coglioni. Come detto in precedenza, infatti, sarebbe dovuto essere il contrario poiché di norma i 45 giri americani hanno il buco grande, mentre le stampe inglesi e australiane il buco piccolo. Va be’, d’altronde come dicono in molti “che ti puoi aspettare dall’unico popolo che guida a destra?”.

In The Devil’s Jukebox c’è musica noise per dervisci allucinati. Non proprio la musica più gettonata, niente a che vedere con la leggerezza dozzinale che fuoriusciva dai juke-box che ascoltavamo da ragazzi succhiando Fior di Fragola in spiaggia. Nella compilation della Blast First c’è la crema andata a male di noti dinamitardi del rumore che hanno raggiunto la prima linea dell’alternative rock a stelle e strisce. Dai Sonic Youth, anche nella variante con gli scaldamuscoli fluo Ciccone Youth, ai Big Black; dai Butthole Surfers ai Dinosaur Jr; dai Rapeman fino alle Lunachicks. Con loro padri nobili e free come Sun Ra e zii avanguardisti del calibro di Glenn Branca, nonché interessanti meteore tipo gli inglesi A.C. Temple e i Beme Seed di Kathleen Lynch, quella mezza matta che (s)ballava nuda nei Butthole Surfers nella seconda metà degli anni ’80.

OH SUSANNA NON PIANGERE PERCHÉ IL JUKE-BOX È TUTTO PER TE

Robert Poss

Nel diabolico pentolone sguazza anche la creatura dell’eclettico pioniere noise Robert Poss che, avendo imbarcato ben tre Susanne nella gruppo, scelse la ragione sociale Band of Susans, fuorviante e un filo demenziale a dispetto della musica e delle intenzioni serissime dell’autore. Per finire in bellezza l’articolo ho contattato l’uomo che ha fatto suo il motto “Distorsion is Truth” e gli ho posto un paio di domande, partendo dai ricordi giovanili che lo legano al fantastico apparecchio di riproduzione musicale automatica: “Quando ero ragazzino nei ristorantini, nei diners, c’erano spesso dei piccoli juke-box, di solito con dentro i successi pop del momento. Ad essere sincero non li utilizzavo molto, solo di tanto in tanto ci mettevo un centesimo o un quarto di dollaro, spingevo il bottone e selezionavo la canzone che volevo ascoltare. Erano apparecchi elettromeccanici che riproducevano musica registrata su 7” in vinile… a pensarci oggi sembra una cosa primitiva, solo un passo avanti ai Flintstones”. Appena nei juke-box ci è finita la sua musica però il buon Robert li ha utilizzati un po’di più, a quanto pare: “Ricordo che negli anni ’80, quando ho iniziato ad avere i miei primi dischi fuori, era emozionante andare nei localini dell’East Village, selezionare una delle mie canzoni nel juke-box e stare lì a vedere la reazione della gente”. È bene specificare che il nostro sperimentatore della sei corde non si riferisce solo ai Band of Susans ma anche ai Tot Rocket And The Twins, la sua prima band power-pop punk, che proprio nel 1980 esordì con il 7” Reduced/Fun Fades Fast In The USA. Per la cronaca il loro unico 12” Television Rules è stato pubblicato postumo nel 2005 dalla nostra sorella punk Rave Up Records. Ma facciamolo andare avanti, il buon Robert: “Va da sé che il materiale dei To Rocket e dei Band Of Susans non era masterizzato allo stesso modo di molte altre canzoni presenti nell’apparecchio, quindi i nostri dischi non avevano l’impatto sonoro delle hit dei nomi più grandi. Devo dire che era molto divertente ascoltare dal juke-box i dischi degli amici, dei colleghi e delle altre band del tempo”. Un’altra curiosità, o sega mentale per i collezionisti se preferite, è che nella versione cassetta e in alcune delle versioni su cd della compilation il gruppo compare con il pezzo Throne of Blood, mentre nel cofanetto di 7” c’è Hope Against Hope, la title track del loro primo album uscito l’anno prima: “Pensai subito che quella del box set di sette pollici fosse una grande idea. Fummo lieti e, ti dirò, anche onorati di essere inclusi. Mi pare di ricordare che io e Susan Stenger scegliemmo Hope Against Hope per il cofanetto dopo esserci consultati con Paul Smith, il boss della Blast First”. Altra particolarità di The Devil’s Jukebox sta nel fatto che a parte i singoli di Sonic Youth, Big Black e Head of David, gli altri sono tutti 7” split. Il Gruppo delle Susanne, ad esempio, condivide il vinile con gli A.C. Temple. Prima di salutarlo chiedo a Robert che ricordi ha della band inglese: “Per quanto mi riguarda sono stati una delle grandi band a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90”. I ragazzi di Sheffield hanno chiuso baracca a e burattini nel 1993, “abbiamo suonato assieme qualche volta, eravamo buoni amici. Quando uscirono mi colpirono molto i loro primi due album, così come le loro esibizioni dal vivo. Avevano un grande interplay chitarristico, una grande voce e un ottimo songwriting… un pacchetto completo, insomma. Dovrebbero proprio essere riscoperti”. Li riscopriremo, Robert. I lettori di questa zine sono abituati a tirar fuori le salme da sotto terra, al netto degli hipster, degli invasati, degli snob al contrario che pensano di far parte di una tribù di eletti e degli ottusi estremisti che Ty Segall è diventato una merda da quando fa i dischi su Drag City. Gentaglia peggio dei fan dei Muse, che temo bazzichi anche questi lidi.

