Tu cavalca, cavalca mio cowboy

THE COWBOYSRoom of Clons (Feel It)

Non di rado con Arturo Compagnoni ci sentiamo per sincerarci di non star scrivendo dello stesso disco per Rumore. Di solito sono io a chiedergli se posso andare con questo o quel gruppo di un paesino sperduto dell’Australia o della profonda provincia americana. Non parlo di roba distribuita ufficialmente in Italia, ma di gruppi che ci andiamo a cercare. Di base, e penso di poter parlare anche a suo nome, siamo degli irriducibili curiosi e nonostante l’età ancora andiamo scrivendo perché ascoltare musica fresca è semplicemente la nostra più grande passione.

Bene, a ‘sto giro – Rumore di maggio – Arturo mi ha fregato sul tempo. In realtà entrambi abbiamo inviato la recensione dello stesso disco e l’ha spuntata lui perché la recensione in questione è inserita nell’ottimo boxino “Indie” che Arturo gestisce da anni.

Mi riferisco a Room of Clons dei Cowboys, gruppo di Bloomington, Indiana, il capoluogo della Contea di Monroe che ha dato i natali anche ai grandi e sottovalutati Gizmos, come ricordavo nella recensione del loro quarto album, Volume 4, finita in testa al mio boxino “Weird RnR” su Rumore di novembre 2017. Esattamente un anno fa, a maggio, 2019, sempre su Rumore scrivevo del loro quinto album, The Bottom Of A Rotten Flower, chiudendo così: “La scrittura è più classica, più a fuoco, gli arrangiamenti non sono telefonati e le dinamiche hanno un ottimo respiro. I ragazzi mettono tanta carne al fuoco, forse troppa, ma che sappiano il fatto loro è indiscutibile”.

Il punto è che i Cowboys dal 2014 hanno pubblicato più di un album l’anno. Una prolificità che indurrebbe ad allentare la presa – è oggettivamente difficile stargli dietro – a maggior ragione per chi come me (e Arturo) si eccita ascoltando nuovi gruppetti di base. Eppure, c’è un eppure, è proprio avvincente seguire passo passo le loro orme perché nello sparigliare le carte in tavola questi ragazzi qui mostrano la classe cristallina dei (cattivi) maestri.

E allora partiamo dall’inizio di Room of Clons, dai 47 secondi strumentali di Clon Time: praticamente una falsa partenza, l’attacco di un pezzo synth punk melodico abortito sul nascere. La vera partenza è il fulmine Wise Guy Algorithm che porta Billy Childish nella sala prove dei PUSA. Molto bene, ma ecco che arriva il primo salto mortale nella calda foschia wave di The Beige Collection e subito dopo lo scherzetto Days che con quel kazoo impertinente non può che fare pensare alla geniale goliardia di Jonathan Richman. Poi tocca alla ballata da accendino al vento A Killing e alla tysegallata dolceamara intitolata Devil Book. L’andazzo lieve, nostalgico, si fa improvvisamente zuccheroso con il gran numero garage pop Martian Childcare che punta dritto all’ahinoi ostracizzato Matthew Melton, finché le spazzole jazzy non accarezzano il rullante in Sweet Mother Earth e s’alza silenziosa la preghiera al pianoforte Ninety Normal Men. E sono solo i primi nove pezzi, ne mancano altri quattro. Per chiudere cito quella che considero la perla più preziosa dell’album: Susie, Susie, la nuova Lola dei Kinks in salsa indie destinata a un sereno insuccesso.

47 morto che parla: i miei migliori album del 2019

Ecco l’immancabile classificone di fine anno. Ho 47 anni e questi sono i 47 album che hanno solleticato di più i miei padiglioni auricolari nel 2019. Di molti ho scritto su Rumore. Ascoltateli, se potete.


