CRONACHE DEL (MIO) JUKE-BOX #2

THE FALL (OF MY FATHER)

Devo averlo già scritto da qualche parte che al punk ci sono arrivato dalla new wave. E l’imprinting m’è rimasto. Poi ho preso al volo la complanare del post-punk ché quando la storia ha iniziato a prendere una piega troppo gaia e tastierosa ho preferito rifugiarmi tra le chitarre grattugiate evitando come la peste qualsiasi afflato new romantic. Il mio spartiacque sono stati i Fall, per la precisione Grotesque (After The Gramme) doppiatomi su cassetta e poco dopo comprato per posta a due lire su Top Ten o Sweet Music, non ricordo bene. Ricordo bene, però, che era estate e che avevo 16 anni e tre-passioni-tre: il r’n’r, la pallavolo e la fica, non esattamente in questo ordine. La terza la vedevo col cannocchiale (invero era piuttosto un’aspirazione), nel volley ero un giocatorino dotato di buoni fondamentali e il r’n’r iniziavo a frequentarlo assiduamente. Una bella spinta per approfondire la frequentazione me l’ha data proprio la band di Mark E. Smith. Oltre alla musica mi affascinava il concetto di “caduta” (The Fall, appunto) che per me non significava un rialzarsi ma proprio un alzarsi, per la prima volta. Mettere la testa fuori, respirare a pieni polmoni, simile tra i diversi.

Questa cosa della caduta è tornata, vent’anni dopo, nel pieno delle trattative per portarmi a casa il tanto desiderato juke-box. Magari non sarà sfuggito quanto scritto nella puntata precedente: “Nel momento dell’acquisto è pure accaduta una vicenda comica che stava per sfociare in tragedia…”.

Insomma, ci sono cadute e cadute. Metaforiche, concettuali e reali. Quella che sto per raccontarvi è stata così reale da apparire irreale. La storia è questa: tramite una mia zia che ha gestito a lungo un bar ero riuscito a entrare in contatto con il signor Franco, un vecchio noleggiatore di flipper e juke-box convertitosi, come tutti, a quelle infernali macchinette chiamate videopoker. Stavo dietro da un po’ a ‘sto signor Franco, per telefono mi aveva già parlato di cifre ed eravamo d’accordo pure sul prezzo di massima ma, botta a botta, rimandava l’incontro. Finalmente arrivò il fatidico giorno e decisi di portarmi dietro mio padre che era incuriosito dalla faccenda. L’azienda del signor Franco, a parte l’ufficio e un altro paio di stanze, sembrava ancora in costruzione ma, ahimè, ci feci caso solo dopo. Era inverno, pioveva a dirotto e faceva buio presto. Mio padre indossava un cappotto in Loden nuovo di pacca e teneva l’ombrello a mo’ di bastone. Il signor Franco ci disse di scendere al piano di sotto indicandoci le scale col braccio a mo’ di vigile urbano.

All’improvviso il patatrac. Non c’erano più né il Loden, né l’ombrello, né mio padre. Sentii un tonfo lontano, preceduto da urla agghiaccianti che mi parvero lunghissime. Per non fare la stessa fine, scesi le scale buie con preoccupata circospezione e trovai mio padre steso a terra un paio di metri sotto. Era immobile, supino, leggermente spostato su un fianco. Praticamente morto.

Rimase steso con gli occhi spiritati, non parlava e non si mosse per secondi che a me parvero ore. In realtà il caro genitore era solo sotto shock. Aveva fatto una scrippella epocale di quelle che non ti dimentichi facilmente, ma era caduto bene. Nel pieno del volo, mi disse dopo, aveva avuto la prontezza di fare una torsione in modo da non andarci di muso e atterrare su un fianco. Per fortuna la sua corporatura tendente più a Bud Spencer che a Piero Fassino aveva attutito l’impatto. Quando finalmentesi rialzò, aveva i pantaloni e il Loden sgarrati in più punti e impolverati tipo muratore bergamasco. Uscimmo da lì all’istante, dimenticandoci ciò che eravamo andati a fare, con il signor Franco incapace di parlare e suppongo terrorizzato da possibili conseguenze legali. La settimana dopo provai a richiamarlo ma niente da fare, probabilmente era rimasto muto dall’accaduto. Iniziai a spazientirmi dopo il terzo o quarto tentativo andato a vuoto e ancor di più quando si degnò a rispondere dicendomi che non se ne sarebbe fatto più nulla. Accampò scuse talmente patetiche che dovetti inspirare ed espirare per non mandarlo a cacare.

