I (MIEI) MIGLIORI ALBUM DEL 2018

Un anno interessante il 2018 per il rock and roll bizzarro. Ecco le mie preferenze in ordine alfabetico. Di certo mancano molti album meritevoli di attenzione. Pazienza. Di diversi album ho scritto nel corso dell’anno su Rumore.

I PRIMI 20

BORZOIA Prayer For War (12XU): “Qualcuno ha scritto che sprigionano un’agile pesantezza. Vero. I tre di Austin sono nervosi e metallici come le band più geniali e rognose della Ampethamine Reptile.” (Rumore, dicembre 2018)
BRONCHOBad Behavior (Park The Van): “Quello a cui si assiste è un incontro ravvicinato del terzo tipo tra pop, psichedelica e glam extraterrestre, che si sfidano sui terreni accidentati della religione, del peccato e del vizio.” (Rumore, dicembre 2018)
BUTTERTONES  – Midnight in a Moonless Dream (Innovative Leisure): “Alla prova del quarto album mollano westernismi e spiagge assolate della West Coast per abbordare un sound più maturo e noir che odora di Scientists e Gun Club, ma teletrasportati al tempo dei Tame Impala.” (Rumore, settembre 2018)
THE CAVEMENNuke Earth (Slovenly): “I Cavemen fremono, sbraitano, ringhiano, viaggiano sollevati 20 centimetri da terra morsicati dalla tarantola dell’urgenza.” (Rumore aprile 2018)
COLOR TVColor TV (Deranged)
CUORE MATTOBaci ad Occhi Aperti (Autoproduzione): “Il suono è siderurgico, minaccioso, di una pienezza impressionante… la voce urlata, sguaiata, catarrosa, è sempre presente…” (Rumore, novembre 2018)
FERRO SOLOAlmost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando (Riff/Fernando/Area Pirata/Deambula): “Un concept r’n’r che, come quei libri antichi di un certo valore (affettivo e non solo), vanno tenuti in bella mostra nella credenza buona per vantarsene con i conoscenti.” (Manwell.it, 2 dicembre 2018)
GEE TEE  – Gee Tee (Goodbye Boozy): “Gee Tee è Kel Mason, folletto del weird garage odierno che, per non saper né leggere né scrivere, ha fatto sua la lezione di Brian Eno per poi imbastardirla con l’ultimo, oscuro gruppo delle compilation Killed by Death.” (Rumore, luglio-agosto 2018)
THE GOON SAXWe’re Not Talking (Chapter Music/Wichita): “A dispetto della copertina imbarazzante, il secondo album dei ventenni di Brisbane è un gioiellino guitar pop che trae forza da un’elementarità spavalda e dalla miracolosa funzionalità delle tre voci.” (Rumore, dicembre 2018)
IDLESJoy As An Act Of Resistance (Partisan)
LAMEAlone and Alright (Alien Snatch!): “Di cosa parliamo quando parliamo di rock and roll? Sovente ci soffermiamo su piccoli particolari, sensazioni, minutaglie a buon mercato. Che hanno il loro peso ma in fondo sono marginali. Qui si può, anzi si deve, parlare di canzoni: spesso sorrette da struggenti chitarre acustiche e melodie a rilascio lento che illuminano i sentieri pericolanti del garage, del blues, del post punk.” (Rumore, giugno 2018)
LOVESPOONCheapfuck (Heyman!): “Alt garage folk permeato da r’n’r e power pop azzurro mare, di lignaggio Big Star, su cui colano gocce di rugiada psichedelica.” (Rumore, aprile 2018)
OBNOXTemplo Del Sonido (Monofonus Press/Astral Spirits): “Il nostro uomo dell’Ohio accatasta hip-hop, noise rock, free jazz, psichedelica di riporto, schegge experimental e Cleveland punk (un mix di Pagans e Pere Ubu) finendo per plasmare il suono dell’Armageddon.” (Rumore, novembre 2018)
PARQUET COURTSWide Awake (Rough Trade)
RIK & THE PIGSA Child’s Gator (Total Punk): “Rik e compagni rimescolano vecchie carte e le buttano sul tavolo facendole tornare nuove. Attitudine hardcore e classicità rock and roll con gli ormoni impazziti delle NY Dolls e la zazzera di Andy Shernoff e Handsome Dick Manitoba.” (Rumore, maggio 2018)
STRAIGHT ARROWSOn Top! (Rice Is Nice/Agitated): “Dentro On Top! c’è il garage rock più vecchio possibile nella forma e nella sostanza più moderne possibili. Con una mirabolante capriola temporale i Sixties sbarcano come alieni arrapati negli anni ’10 del nuovo secolo…” (Rumore, gennaio 2019)
THE SUEVESR.I.P. Clearance Event (HoZac): “Nervi tesi, soul oscuro, groove contorto, nichilismo, mosche da bar, fratture del garage punk scomposto della Chicago di ieri e di oggi… un gruppo enorme nella sua completa perifericità rispetto a ciò che gira oggi.” (Rumore, luglio-agosto 2018)
TRANS UPPER EGYPTTUE (No=Fi Recordings/My Own Private): “Rispetto ai precedenti album ed EP i Trans Upper Egypt oggi sono più controllati, non si lanciano senza paracadute, puntano dritti verso la forma canzone.” (Rumore, ottobre 2018)
TROPICAL FUCK STORM  – A Laughing Death In Meatspace (Tropical Fuck Storm/Mistletone/Joyful Noise Recordings)
VIAGRA BOYS  – Street Worms (Year0001)