1. PIST IDIOTS TICKER (AUTOPRODUZIONE)
“Due EP alle spalle e ora un terzo mini album di sette pezzi che li pone tra i migliori interpreti del garage r’n’r in senso molto lato. Una marea che monta e spazza via tutto”
2. AMYL AND THE SNIFFERS AMYL AND THE SNIFFERS (ROUGH TRADE/ATO)
“Undici pezzi che entrano in tackle scivolato, tagliando letteralmente le gambe. Impossibile abbassare il livello di adrenalina”
3. URANIUM CLUB THE COSMO CLEANERS (STATIC SHOCK)
“La cosa migliore l’ho letta in una recensione che dice: “C’è la netta sensazione che gli Uranium Club si sentano più intelligenti di te”. Non è una sensazione, tantomeno una pretesa, è la verità”
4. TROPICAL FUCK STORM BRAINDROPS (JOYFUL NOISE RECORDINGS/FLIGHTLESS)
“Un miscuglio di chitarrismo sghembo ed elettronica imperfetta, afro beat, soul distopico e spoken word ipnagogici tra ESG e Sleaford Mods con testi alla Kurt Vonnegut”
5. DOTS WEEKEND OFFENDER (SLACK)
“A due anni da Hangin On A Black Hole i mantovani tornano a sorprendere con un secondo album che WOW! Se c’è qualcuno in Italia capace di restituirci i Beastie Boys di Sabotage, innalzando il cazzeggio a disciplina accademica, sono di certo loro”
6. ET EXPLORE ME SHINE (VOODOO RHYTHM)
“Il trio di Harleem, Olanda del nord, fa vibrare space garage psichedelico farcito di fuzz restandosene ai margini. Questo è il primo album in quasi vent’anni d’attività, ma l’attesa è stata pienamente ripagata. Citando il sommo Celenza: Ollolanda che disco!”


7. WIVES SO REMOVED (CITY SLANG)
“Cosa c’è di nuovo? Assolutamente nulla. C’è un gran buttato via nella voce indolente di Jay Beach, c’è della lattiginosa precarietà, c’è il r’n’r dal motore a scoppio, c’è la chitarra singhiozzante, c’è la melodia acidula e lo-fi che sa di canzoni meravigliose di cui non ricordiamo i titoli. C’è che mischiano molto bene le carte”
8. THE STROPPIES WHOOSH! (TOUGH LOVE)
“Gli Stroppies ci fanno ripiombare con tutte le scarpe nel piccolo mondo antico della Flying Nun Records, fatto di armonie garbate ma comunque acidule e graffianti”
9. EDDY CURRENT SUPPRESSION RING ALL IN GOOD TIME (CASTLE FACE)
10. WOLFMANHATTAN PROJECT BLUE GENE STEW (IN THE RED)
11. JEREMY TUPLIN PINK MIRROR (TRAPPED ANIMAL)
“Il cantastorie del Somerset torna sulla terra con un album che pesca con una mano nell’autobiografia con l’altra nei temi sociali. Musica evocativa, spirituale, intensa, eppure estremamente pop e armoniosa. Una rarità trovare nel cantautorato un bilanciamento così compiuto di integrità e mistero, emotività e humour”
12. LOVE TRAP ROSIE (WILD HONEY)
“Poesia minimalista, flusso di coscienza e melodie beatlesiane soffocate nella culla. In lontananza si scorge una sagoma caracollante che fai fatica a capire se è Nick Cave o il sosia anoressico di Elvis”


13. CORNER BOYS WAITING FOR 2020 (DRUNKEN SAILOR)
“I ragazzi dell’angolo pubblicano l’album della conferma, tirando fuori dal cilindro dieci pezzi uno più anthemico dell’altro che stimolano il sistema nervoso simpatico con un punk melodico ma comunque ruvido, capace di tenere costantemente alti i livelli di adrenalina”
14. THE CAVEMEN NIGHT AFTER NIGHT (SLOVENLY)
“Come suonerebbe un gruppo r’n’r dei primi anni 60 completamente sfatto alla festa di una confraternita studentesca incline a iniziazioni violente? Semplice: come i 13 pezzi del quarto album dei selvaggi neozelandesi”
15. SENZABENZA GODZILLA KISS! (BAD MAN/STRIPED)
“Un mix perfetto di freschezza ed esperienza, Ramones da una parte e Beatles dall’altra. Un suono derivativo ma così riconoscibile, anche nella voce di Nando, da essere un marchio di fabbrica. Come cantano in We Never Get Played On The Radio, un mistero che siano rimasti solo un gruppo di culto”
16. DIIV DECEIVER (CAPTURED TRACKS)
17. R.M.F.C. HIVE – VOLUMES 1 & 2 LP (ERSTE THEKE TONTRÄGER)
“L’acronimo sta per Rock Music Fan Club, lui è Buz Clatworthy: un annoiato millennial punk australiano che ha consumato i dischi di Jay Reatard senza farsi le pippe su cos’è punk e cos’è indie”
18. REVEREND BEAT-MAN AND IZOBEL GARCIA BAILE BRUJA MUERTO (VOODOO RHYTHM)
“La musica che vorrei ascoltare quando percorrerò il viale che conduce all’altro mondo”