Ma, come si dice quaggiù, “a forza di daje e daje pure la cipoll divend aje” (trad. “Chi la dura la vince”) e dopo un semestre di fine stillicidio sono riuscito a tornare dal signor Franco, questa volta in perfetta solitudine. Quando scendemmo al piano di sotto notai che rispetto alla volta precedente sembrava esser passato di lì Renzo Piano. Era tutto in perfetto ordine, pulito, illuminato, sicuro. Ma non vedevo alcun cazzo di juke-box. Finché in un angolo ne scorsi una decina, accatastati uno sull’altro, pieni di polvere e ragnatele. Il signor Franco, quasi sprezzante e come se non gli interessasse nulla, mi disse una cosa tipo: «Vedi un po’ che trovi lì in mezzo». Ricordo come fosse ora che raggiunsi il tesoro a passo lesto e puntai subito un bel Rock-Ola Coronado del 1966, all’apparenza neanche così malmesso. Ma mi accorsi subito che ‘sto Franco era un figlio di ‘ndrocchia e la sapeva lunga. Mi gelò dicendo che quello lì era rotto, senza parti all’interno e spinse per rifilarmi a tutti i costi un Cadette della Rowe AMI: uno dei pochi juke-box che non sopporto. Anche perché, nel caso specifico, non si trattava dell’edizione deluxe del 1968 con un design optical-psichedelico ma del Cadette “Violetta” del ’71 con l’orrida grata frontale in legno simil massello, tipo baita di montagna, peraltro mezza sfondata. Alla fine, un po’ per esclusione, trovammo un punto d’incontro sul Rock-Ola 463 del 1976 di cui vi ho già parlato. Gli allungai il cash nel suo ufficio, avendo la conferma che ‘sto Franco era davvero un bel figlio di ‘ndrocchia. Sulla parete lunga faceva bella mostra un fantastico Rowe AMI JCL-200, il cosiddetto “Stellone”, prodotto su licenza dalla Microtecnica di Torino nei primi anni ‘60, perfettamente restaurato e con le cromature così lucide che ti ci potevi specchiare.

IL 7” DA JUKE-BOX

Avendo suonicchiato la batteria in gioventù i miei amici dell’Università per la laurea mi regalarono uno spettacolare rullante Tama in bronzo e cerchi bruniti, il PB 355H. E siccome avanzarono loro dei soldi questi straordinari compagni di bagordi, per lo più gente del profondo sud con mani callose e cuori grossi come cocomeri, pensarono bene di aggiungerci uno scatolone di 45 giri comprato a peso. Non era gente appassionata di musica, tutt’altro: uno di loro, mio coinquilino per un periodo, lo chiamavamo Palobo ché ci aveva delle orecchie spropositate e stava in fissa per Mover el Tiempo, l’insulso album di romantic rock del divo messicano delle telenovelas Eduardo Palomo.

Questo per dire che dentro ‘sto scatolone ci trovai di tutto e di più, qualche discreto 45 giri beat ma per il resto robaccia. Però c’erano diversi 7” da juke-box che, a dispetto di quanto si possa pensare, non sono un’invenzione americana ma italiana. Alle spalle c’è una storia curiosa e se vogliamo emblematica del genio tricolore. Il disco per juke-box fu ideato nei primi anni ’60 da due commilitoni che videro nell’elevato costo dei dischi “normali” un ostacolo alla diffusione di queste nuove macchine provenienti dagli USA. La vicenda è spiegata per bene da Claudio Tosato – riparatore, collezionista, nonché uno dei massimi esperti di juke-box al mondo – nell’ebook Jukebox – Una storia fatta di musica a cura di Armando Cardazzo e Désirée Gottardi: “Uno era di Torino e lavorava in un negozio di elettrodomestici nel reparto dischi, mentre l’altro, di Roma era il figlio di un manager della RCA. Era il periodo in cui i noleggiatori di dischi, muovevano i primi passi e cominciavano a guadagnare qualcosa mettendo in funzione nei bar i primi juke-box che arrivavano in Italia usati e quasi sempre con i cargo per le basi Nato […] Al termine del servizio di leva, il torinese fu chiamato a Roma dal padre dell’amico che aveva riconosciuto nell’idea dei due ragazzi un ottimo veicolo promozionale per i dischi in uscita”.

E fu proprio la RCA italiana a distribuire nel Belpaese i primi dischi in edizione per juke-box che all’inizio erano dischi identici alla versione commerciale con tanto di copertina, a parte un timbro sulla label con la dicitura “Disco Edizione Juke Box – Non vendibile al dettaglio”. Anche la curiosa storia della RCA italiana vale la pena di essere brevemente raccontata. Nel secondo dopoguerra la Radio Corporation of America (RCA) decise di impiantare una filiale in Italia, e non perché credesse di trovare da noi un mercato chissà quanto soddisfacente. Lo fece su pressione di Papa Pio XII che, memore dei bombardamenti americani del 19 luglio 1943 sul quartiere romano di San Lorenzo, chiese all’allora vice presidente della RCA Victor, Frank M. Folsom, di installare una fabbrica proprio in quel quartiere in modo da “risarcire” i romani creando nuovi posti di lavoro. E così, nel 1951, nacque ufficialmente la RCA Italiana, una società per azioni controllata per il 90% dalla casa madre statunitense e per il 10% dal Vaticano tramite lo IOR: l’avreste mai detto?