ALTRI 21

ART BRUT Wham! Bang! Pow! Let’s Rock Out (Alcopop! Records)
BAD PELICANSBest Of (Stolen Body): “Partono a cazzo e finiscono a razzo: scusate il francesismo ma questi sono pure parigini… Citazionismo a go-go e personalità strabordante.” (Rumore, giugno 2018)
BETA BOYSLate Night Acts (Feel It/Erste Theke Tonträger): “Se penso ai Germs la mente corre ai Beta Boys… Rispetto al passato la cifra stilistica della band è più personale, meno hc e più scuzz r’n’r delle catacombe.” (Rumore, novembre 2018)
BOOTCHY TEMPLEGlimpses (Howlin’ Banana/Azbin/Hellzapoppin): “Con la consueta naturalezza twee pop il quintetto tira su la colonna sonora della quiete di una campagna bagnata da pioggerellina malinconica.” (Rumore, dicembre 2018)
THE BRADIPOS IVLost Waves (Area Pirata): “A fare la differenza è l’anima, direi mediterranea, che s’innalza nella melodia malinconica … un’anima che scalda fino a bruciare.” (Rumore, settembre 2018)
CALCUTTAEvergreen (Bomba Dischi/Sony)
LUCIANO CHESSACanti Felice (Skank Bloc): “Chessa è un artista colto, multiforme, che non ha mai fatto mistero della passione per la canzone d’autore italiana… oggi torna sui luoghi della gioventù, riprendendo il filo del cantautorato lo-fi ridotto all’osso…” (Rumore, luglio-agosto 2018)
DIAFRAMMAL’abisso (Diaframma Records): “Non è vero che a 60 anni si entra nell’abisso della vecchiaia. E magari tra un anno e mezzo Federico Fiumani, a 60 anni, entrerà nel mito dalla porta principale.” (Rumore, dicembre 2018)
INSECURE MENInsecure Men (Fat Possum): “Bossa, lounge, paradisi tropicali, più di un riferimento alla library music italiana, soft core e non. Qui e lì si taglia con il coltello quell’adorabile nebbiolina di pop artigianale alla XTC e anche un po’ alla Blur.” (Inedito)
TH’ LOSIN STREAKSThis Band Will Self-Destruct In T-Minus (Slovenly)
PAUL JACOBS Easy (Stolen Body): “Un frappé di weird garage ed elettronica povera ma bella, armoniosa, ecumenica, confusa e felice, corretto con solenne psichedelica lo-fi…” (Rumore, gennaio 2019)
HOLIDAY INNTorbido (Maple Death/Avant!)
IDOL LIPSStreet Values (Wanda): “Street Values sguazza indomito nel brodo di coltura a cui i ciociari ci hanno abituato. La loro casa è la New York sporca e pericolosa del periodo 1973-1977. Punk’n’roll muscolare, che tende al glam più vizioso…” (Rumore, maggio 2018)
LEATHER JACUZZIThe Whole Hog (Danger): “I Leather Jacuzzi sono una carta fatta col loro punk’n’roll tozzo, corrotto dall’hc e armato di testi politicamente scorretti” (Rumore, marzo 2018)
LUPE VELÉZWeird Tales (AREA PIRATA): “Non un album bizzarro come il titolo farebbe supporre, ma un piccolo-grande disco di garage rock nell’accezione generosa del termine.” (Rumore, gennaio 2019)
MATERIAL GIRLSLeather (Exag’/Irrelevant Music): “Con approccio teatral lisergico e un groove sottopelle, mischiano tutto e di più. Dall’art punk tribale al glam, dal goth esotico al post punk.” (Rumore, settembre 2018)
MATTIELMattiel (Heavenly/Burger): “Contrasti. Come il giorno e la notte. Il vento freddo in una giornata di sole. Il deserto e le onde del mare. Screamin ‘Jay Hawkins e Stelvio Cipriani. Cher e PJ Harvey.” (Rumore, luglio-agosto 2018)
MIND SPIDERSFuries (Dirtnap)
RAVI SHAVIBlackout Deluxe (Almost Ready)
RUBY KARINTORuby Karinto (HoZac): “Sui seggiolini volanti di un vecchio luna park roteano p-funk e psichedelia tra synth cosmici, rintocchi di piano, tastierine nervose e una sezione ritmica ranxeroxiana piena d’umanità.” (Rumore, ottobre 2018)
VANITYEvening Reception (Beach Impediment): “La band di NY fiorita dalla nuova scena street hc torna a stupire con un album baciato dalla grazia power pop della Grande Stella e dal roots punk dei Saints.” (Rumore, dicembre 2018)