19. BOOJI BOYS TUBE REDUCER (DRUNKEN SAILOR)
“Immaginate i Guided By Voices che si danno appuntamento con gli Hüsker Dü a casa di Greg Lowery alle prese con le prime prove dei Supercharger in uno scantinato dove campeggia il poster gigante dei Creedence Clearwater Revival”
20. AUSMUTEANTS … PRESENT THE WORLD IN HANDCUFFS (ANTI FADE)
“Un incredibile concept su un poliziotto violento. Da Hate The Police dei Dicks a Police Story dei Black Flag, il punk ha denunciato spesso la brama di controllo, la corruzione e l’abuso di potere delle forze dell’ordine. Ma questo è un quadruplo salto mortale e mezzo carpiato”
21. ALLAH-LAS LAHS (MEXICAN SUMMER)
22. SANTAMUERTE KONOKONO (GO DOWN/MIACAMERETTA)
“Il gruppo di Mola di Bari ha alzato l’asticella. È evidente sin dalla botta d’elettricità hard garage My Pills più Oh Sees che Black Lips, a cui i nostri sono spesso accostati”
23. SURF CURSE HEAVEN SURROUNDS YOU (DANGER COLLECTIVE)
“Non sono un grande fan dell’indie pop edulcorato da cameretta, eppure questi due mi hanno rapito con la loro eleganza epica d’altri tempi
24. UV RACE MADE IN CHINA (AARGHT!)
“Falce e martello nel centrino del vinile, inserto con testi in cinese, una copertina che sembra opera di Remo Squillantini risucchiato dalle pagine di Bret Easton Ellis. Gli Uv Race sono una delle più strane band australiane di area post punk”


25. GOOFY AND THE GOOFERS EDILPITTURE ORLANDI & F.LLI OMEZZOLLI (WALKMAN)
“Otto pezzi come sampietrini punk in mezzo a una gragnòla di wah wah, decelerazioni funk, coretti dall’armonia acidula soffocati dagli spasimi, noise blues a doppi giri e solenne melodia weird”
26. THE ORWELLS THE ORWELLS (AUTOPRODUZIONE)
27. THE WORLD REDDISH (MICROMINIATURE/LUMPY)
“I World sono un bizzarro collettivo artistico di Oakland a trazione femminile, delle tre donne in formazione una suona persino due ridicoli bonghetti e un campanaccio con le bacchette”
28. THE COWBOYS THE BOTTOM OF A ROTTEN FLOWER (FEEL IT)
“Melodia a catinelle, echi Paisley Underground, chitarre acustiche, surf, falsetti e la malinconia sottopelle di un Townes Van Zandt cresciuto a botte di hardcore punk”
29. RAVI SHAVI BLACKOUT DELUXE (ALMOST READY)
“La miscela di classic punk, indie moderna e new wave con una botta di r’n’r fa dei Ravi Shavi la punta più acuminata del garage pop di oggi”
30. THE HECK WHO? (DIRTY WATER)
“Un’idea di garage punk sonico e affilatissimo così lontano così vicino dai padri del genere”


31. FONTAINES D.C. DOGREL (PARTISAN)
32. TH DA FREAK FREAKENSTEIN (HOWLIN’ BANANA/BORDEAUX ROCK/FLIPPIN’ FREAKS)
“Il ragazzo di Bordeaux tesse un album di psichedelia indie pop dai colori autunnali, notevole per la scrittura mai fuori misura e per la giocosa saudade in filigrana”
33. UNOAUNO BARAFONDA (RIBESS)
“Rispetto al promettente esordio sono evoluti senza spostarsi di un millimetro. Mi spingo a dire che sono tra i più credibili’parlatori rock’ italiani degli ultimi vent’anni”
34. UROCHROMES TROPE HOUSE (WHARF CAT)
“Il duo chitarra, voce e drum machine del Massachusetts finalmente incanala la violenza hardcore e post punk dentro un vero album che è un campo minato con schegge di sperimentazione a mo’ di dardi infuocati”
35. INUTILI NEW SEX SOCIETY (AAGOO)
“Gli Inutili sono ancora uno dei segreti meglio custoditi del nostro rock alternativo. Certo non aiuta l’indole appartata e un’attitudine free punk che s’infrange sugli spigoli acuminati del noise d’avanguardia”
36. CEREAL KILLER BEGINNING AND END OF CEREAL KILLER! (ANTI FADE/DRUNKEN SAILOR)
“Un album hardcore punk profondamente moderno, arcigno, storto, lo-fi. Un paio di punti in più perché coglionano il prossimo appellandosi Geelong stadium rock band