Ma torniamo sul pezzo. Nei primi anni i 7” da juke-box furono stampati tal quali a quelli ufficiali. Solo in un secondo momento, per abbattere i costi, vennero distribuiti dentro cover forate generiche con il marchio RCA. La parola ancora a Tosato: “Seppur privo di copertina, il disco per juke-box incoraggiava comunque operazioni illecite. Infatti, venditori disonesti, dopo aver eliminato con della trielina il timbro che identificava il disco per juke-box, lo rendevano a tutti gli effetti ufficiale e poteva essere venduto al normale prezzo con un incremento del 100% sul guadagno. La RCA scoperto l’inghippo, pensò allora di utilizzare per questo tipo di emissioni, una label specifica diversa da quella normale, in modo da non poter più essere contraffatta e facilmente identificabile dall’acquirente. […] Anche le buste forate con il logo RCA (se ne contano circa cinque tipi) sparirono presto e i dischi per juke-box venivano confezionati usando, dapprima i surplus delle copertine di dischi invenduti che venivano opportunamente forate al centro per mostrare l’etichetta, poi vennero usate buste bianche vergini, fino agli ultimi anni quando venne utilizzata la carta riciclata. […] visto che la cosa funzionava, anche le altre case discografiche italiane aderirono alla famosa ‘edizione per juke-box‘. Nei primi anni quasi tutte le produzioni rispecchiavano il lato A e il lato B dell’edizione normale poi, per dimezzare il costo SIAE, si è pensato di mettere nel lato B un artista (meno famoso o emergente) della stessa casa discografica o di un’etichetta affiliata in distribuzione. A volte capitava che ne uscisse il “disco bomba” con entrambi i lati super gettonati. Capitava anche che un brano venisse prodotto soltanto nell’edizione juke-box, tale disco è diventato negli anni un pezzo molto ricercato dai collezionisti. All’inizio le versioni commerciali dei dischi erano dotate (sul retro copertina) del famoso cartellino o title-strip colorato, che doveva essere ritagliato e inserito nel juke-box“.

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Negli anni ne ho visti, comprati e venduti diversi di 7” per juke-box. Alcune accoppiate di artisti sono improbabili e oserei dire bellissime. Andando in ordine cronologico penso al dischetto del 1967 griffato Polydor con Io, tu e le rose di Orietta Berti su un lato e Happy Jack dei The Who sull’altro. L’Oriettona nazionale la ritroviamo nello spettacolare 7” del 1972 con il medley Come porti i capelli bella bionda/La Marianna a guerreggiare contro Tomorrow’s Dream dei Black Sabbath. Un trittico di dischetti “bomba” dei Seventies è composto da Metal Guru dei T-Rex con Day After Day dei Badfinger (1972), On A Night Like This di Bob Dylan contrapposta a On The Line di Graham Nash (1974), Hurricane (Part I) sempre di Dylan e Born To Run di Bruce Springsteen (1976), quest’ultimo anche dal discreto valore collezionistico. Della fine degli anni ’70 menzionerei anche il 7” che contiene The Robots dei Kraftwerk e Una lacrima sul viso di Bobby Solo.

Il decennio dell’edonismo reaganiano e dell’eroina dilagante inizia con tre dischetti da sturbo. Sono del 1980 i 7” split per juke-box che accoppiano Baby I Love You dei Ramones e Contessa dei Decibel, Start dei Jam e Cathode Mamma dei Krisma, Private Idaho dei B-52’s e la hit nazionalpopolare sanremese Ancora di Eduardo De Crescenzo. Dell’81 invece è lo spettacolare 45 giri che abbina This Is Radio Clash dei Clash e Il dritto di Chicago di Beppe Starnazza e I Vortici, ovvero il nostro amato Freak Antoni nei panni di un Fred Buscaglione sballato che si presentava come il figlio del cantante umoristico degli anni ‘40 Pippo Starnazza. A chiudere il decennio, nel 1989, viene pubblicato su piccolo vinile per juke-box uno dei più bei pezzi dei Cure, Picture of You, in tandem con From Out of Nowhere dei Faith No More. Nel corso degli anni ’90, nonostante gli apparecchi di riproduzione musicale automatica siano oramai fuori moda, pressoché scomparsi dai bar, i dischetti per juke-box continuano ad essere prodotti. Del 1994 e il 7” split con quella immonda tamarrata di I Need Your Love dei Boston e la fantastica Loser di Beck. Il clou, tuttavia, lo si raggiunge con un altro dischetto datato sempre ’94 che vede abbinate, del tutto a cazzo, Basket Case dei Green Day con Dammi di più di tale Tony Blescia.

