Pop da camer(ett)a iperbarica

SURF CURSE
Heaven Surrounds You
(Danger Collective)

Dal Nevada alla California il passo non è così breve, anche se i due Stati confinano. Soprattutto dalla desertica Reno, “la più grande-piccola città del mondo”, all’assolata Los Angeles il passo non è affatto breve. Qualche anno fa il chitarrista Jacob Rubeck e il cantante-batterista Nick Rattigan (titolare quest’ultimo anche dell’interessante progetto Current Joys) si sono trasferiti nella città degli angeli e in men che non si dica sono diventati una sorta di faretto alogeno della scena indie cittadina.
Non sono un grande fan dell’indie pop edulcorato da cameretta, eppure questi due mi hanno rapito con la loro eleganza epica d’altri tempi. Al punto che Heaven Surrounds You l’ho ascoltato non so quante volte e continuo ad ascoltarlo con piacere misto a struggimento. A farmi prigioniero è stata soprattutto la grazia cinematica di River’s Edge e di Safe che mi ha idealmente trasportato in un pianeta popolato da cloni di Robert Smith dove lupi e squali annaspano sospesi a tre metri da terra: vedi, o meglio ascolta, Hour Of The Wolf.

Riciclare telescopi guardandosi le scarpe

AVERE TRENT’ANNI (DI SHOEGAZE)

Un paio di sere fa sono stato a vedere i Telescopes di Stephen Lawrie, dominus assoluto e penso unico superstite della formazione originale. Per originale intendo quella dello strepitoso debutto Taste: album, pensato e scritto da Stephen sotto Triptizol, che presi quando uscì nel 1989 (l’album non l’antidepressivo!). Io avevo 17 anni, Stephen ne aveva 20. Eravamo praticamente coetanei. Trent’anni dopo ci ri-incontriamo. Ed è ancora lui che viene a trovarmi, da galantuomo qual è. Nel 1989 entrava sotto forma di vinile nella mia cameretta di Via Savini, a Teramo. Nel 2019 arriva in carne e ossa e spirito al Sound di Via Fedele De Paulis, sempre a Teramo. Ora come allora una bella esperienza, breve, intensa, cosmica, acida al punto giusto. Per gran parte del tempo il cinquantenne Stephen se n’è stato ripiegato sul microfono o inginocchiato, con la testa bassa. Più shoegaze di così non ce n’è, insomma.

A proposito del guardarsi le scarpe, interrogandosi sulla scoloritura delle proprie Dr. Martens, mi è venuto da pensare a come lo shoegaze si è evoluto, i sentieri che ha preso e che sta prendendo. Così mi è tornato in mente Pink Cloud, l’EP d’esordio del progetto chiamato Launder, pubblicato un anno fa da Day Wave, l’etichetta personale di Jackson Phillips/Day Wave. Un bell’EP che, rispetto alla scura claustrofobia circolare dei Telescopes, rappresenta la faccia abbronzata e multicolor dello shoegaze. Post punk smorzato da un caldo e avvolgente vento dream pop, maturato all’ombra delle palme di Los Angeles via Dana Point: la città di origine di John Cudlip, in arte Launder. A far sentire meno solo il nostro, ci ha pensato la cantante e attrice francese SoKo che doppia la voce e si prende tutta la scena in Keep You Close piena com’è di delicata malinconia 4ADiana. Nient’affatto secondario l’apporto di una altro sognatore dei giorni nostri: Zachary Cole Smith di Beach Fossils e DIIV, che presta la sua nebulosa chitarra shoegaze (e ci risiamo!), facendo più che degnamente il suo senza mai strafare.

PS: da un paio di mesi è uscito Powder, il nuovo 7” di Launder, su House Arrest Distribution.