37. ANDY HUMAN & THE REPTOIDS PSYCHIC SIDEKICK (TOTAL PUNK)
“Post punk obliquo ma così maturo da non dover cedere al cliché dell’aggressività, robotico, spruzzato di psichedelica sulfurea, che segue le orme di Devo e Gang Of Four impresse sull’argilla molle del suolo lunare”
38. COSMONAUTS STAR 69 (FUZZ CLUB/BURGER)
“I losangelini ciondolano in quella terra di mezzo tra il garage punk e il dream pop, con l’arroganza degli Stone Roses tenuta a freno dalla droga dei Primal Scream dell’89-91 e la psichedelica stratificata degli Spacemen 3”
39. THE HUSSY LOOMING (DIRTNAP)
“Bobby e Heather Hussy ingrassano il suono e pigiano sull’acceleratore hard in quello che potrebbe essere l’album mai realizzato di Kim Shattuck assieme ai Mudhoney”
40. THE KAAMS KICK IT (AREA PIRATA)
“Fanno musica fuori moda, musica di genere che, come la narrativa di genere, dai più viene considerata di serie B. Questo per dire che gli orobici sono gli Scerbanenco del garage punk, se capite cosa intendo”
41. JOSY & PONY EPONYME (FREAKSVILLE/ROCKERILL)
“Il groove zampilla tra flutti shoegaze sotto un cielo terso di psichedelia, con l’organo Sixties garage che tiene testa all’esuberanza French touch”

 

42. GONZO DO IT BETTER AGAIN (ANTI FADE)
“Saints ed Eddy Current Suppression Ring sono state due grandi rock band australiane. Dico rock non a caso. I ragazzi di Geelong ne seguono le orme, rifiutando le etichette punk, indie, psych, ecc.”
43. NEUTRALS KEBAB DISCO (EMOTIONAL RESPONSE)
44. MUDDY WORRIES THIRD DEGREE (ARAGHOST)
“Una balugine nel mezzo della foschia: questo è l’esordio lungo del trio bolognese d’adozione”
45. FERRO SOLO ALMOST MINE: THE UNEXPECTED RISE AND SUDDEN DEMISE OF FERNANDO – PART II (RIFF/WE WORK/FERNANDO DISCHI/AREA PIRATA/DEAMBULA)
46. NEW BERLIN MAGNET (GOODBYE BOOZY)
“Il secondo album del trio texano è asciutto, minimale, ultrabasico. Non c’è trucco e non c’è inganno in queste 11 canzoni che durano appena 17 minuti”
47. JESUS FRANCO & THE DROGAS NO(W) FUTURE (BLOODY SOUND FUCKTORY)
“Frattanto che la civiltà si sgretola i nostri Melvins di provincia, cresciuti a colpi di stoccafisso all’anconetana e Verdicchio dei Castelli di Jesi, continuano a menare r’n’r granitico liscio come pietra levigata dal mare”

Pop da camer(ett)a iperbarica

SURF CURSE
Heaven Surrounds You
(Danger Collective)

Dal Nevada alla California il passo non è così breve, anche se i due Stati confinano. Soprattutto dalla desertica Reno, “la più grande-piccola città del mondo”, all’assolata Los Angeles il passo non è affatto breve. Qualche anno fa il chitarrista Jacob Rubeck e il cantante-batterista Nick Rattigan (titolare quest’ultimo anche dell’interessante progetto Current Joys) si sono trasferiti nella città degli angeli e in men che non si dica sono diventati una sorta di faretto alogeno della scena indie cittadina.
Non sono un grande fan dell’indie pop edulcorato da cameretta, eppure questi due mi hanno rapito con la loro eleganza epica d’altri tempi. Al punto che Heaven Surrounds You l’ho ascoltato non so quante volte e continuo ad ascoltarlo con piacere misto a struggimento. A farmi prigioniero è stata soprattutto la grazia cinematica di River’s Edge e di Safe che mi ha idealmente trasportato in un pianeta popolato da cloni di Robert Smith dove lupi e squali annaspano sospesi a tre metri da terra: vedi, o meglio ascolta, Hour Of The Wolf.