CASSETTE E CASSONETTI DELLA SPAZZATURA

Ci sono nato con le cassette ma ai tempi non le amavo molto. Erano scomode da ascoltare e le associavo alla mancanza di soldi. Nel senso che non potendomi permettere i dischi in vinile che avrei voluto, come molti di voi che state leggendo, mi facevo fare le cassettine. Per lo più delle economiche TDK D da 90 minuti per registrarci su due album, uno per lato. L’ho fatto regolarmente fino alla seconda metà degli anni ’90. Nel periodo universitario bolognese andavo in quel meraviglioso posto che era Sesto Senso, mi affittavo a due soldi dei CD di cui avevo letto le recensioni su “Rockerilla” o “Rumore” e poi li riversavo su cassetta. Negli ultimi anni ho ripreso confidenza con le cassette perché diverse belle etichette di musica sfagiolata hanno ri-iniziato a produrle, immagino spinte soprattutto dalla volontà (e direi dalla necessità) di tenere bassi i costi di produzione e quindi di vendita: la nota Burger e la sua sussidiaria Wiener o, per rimanere in Italia, My Own Private e No=Fi, e ancora Bubca e Welcome In The Shit che da queste parti dovreste conoscere. Nonostante ancora oggi non impazzisca per il supporto, il nastro magnetico è comunque un cazzo di supporto, non merdosi mp3 o impalpabile streaming. Aggiungo che lo scorso anno, con alcuni balordi della mia città, abbiamo anche organizzato il Cassette Store Day qui a Teramo, quindi direi che ci ho definitivamente fatto pace.

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Il breve panegirico di cui sopra per dirvi che esiste anche il juke-box a cassette. So che si stenta a credere ma tant’è. Tra la fine del 1971 e gli inizi del 1972 la divisione tedesca della Wurlitzer ha tirato fuori il C-110. Magari dopo un ascolto massivo di Kosmische Musik unito all’assunzione sconsiderata di allucinogeni, chissà. Un juke-box di piccole dimensioni, affettuosamente chiamato “baby”, a cui seguì il C-111 che era una versione più classica in legno “woodrail”, tipo credenza della nonna, per fare pendant con l’arredamento delle birrerie crucche degli anni ’70. ‘Sti affarucci potevano contenere un massimo di 10 cassette, le cui custodie venivano posizionate dietro il vetro superiore in bella vista. C’erano un carosello girevole e, non esistendo al tempo la testina autoreverse, meccanismi doppi della Philips: uno per la riproduzione di ogni lato della cassetta. Si poteva scegliere di ascoltare una singola facciata o entrambe, a costi ovviamente diversi. Se si sceglieva un solo lato il primo dei due meccanismi a fine canzone riavvolgeva il nastro prima di riporlo nel vano contenitore del carosello. Se si selezionavano entrambi i lati, il meccanismo alla fine del primo lato veniva inserito nel secondo meccanismo che provvedeva a suonare il secondo lato.

È pleonastico specificare che si trattò di un flop commerciale di dimensioni epiche, come ha fatto notare il solito Claudio Tosato: “L’ideale, sia per il trascinamento della cassetta che per la riproduzione del nastro, erano le cassette originali della durata massimo di 20 minuti per lato, oppure la classica C60 registrata. La versione da 90 minuti era sconsigliata poiché troppo lunga. In Italia questo modello di juke-box non ha mai avuto molto riscontro nei bar ed è stato destinato invece all’uso casalingo o per il classico negozio di dischi dell’epoca. In seguito fu importato negli USA presso la sede storica in North Tonawanda, New York, riscontrando poco successo anche presso il popolo americano.”

Parlando di cassette e di etichette discografiche votate a questo vetusto quanto affascinante formato, è un piacere tirar dentro la Dumpster Tapes che, a mio parere, ha pubblicato uno dei più bei dischi del 2015. Sto parlando dell’album omonimo dei Flesh Panthers, unica uscita curiosamente stampata a 33. Sono in contatto da un po’ con Ed, uno dei due tipi dietro all’etichetta di Chicago, a cui ho posto alcune veloci domande che vanno a toccare anche il juke-box.

Quando è nata l’etichetta?