Band of Susans

La prima puntata delle Cronache del (mio) juke-box è apparsa sul n. 2 della bella Rock Zine SOTTO TERRA di giugno 2015.

Who the fuck is Billy Karloff?

Sul numero 8 di Sottoterra, fresco di stampa tipografica (e che stampa!), c’è una nuova puntata delle “Cronache del (mio) juke-box”. Precisamente la terza puntata, che è un po’ diversa dalle precedenti. Stavolta mi sono divertito a ciarlare del juke-box che entra nei dischi, passando in rassegna le copertine e una quarantina di canzoni che lo celebrano dagli anni ’50 ad oggi. Canzoni spesso oscure, mi pare pleonastico ribadirlo, da Radio Jukebox and TV di Jimmy Donley a The Jukebox Will Cure My Ills di Al Bird Dirt, passando per Human Jukebox degli Scientists e Jukebox Lean dei New Bomb Turks. Ne avrò dimenticate diverse, questo è certo, ma mi spiace in particolare non aver citato Juke Box Hit che chiude The Maniac, il primo e unico album della Billy Karloff Band.

Cerco di rimediare subito con qualche flash su questo vecchio punk londinese, che in realtà nasce come John Osborn. Nella seconda metà degli anni ’70 si è ribattezzato Billy Karloff in onore dell’attore di film horror Boris Karloff. L’esordio è del 1978 con il singolo bomba Crazy Paving di cui si ricorda di più il lato B Back Street Billy: un pezzone in seguito coverizzato dai The Business. Sempre nel ’78 è uscito il già citato album The Maniac, curiosamente pubblicato solo in Spagna, Germania e Svezia.

A cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 John Osborn/Billy Karloff sembrava potercela fare. Iniziò a collaborare coi Damned e nel 1981 pubblico l’album Let Your Fingers Do The Talking a nome Billy Karloff & The Extremes addirittura su Warner Bros.

Ma è rimasta una meteora. Una splendida meteora che ancora calca i palchi di mezzo mondo (soprattutto le periferie del mondo) sventolando il vessillo, invero un po’ sbiadito e farlocco, del glorioso punk inglese.