FUORI CLASSIFICA

AMYL AND THE SNIFFERSBig Attraction & Giddy Up (Homeless/Damaged Goods)
THE CHATS The Chats (Bubca Records): “Quindici pezzi suonati con squisita tamarragine dai tre teppistelli australiani nati da un’orgia con Mark E. Smith, John Lydon e un gruppo di canguri arboricoli della foresta pluviale di Daintree, Queensland.” (Rumore, ottobre 2018)

Ferro (non è) Solo

FERRO SOLO
Almost Mine: The Unexpected Rise and Sudden Demise of Fernando
(Riff/Fernando/Area Pirata/Deambula)

L’improvvisa scomparsa di Fernando è un concept r’n’r che, come quei libri antichi di un certo valore (affettivo e non solo), vanno tenuti in bella mostra nella credenza buona per vantarsene con i conoscenti. Più che azzeccato, quindi, l’artwork di copertina in stile Adelphi che mi fa pensare un po’ al mondo antico di Sir Billy Childish.

A differenza dell’amico Luca Calcagno che ha scritto: “Ferro Solo sembra il nome di un rapper di infimo valore e ciò rappresenta l’unico neo di un disco bellissimo”, mi piace anche il monicker che Ferruccio Quercetti dei Cut si è scelto per il suo progetto in solitaria. Mi piace perché cela qualcosa di molto più intimo e profondo di quanto l’evidente gioco di parole possa far pensare. Che poi Ferro è Solo per modo di dire, circondato com’è da amici di vecchia data, tra membri di Jule’s Haircut (Luca Giovanardi e Andrea Rovacchi), Three Second Kiss (Sergio Carlini), Chow (Riccardo Frabetti) e i Giuda al completo nella bombetta superglam He Spies.

L’album è di una varietà sorprendente. Un consuntivo brillante. Perché quando in musica tiri le somme queste sono inevitabilmente il risultato dei tuoi ascolti. E Ferruccio ha vissuto, vive e scommetto vivrà fino alla fine dei suoi giorni con la musica e per la musica: la nostra piccola-grande musica.

Acceca l’arcobaleno di suoni e umori dispiegato da Ferro e sodali che passano con naturalezza, verace passione – e direi gran manico – dalla cupezza suicideiana di Got Me A Job a ballate pianistiche da caminetto acceso come Perfect Stranger e Gala. Oppure, in un amen, dalla New York di Lou Reed all’Inghilterra autunnale di Lloyd Cole in This Daddy’s Girl e Almost Mine. Glielo detto anche di persona a Ferruccio che a me ricorda molto Billy Bragg ed è bello, chiudere gli occhi mentre va Doppelgänger … chiudere gli occhi e fantasticare che Stephen William Bragg stia rintanato in un’umida sala prove di Belfast a sudare assieme agli Stiff Little Fingers.