La Dumpster Tapes siamo io (Ed McMenamin, ndr) e Alex Fryer. Abbiamo iniziato a pensare all’idea di mettere su un’etichetta un paio d’anni fa e, detto fatto, la nostra prima uscita è stata realizzata il primo novembre del 2013. Andando ad un sacco di concerti qui in zona, abbiamo visto che molte valide band locali non avevano alcuna uscita ufficiale, così ci siamo detti che sarebbe stato divertente e utile farla noi un’etichetta. Devi sapere che a Chicago c’è una grande scena musicale DIY, ogni giorno ci sono band incredibili che puoi veder suonare ovunque: scantinati, cortili, saloni di case private, vetrine di negozi, piccoli bar, locali, ecc.

Perché la cassetta?

Sia io che Alex siamo da sempre grandi amanti della cassetta. È un formato ottimo per le band che possono far uscire la loro musica su un formato fisico, tangibile, in modo rapido e soprattutto economico. Inoltre le cassette sono comode: ad un concerto puoi comprare una cassetta della band che sta suonando e infilarla facilmente in tasca. Ritengo anche che ogni nastro abbia una qualità umana, intangibile, collegata all’artwork e alla natura limitata di ogni uscita. Ad oggi come Dumpster Tapes abbiamo pubblicato 13 cassette e, come sai bene, un solo album in vinile, l’esordio dei Flesh Panthers, co-prodotto con Tall Pat Records.

Quali “tape label” vi hanno influenzato?

Ovviamente la Burger Records rimane una grande influenza per noi. Devo dire che le nostre etichette preferite stanno qui a Chicago, parlo di Randy Records e Tall Pat che stanno facendo uscite davvero killer. Ci piacciono anche Goner, Slovenly, Bachelor, Hardly Art, Rubber Vomit Records e molte altre.

Adesso parliamo di juke-box…

Mi piacciono molto. Alcuni bar di Chicago si sono convertiti ai juke-box moderni “digital touch tunes” che non mi fanno impazzire. Preferisco andare nei posti che hanno dei vecchi juke-box che i proprietari o i baristi illuminati hanno rifornito di dischi davvero eccellenti. Ci sono ancora un sacco di juke-box in città: ad esempio al California Clipper c’è un juke-box gratuito e praticamente non c’è una canzone brutta al suo interno. Devo anche dirti che mio zio Bob ha un fantastico juke-box in casa, un Seeburg del 1955! Lui e la sua famiglia sono stati per me una grande influenza musicale quando ero ragazzino. Ricordo che avevano uno dei primi masterizzatori CD e mi duplicavano un sacco di dischi alternativi che a quell’età non avrei potuto ascoltare in radio o altrove.

Sapevi che la Wurlitzer ha prodotto un piccolo juke-box a cassette negli anni ‘70?

Non lo sapevo! Direi che è fantastico. Grazie di avermelo fatto conoscere… non avevo mai visto un juke-box a cassette prima, ma qui in città un bar chiamato The Owl ha costruito un affare, una specie di macchinetta automatica come quelle che distribuiscono snack, con dentro cassette di band locali. Il bello è che viene continuamente rifornito.

JUKEBOX EXPLOSION

Chiudiamo con un bel disco a tema, ché siamo pur sempre una zine musicale. Nel 2007, come i più attenti di voi sapranno, la In The Red ha dato alle stampe su CD e vinile Jukebox Explosion con una copertina che ricalca, facendone la parodia, quella del primo volume di Back From The Grave, in entrambi i casi opera di Mort Todd: fumettista, scrittore, regista e chi più ne ha più ne metta che, tra le tante cose, è stato direttore di “Cracked Magazine”. Dei 18 pezzi contenuti nella raccolta, 10 sono presi di peso dai primi cinque 7” della Explosion Juke Box Series, sfavillanti 45 giri con buco grande e copertina generica tutti corredati dall’etichetta (o title-strip) per juke-box. Una succosa raccolta che ci mostra le tante facce della Jon Spencer Blues Explosion, quella più cruda, primitiva e noise ma anche quella groove, punk e bluesy.

Bello ignorante, dritto per dritto e alla portata di tutti, è il boogie hard’n’roll Ghetto Mom, lato A della quinta uscita datata 2002 della Juke Box Series. Il pezzo proviene dalle session di Plastic Fang ed è stato prodotto da Steve Jordan che ci suona pure il basso. Pare che il multistrumentista sodale di Keith Richards negli X-pensive Winos tra un “Goddamn” e l’altro abbia categoricamente vietato l’uso di alcol in studio. Ma devo confessarvi che il mio brano preferito non è tra quelli pubblicati nella Juke Box Series. Io sbarello letteralmente per il noise souleggiato Push Some Air, un incrocio tra James Brown e i Cows, lato A di un rarissimo singolo dato alle stampe nel 1995 dalla misconosciuta etichetta brasiliana Barulho Del Mal in occasione del primo tour del gruppo nella terra del carnevale e dei culi più belli del mondo. Il dischetto era disponibile solo nel banchetto del merchandising e andò sold out già alla seconda data del tour a Fortaleza. Ho sentito dire che gran parte delle copie uscì fallata, con il vinile deformato e quindi non riproducibile. Bella inculata, per rimanere in tema.