 

SottoTerra numero tre… ‘o cess aspetta solo a te

SottoTerra#3_ridÈ appena uscito il terzo numero di SottoTerra, che onestamente non ho ancora capito se si scrive come ho fatto io oppure Sottoterra o Sotto Terra.
L’ingegner Belli, braccio destro del prof. Frazzi che dirige la rock zine, dice che me lo hanno spedito ieri. Quindi sono ancora in attesa di riceverlo e poggiarlo nello stipetto into ‘o cess per leggerlo con calma alla bisogna.
Da contratto non posso riportare nulla qui sopra. Ma posso dire che ho contribuito con una recensioncina e con la seconda puntata di Cronache del (mio) juke-box. Il pezzo è strutturato, come al solito, in quattro sezioni. I titoli sono The Fall (of my father), Il 7” da juke-box, Cassette e cassonetti della spazzatura e Jukebox Explosion. Nella parte relativa a cassette e cassonetti c’è una breve intervista a Ed della bella etichetta Dumpster Tapes di Chicago. Soprattutto ho cianciato del juke-box a cassette, ovvero dello spettacolino che potete vedere nel video.
SottoTerra, Sottoterra, Sotto Terra, o come diavolo si scrive, ha anche un nuovo sito web dove potere facilmente acquistare la zine preferita dei quattro stronzi che ancora seguono il r’n’r dei bassifondi, eccolo: www.sottoterrarockzine.it

 

Passione = Fissazione

La musica è la mia vita. Quantomeno ne è una buona parte. Armeggio con i dischi da sempre. La mia vera passione sono i 45 giri. E da quando ci ho il juke-box in casa la passione si è tramutata non dico in ossessione ma in fissazione sì. A breve ci scriverò qualcosa su questa cosa qui: portate pazienza. Compro e vendo dischi con l’idea di ricomprarne altri. È un circolo virtuoso e anche un po’ vizioso, non lo nego. Ma è anche una continua scoperta e/o riscoperta. Ecco l’ultima infornatina di dischi âgée, con tanto di etichette da juke-box diy.

passione_fissazione

In alto da sinistra:
– CICCIO GRAZIANI Che t’ha fatto ‘sta Roma/La palla: unica prova canora del bomber della Roma che incise il singolo nel 1984 per celebrare le ultime due stagioni in giallorosso che videro la Magica vincere Scudetto e Coppa Italia, nonché giocarsi la finale della Coppa dei Campioni.
– Edizione da juke-box di T Bird/I Go Crazy de I NEW DADA del compianto Maurizio Arcieri, due pezzi di beat-garage incisi nel 1966 che spaccano il culo ancora oggi.
– UGOLINO all’anagrafe Guido Lamberti da Paola, provincia di Cosenza, uno dei primi rocker demenziali italiani. L’amore secondo Matteo/Donne è uno dei suoi ultimi singoli prima di abbandonare la musica e dedicarsi esclusivamente al teatro. Roba alla Rino Gaetano.

Accosciati:
The Punk/Foxy Bitch primo 7” di CHERRY VANILLA del 1977 nell’edizione italiana RCA Victor.
– Edizione italiana per juke-box datata 1966 di It Won’t Be Wrong/Set You Free This Time dei BYRDS. E non aggiungo altro.
Nobody’s Hero/Tin Soldiers singolo apripista del secondo album degli STIFF LITTLE FINGERS nell’edizione italiana che a differenza di quella inglese ha il buco grande da juke-box.

Una cura a 45 giri

7 The Cure x Blog

Con il passare degli anni si diventa nostalgici. Anche un filo ossessivi. C’è chi ripensa a vecchie fidanzate. Io no, col cazzo, m’è bastato e avanzato quel che c’è stato. Ma mi capita di ripensare spesso alle passioni musicali di me ragazzo. Ai CURE, per esempio.

Una soddisfazione, quindi, riuscire a fare mio ‘sto poker di 7” di Robert Smith e compagni senza sganciare un soldo. O meglio, sganciando la stessa identica cifra tirata su dalla vendita di dischetti raccattati in giro di cui non mi fregava niente: due 7” di Mina senza copertina, un 7” edizione Juke Box dei Pooh, il 7” “Lilly/Compagno di scuola” di quella cariatide di Venditti.

Alla fine sono appena entrati in casa, pronti per girare sul mio Rock-Ola, questi quattro 45 giri:

Boys Don’t Cry (new voice-new mix)/Pillbox Tales”, 1986

Just Like Heaven (remix)/Snow In The Summer”, 1987

Lovesong/2 Late”, 1989

Pictures Of You (remix)/Last Dance (live)”, 1990

Se i ragazzi non piangono, nemmeno gli adulti piangono più. Fa un po’ tu.