Amelie Tritesse a Roseto degli Abruzzi

Con gli Amelie Tritesse abbiamo fatto l’ultimo concerto il 21 ottobre del 2016. A poco meno di un anno di distanza ci rifacciamo vivi venerdì 1 settembre, al Lido Mediterraneo di Roseto degli Abruzzi. E se la matematica non è un’opinione questo sarà il 46esimo concerto della piccola banda nata più o meno per caso 10 anni fa.

Non era nei programmi tornare a suonare dal vivo a breve, abbiamo da poco registrato i pezzi che andranno a finire nel nostro secondo album e l’idea era quella di aspettare l’uscita per poi iniziare a fare qualche scorribanda sui palchi.

Ma all’invito dei ragazzi del MIT – Musica Inedita Teramana non potevamo dire di no. Sarà un piacere condividere il palco con gli Inutili (almeno me li vedo finalmente dal vivo per intero) e con il giovane cantautore La Nausea. Forza Teramo.

Viva i papattoni dell’indie rock

Pare sia diventato sconveniente tirar fuori l’etichetta indie rock in una conversazione, metterla nero su bianco in un articolo, addirittura avere la sfrontatezza di scriverla in un post di Facebook.

Il prefisso indie è bandito. I talebani del garage punk lo detestano, così come i machi del r’n’r e i nuovi santoni della psichedelia krauta e/o occulta. I critici musicali dei quotidiani lo ritengono sorpassato ché oggi – che fa scherzi – non esistono più differenze tra Calcutta e Marco Mengoni. I più incarogniti sono gli ascoltatori-professori, quelli sempre sul pezzo che di cognome fanno Spotify, quelli che dettano i trend (o vorrebbero farlo) sui social, che la menano sul fatto che il rock non è più la priorità dei giovani e bla bla bla.

China Gate "Hunca Munca"

Per come la vedo io possono bellamente andare a fare in culo tutti quanti. A me l’indie rock piace ancora tanto, forse oggi più di ieri. E oggi più di ieri penso ce ne sia bisogno, magari mischiato con dell’altro. Replacements, Pastels, Guided by Voices, Pixies, Shudder to Think, Wedding Present, ma anche fIREHOSE e Hüsker Dü: questo è l’indie rock che segu(iv)o e che mi ha fatto crescere. Mi piaceva e mi piace il diy, l’idea di musica storta, di musicisti dinoccolati ma melodici, asciutti ma zuccherosi, punk ma anche pop, distanti ma anche molto empatici, fuori forma eppure in salute, avulsi dalla moda ma a loro modo stilosi. Parlando dell’oggi Mac DeMarco, Cloud Nothings, Mikal Cronin, Ariel Pink, Parquet Courts, Car Seat Headrest, Wavves, giusto per fare dei nomi.

Ecco perché ho avuto un sussulto quando mi sono imbattuto nel video di Whether You’re Coming or Not dei CHINA GATE – nome scelto in omaggio a Sun Ra – quattro ventenni comuni, pure troppo comuni, che si sono conosciuti all’Università di Memphis.

L’anima è il cantante e chitarrista ritmico Tiger Adams, un tipo introverso, grassottello, fan di Big Star, Elliott Smith e Magic Kids, che scrive tutti i pezzi del gruppo nella sua cameretta da studente fuorisede. Esteticamente Tiger mi fa impazzire: è il tipico papattone, totalmente uncool, vestito come un assicuratore boyscout. Un’altra cosa che mi fa impazzire e che pare siano i Diarrhea Planet il gruppo più grande per cui i nostri hanno aperto.

Nel video live sotto, sempre alle prese con il pezzone Whether You’re Coming or Not, i ragazzi si mostrano in tutta la loro splendida e contagiosa normalità. Di Tiger Adams ho già detto. Alle 4 corde Conner Booth che sembra un bassista di liscio con cappellino e capigliatura improbabili, in preda a tic nervosi. Alla chitarra solista – una splendida Mondial Deluxe Italia – Walt Phelan, shoegazer fuori tempo massimo col fisico di una tavola da stiro. Alla batteria un tipo che non so chi sia che al minuto e 18 inizia a picchiare come un dannato.

I ventenni di Memphis hanno all’attivo l’album Hunca Munca, nome di un topino scovato in un libro per bambini, pubblicato nel 2015 su cassetta e su cd in edizione limitata dalla piccola Pizza Tape Records di Nashville che il 19 maggio darà alle stampe il nuovo EP intitolato Good Grief.

Quattro pezzi di Hunca Munca potete ascoltarli qui, volendo: https://chinagate.bandcamp.com/