Per onestà devo dire anche che ho seguito e rispettato Jon Spencer ma, detto tra noi, lui non mi ha mai preso più di tanto. A pelle. E forse ci avevo ragione ad essere sospettoso ché poi nel 2007, casualmente lo stesso anno dell’uscita della raccolta di cui sto cianciando, ce lo siamo ritrovato a collaborare con Eros Ramazzotti nel pezzo Taxi Story. Si dice l’abbia fatto per il bieco denaro e per la fregna, ops… la pussy galore, che pare sia uno degli hobby in comune con l’ex ragazzo di borgata. Della Blues Explosion sono sempre stato più attratto da Judah Bauer e Russell Simins, assieme per un periodo negli Honeymoon Killers e, poco prima di unirsi al marito di Cristina Martinez (perché questo qui è il vero capolavoro di Jon, non Crypt-Style! o Extra Width), nei misconosciuti Crowbar Massage che hanno lasciato ai posteri solo due 7”. Tra questa coppia di comprimari di lusso ho un vero e proprio debole per il corpulento Russell. Una ventina d’anni fa sono rimasto sotto all’affascinante progetto Butter 08, messo in piedi con Yuka Honda e Miho Hatori dei Cibo Matto, sfociato nell’album prodotto nel ’96 dalla Grand Royal di Mike D dei Beastie Boys. E ancora prima ero andato completamente fuori di testa per l’omonimo album del 1993 dei Crunt, il supergruppo che vedeva il nostro nelle retrovie con Kat Bjelland delle Babes In Toyland e Stuart Gray dei Lubricated Goat, all’epoca marito e moglie, a fare da punte di sfondamento. Qualche mese fa dal mio pusher di vinile ho trovato il loro unico 7” Swine/Sexy, pubblicato nel 1993 dalla misconosciuta label australiana Insipid Vinyl. Non credevo ai miei occhi mentre accarezzavo coi polpastrelli la superficie liscia e immacolata del piccolo vinile. Ed è stata tanta la gioia che nemmeno ho dato peso a quel maledetto buco piccolo inadatto al juke-box.

La seconda parte delle Cronache del (mio) juke-box è stata pubblicata sul n. 3 della Rock Zine SOTTO TERRA di ottobre 2015.

Del nostro tempo rubato e traslochi interiori

Ho visto i Perturbazione dal vivo tre volte. Sempre a Teramo. Tre contesti diversi, tutti molto belli, e tre gran concerti. Pensandoci bene forse li ho visti 4 volte: mi pare di ricordare anche un concerto a Giulianova, ma magari me lo sono inventato. Una ventina d’anni fa fui sedotto da In circolo che ci arrivò al giornale che ai tempi facevamo qui in città. A rapirmi l’abbraccio algido di Agosto, il poppettino intelligentissimo Mi piacerebbe che mi ricordava la meteora Rock Galileo (ed è un complimento), l’intramuscolo sonico Fiat Lux, il cabaret pop Il Senso della vite di cui ho molto apprezzato l’arrangiamento ramonesiano nei live. Poi trovai in un negozietto 36 nella sua bella scatolettina da pizza tutta rattoppata e via via ho preso gli album successivi, quelli su major che facevano presagire il grande salto per il gruppo torinese. Salto, non so quanto grande, che però arrivò solo qualche anno dopo con l’inaspettata partecipazione al Festival di Sanremo. L’unica partecipazione al Festival, in tutti i sensi.

Tra il salto mancato e il salto andato a buon fine i Perturbazione hanno pubblicato l’album che preferisco e che ho addirittura in triplice copia: cd masterizzato con copertina homemade letteralmente consumato dall’autoradio della mia vecchia 500, cd originale ma senza copertina e ora doppio vinile che per un po’ di giorni ho avuto timore di aprire per non sfregiare la delicata copertina in cartone.

Del nostro tempo rubato è un mastodonte di 24 pezzi, un concept pop che non conosce scivoloni verso la noia con alcune gemme preziose come Mondo tempesta, Vomito!, la Title Track, L’Italia ritagliata, Revival revolver, Buongiorno buonafortuna, La fuga dei cervelli, Partire davvero, Io sono vivo voi siete morti (tra Johnny Cash e Samuele Bersani), Promozionale, Niente eroi (da Wilco che rifanno i Denovo), Come in basso così in alto, Last minute e la mia preferita in assoluto Mao Zeitung.