Otto tondo tondo e album che va dritto come una spada nella cinquina dei dischi italiani dell’anno.

Quella stella blu che fa cucù

ALEX LOGGIA
Bluestar
(Area Pirata)

Non mi sono mai piaciuti gli Style Council. Mike Talbot c’aveva la faccia del salumiere sotto casa e Paul Weller lo vedevo come un traditore imborghesitosi male. Per anni ho schifato la copia in vinile gatefold di Our Favourite Shop che un bel giorno trovai in mezzo alla mia collezione, comprata da mio fratello chissà dove e chissà perché. La stessa copia, praticamente nuova, che in questa tiepida giornata di fine estate sta girando sul mio piatto mentre fumo e scrivo. E non mi sta dispiacendo.

Ecco. Bluestar mi fa pensare agli Style Council, ma con più chitarre e i Sixties tatuati dietro la schiena. Sto parlando di un album che scalda e rinfresca allo stesso tempo. Un album definitivo (per l’autore), il tipico album dove ti lasci andare e metti in fila le passioni di una vita, tutti i tasselli di una carriera, bussando ai generi musicali che ti hanno fatto battere il cuore fin da ragazzo.

La immagino così la genesi del debutto solista dello storico chitarrista degli Statuto, produttore e molto altro. Alex Loggia infila quattordici pezzi di pop soul, beat, funk, rock blues, r&b e rocksteady il cui comun denominatore è l’eleganza, in fase di composizione e di arrangiamento.

A vestire le canzoni assieme a lui una banda di sarti dalle mani esperte: il pard mod Oskar Giammarimaro, Madaski degli Africa Unite, il sommo Tony Face, Andy Macfarlane di Hormonauts e Rock’n’Roll Kamikaze, diversa gente che ha cucito musiche con Bluebeaters, gli stessi Statuto, Four by Art, Blind Alley, ma anche con Finardi e De Gregori.

L’unico difetto di Bluestar è quello di esser tardivo: poteva e doveva uscire prima. Un vinile da tenere con cura, magari a fianco di quelli degli Style Council che ora non schifo più. Perché, per quanto si possa resistere, sta scivolando via la gioventù.

HO (RI)VISTO IL SOUL

FOUR BY ART
Inner Sounds
(Area Pirata/Art Records)

C’ho messo troppo tempo prima di decidermi a scrivere queste righe. E me ne dispiaccio. Perché il ritorno di uno dei gruppi chiave del mod revival tra fine anni ‘70 e primi ‘80 non tradisce le aspettative: al contrario le supera, anzi le travolge. E lo dico stupendomi di me stesso, ché col passare del tempo mi emoziono sempre meno e quasi esclusivamente quando si tratta di esordi traballanti.

C’è poco da fare, Inner Sounds dei Four By Art è un album che non riesco a togliere dal lettore, che ho consumato in senso letterale, ascoltandolo un tot in cuffia al lavoro negli ultimi mesi. Un album centrato sotto il profilo musicale e significativo per tanti aspetti: non fosse altro perché fortemente voluto dal bassista (e cantante) Filippo Boniello, l’unico membro originario della band dopo la scomparsa del chitarrista Elvis Galimberti e del batterista Demetrio Candeloro alla cui memoria è dedicato. Filippo Boniello ha impiegato tre anni a scrivere, registrare, mixare e produrre l’album, che segue di oltre trent’anni l’ultima uscita discografica dei Four By Art, rinverdendo i fasti di quello che una volta veniva chiamato neo-sixties italiano.

Allora mi ricordo, cover dei New Trolls e unico pezzo cantato in italiano, ha un groove micidiale. Una cazzo di bomba Blaxploitation come potevano concepirla degli Inspiral Carpets ai tempi folli di Madchester con Bez degli Happy Mondays strafatto e carico a molla in pista. Altrettanto riuscita la cover di Sorry, pezzo del ’66 degli australiani Easybeats di cui forse è più nota la versione anni ’80 dei losangelini The Three O’Clock. Quei The Three O’Clock di Michael Quercio che una sera, vedendo l’amica Lina Sedillo improvvisare uno spoken word con addosso un bel vestitino rosso a motivi paisley, pronunciò la frase: “Words from the paisley underground”. La stessa frase che ripetè poco dopo in un’intervista rilasciata al LA Weekly parlando della musica del suo gruppo e di band affini come Bangles e Rain Parade, battezzando di fatto un nuovo genere che tutti conosciamo (e apprezziamo).