Sono sincero. Ho comprato la versione in vinile di Del nostro tempo rubato approfittando di un’offerta alla London Calling di un colosso del web, ovvero doppio vinile al prezzo di uno e pure basso: “Nice Price”, rimanendo in casa Clash. Ma non è stata solo questa la molla. Quel titolo lì, e l’idea che ci sta dietro, oggi è più che mai attuale. Cosa stiamo vivendo se non uno sfibrante trasloco interiore? Quanti scatoloni si sono accumulati nelle nostre teste? Quanti ne abbiamo aperti e quanti lasciati lì a prendere polvere?

PS: ho scritto una e-mail a Rossano per chiedergli come fare a tagliare il nastro da pacchi che avvolge la copertina senza sfregiare l’album. Il Direttore ha passato la palla a Tommaso il quale educatamente mi ha fatto notare che non a caso hanno intitolato il primo pezzo (niente) Istruzioni per l’uso. Poi mi ha consigliato di propendere “per il buon vecchio cutter, usato solo con la punta, con leggiadria, recidendo il nastro adesivo sul bordo”. Alla fine me la sono cavata con un vecchio coltello da carne dell’Ikea.

Tu cavalca, cavalca mio cowboy

THE COWBOYSRoom of Clons (Feel It)

Non di rado con Arturo Compagnoni ci sentiamo per sincerarci di non star scrivendo dello stesso disco per Rumore. Di solito sono io a chiedergli se posso andare con questo o quel gruppo di un paesino sperduto dell’Australia o della profonda provincia americana. Non parlo di roba distribuita ufficialmente in Italia, ma di gruppi che ci andiamo a cercare. Di base, e penso di poter parlare anche a suo nome, siamo degli irriducibili curiosi e nonostante l’età ancora andiamo scrivendo perché ascoltare musica fresca è semplicemente la nostra più grande passione.

Bene, a ‘sto giro – Rumore di maggio – Arturo mi ha fregato sul tempo. In realtà entrambi abbiamo inviato la recensione dello stesso disco e l’ha spuntata lui perché la recensione in questione è inserita nell’ottimo boxino “Indie” che Arturo gestisce da anni.

Mi riferisco a Room of Clons dei Cowboys, gruppo di Bloomington, Indiana, il capoluogo della Contea di Monroe che ha dato i natali anche ai grandi e sottovalutati Gizmos, come ricordavo nella recensione del loro quarto album, Volume 4, finita in testa al mio boxino “Weird RnR” su Rumore di novembre 2017. Esattamente un anno fa, a maggio, 2019, sempre su Rumore scrivevo del loro quinto album, The Bottom Of A Rotten Flower, chiudendo così: “La scrittura è più classica, più a fuoco, gli arrangiamenti non sono telefonati e le dinamiche hanno un ottimo respiro. I ragazzi mettono tanta carne al fuoco, forse troppa, ma che sappiano il fatto loro è indiscutibile”.

Il punto è che i Cowboys dal 2014 hanno pubblicato più di un album l’anno. Una prolificità che indurrebbe ad allentare la presa – è oggettivamente difficile stargli dietro – a maggior ragione per chi come me (e Arturo) si eccita ascoltando nuovi gruppetti di base. Eppure, c’è un eppure, è proprio avvincente seguire passo passo le loro orme perché nello sparigliare le carte in tavola questi ragazzi qui mostrano la classe cristallina dei (cattivi) maestri.

E allora partiamo dall’inizio di Room of Clons, dai 47 secondi strumentali di Clon Time: praticamente una falsa partenza, l’attacco di un pezzo synth punk melodico abortito sul nascere. La vera partenza è il fulmine Wise Guy Algorithm che porta Billy Childish nella sala prove dei PUSA. Molto bene, ma ecco che arriva il primo salto mortale nella calda foschia wave di The Beige Collection e subito dopo lo scherzetto Days che con quel kazoo impertinente non può che fare pensare alla geniale goliardia di Jonathan Richman. Poi tocca alla ballata da accendino al vento A Killing e alla tysegallata dolceamara intitolata Devil Book. L’andazzo lieve, nostalgico, si fa improvvisamente zuccheroso con il gran numero garage pop Martian Childcare che punta dritto all’ahinoi ostracizzato Matthew Melton, finché le spazzole jazzy non accarezzano il rullante in Sweet Mother Earth e s’alza silenziosa la preghiera al pianoforte Ninety Normal Men. E sono solo i primi nove pezzi, ne mancano altri quattro. Per chiudere cito quella che considero la perla più preziosa dell’album: Susie, Susie, la nuova Lola dei Kinks in salsa indie destinata a un sereno insuccesso.