Tornando a noi, o meglio ai Four By Art, ci tengo a sottolineare solo due cose: 1) il gran lavoro alle chitarre del marchigiano Storteaux che sovente pigia l’acceleratore; 2) la scrittura davvero ispirata che si traduce in un pugno di canzoni illuminate dal soul. Ecco, le canzoni… quelle strane cose sulle quali non si fa più molta attenzione. Inner Sounds ne infila una migliore dell’altra, dalla più garagera (ma comunque gonfia di melodia e falsetto) I Ask You ai carrarmati r’n’r/r&b At Your Door e Home, passando per la screamadelica The Loop, la morbida psichedelia orchestrata di Take Your Time e il grooveosissimo soul lounge di Sea Side Superstar.

Non sto facendo coming out, ché nella musica mi piace da matti ancora la follia come a B****sconi piace da matti quell’altra cosa che inizia sempre per F e termina sempre con A. È che questo disco nobilita l’idea, ahinoi oggi sorpassata, di album. Un album scritto bene e suonato ancora meglio.

IL CONTRORUMORE DI THE FRESH & ONLYS

A mio avviso la band di San Francisco ha un grosso problema. Quello di fare musica sospesa in una sorta di limbo. Musica troppo leggera, troppo pop, troppo commerciale per i duri e puri ma non abbastanza leggera, pop e commerciale per l’industria discografica che conta.

In Wolf Lie Down confluiscono jangle pop epico, Americana languida, psichedelia elastica, garage rock barocco (volume su Dancing Chair, please), country folk lattiginoso, senza farsi mancare il tocco western di Becomings che è un bel pezzo morriconiano, certo, ma non mi convince più di tanto.
C’è da dire per onestà che partono carichi con una title track fatta di chitarre stratificate e quel mood da James che io ho molto amato; proseguendo con il gran bel numero One Of A Kind grondante umori West Coast e vagamente Allah-Las nella parte iniziale, con una voce così calda e avvolgente che mi ha riportato subito a Steve Kilbey degli australiani Church.

Nonostante gli amici e colleghi rumorosi Arturo Compagnoni e Diego Ballani (gente che stimo e che ne sa a pacchi) ne abbiamo scritto bene portandomi a ascoltare e riascoltare il disco più di quanto le mie orecchie avrebbero voluto, trovo Wolf Lie Down discreto ma impalpabile. Uno di quegli album che metti nel lettore cd dell’auto e ti accorgi che non sta suonando più solo quando viene interrotto da Isoradio: e non è una frase ad effetto, ché m’è successo davvero questa estate.
Dopodiché c’è da chiedersi, direi legittimamente, perché un gruppo come i Coral ha pubblicato sette album su major e loro altrettanti con etichette indipendenti.

Sì perché i Fresh & Onlys, oggi rimasti una questione a due tra Tim Cohen e Wymond Miles, nell’ultimo decennio hanno cambiato casacca spesso e volentieri pubblicando album per tutte e ribadisco tutte le etichette giuste: a partire dalla Castle Face di John Dwyer degli Oh Sees che li ha svezzati nel 2008, passando per Woodsist, Captured Tracks e In The Red, fino ad arrivare alla più modaiola Mexican Summer. Molto attivi anche sul versante singoli ed EP – ad oggi si possono contare più di 15 titoli in catalogo – che li hanno portati ad avere sul retrocopertina i loghi di Hardly Art, HoZac, Trouble In Mind, Agitated, Volar e Sacred Bones, oltre a quelli già citati e ad altri ancora più oscuri.

Al settimo album i ragazzi di San Francisco attuano l’ennesimo ribaltone (oddio, ribaltino va’…), accasandosi con la Sinderlyn, neonata etichetta dell’Omnian Music Group del newyorkese Mike Sniper: un tipo con la mani in pasta che ha creato la Captured Tracks, ha lavorato come illustratore per Black Lips, Dead Moon e Jay Reatard, nonché bizzarro musicista dietro il progetto Blank Dogs durato giusto un par d’anni e ancor prima coriaceo punk rocker alla testa di DC Snipers e dei primi LiveFastDie di quell’album eccezionale intitolato Bandana Thrash Record.