CRONACHE DEL (MIO) JUKE-BOX #1

HOLA, ROCK-OLA

Da buon punk di provincia terra terra (o forse sarebbe il caso di dire sotto terra), nella musica ho sempre apprezzato l’urgenza. E cosa c’è di più urgente di un 7” che gira a 45 giri? Gli album spesso mi annoiano, sovente sono zeppi di riempitivi con 3, massimo 4 pezzi buoni circondati per lo più da fuffa. A meno che non si tratti di concept i quali, spero converrete, sono merda prog da cui tenersi a debita distanza. Per questo ho sempre acquistato singoli in vinile, a partire dalla fine degli anni ‘80 e ancor più negli anni ’00 e ’10 complice il juke-box che fa bella mostra nella mia sala: un Rock-Ola 463 del 1976 con 50 dischetti per 100, o più, selezioni. Non un juke-box di particolare valore, intendiamoci. Niente a che vedere con i primi modelli degli anni ’30 e ’40 il cui design era influenzato dall’Art déco, quei grossi affari in legno pregiato che parevano credenze di case nobiliari. E neppure paragonabile ai fantastici modelli degli anni ’50 e ’60 nei quali la facevano da padrone acciaio e plastica con un’estetica che ricordava gli aeroplani e le Cadillac. Tuttavia una gran bella macchina compatta, dal design moderno, quasi pop-art e vagamente sadomaso con quelle pareti laterali ricoperte di vinile lucido.

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Ho sempre subito la fascinazione del juke-box ma la fissa vera e propria m’è venuta a metà degli anni ’90 dopo esser capitato ad una fiera dove c’erano tutti questi luccicanti apparecchi di riproduzione musicale automatica che fanno tanto “Happy Days”. Ho iniziato così ad approfondirne la storia, leggendo e appassionandomi delle alterne e curiose vicende che ne hanno segnato il cammino. In quel periodo stavo per laurearmi e assaporavo già cosa mi sarei regalato per l’occasione, ma non si può essere degli Arthur Fonzarelli per tutta la vita e poi si sa come vanno queste cose. Nel frattempo c’è da tirare a campare, trovarsi un lavoro, assumersi delle responsabilità. E il tempo passa che neanche te ne accorgi. Fatto sta che ho coronato il sogno di avere a casa un vero juke-box una decina d’anni dopo, vale a dire dieci anni fa esatti, che ci avevo l’età di cristo e la fedina nuziale d’oro bianco sull’anulare ancora lucida. Nel momento dell’acquisto è pure accaduta una vicenda comica che stava per sfociare in tragedia rendendomi orfano di padre, magari ve la racconterò in un’altra occasione.

Ricordo l’eccitazione elettrica il pomeriggio che sono andato a ritirarlo, il culo immane che ci siamo fatti a salirlo per le scale in quattro persone, lo stato di trans dei primi giorni quando rimanevo ore a fissare il nuovo ospite che sputava dalle quattro casse musica selvaggia a volumi da spaccare i vetri. A dirla tutta ricordo anche la monnezza che ci ho trovato dentro, ovvero tutti quei dischetti insulsi del Festivalbar biennio ’92-’93  immediatamente accantonati per fare spazio alla musica che mi ha segnato e continua a segnarmi la vita. Il juke-box l’ho subito plasmato a mia immagine e somiglianza, divertendomi un mondo a creare le etichette dei 50 dischi titolari più quelle di un altro centinaio di 45 giri in panchina sempre caldi e pronti a girare. Le colonnine da 10 dischi ciascuna le ho ordinate secondo la logica che mi è parsa più sensata. Nella prima dischetti Sixties; nella seconda roba dei Settanta, per lo più stupefacente punk ’77; nella terza ci ho infilato i miei anni ’80 da cui sono uscito vivo e vegeto (anzi mi hanno salvato proprio la vita); nella quarta alt-rock dei ‘90, la quinta e ultima è occupata da pattume lo-fi punk e weird-garage dei giorni nostri. L’unico strappo l’ho fatto concedendo qualche dischetto a mia figlia (Giro giro tondo, la sigla di Arnold, Pippo Franco, Topo Gigio) per cui è stata sacrificata la quarta colonnina con corollario di paranoie sui dischi da togliere che potete ben immaginare.

BUCO GRANDE VS BUCO PICCOLO

In quel fatidico 2005, anno in cui è entrato a casa il Rock-Ola, ignoravo una questione tutt’altro che secondaria: nei juke-box girano i 45 giri con buco grande, non è sempre così ma nella maggioranza dei casi sì. E la cosa si rilevò un problema, un grosso problema. Che faccio, mi dissi, non ci metto il 7” Freak Scene dei Dinosaur Jr? Suvvia non scherziamo. Se avessi avuto la prima versione del singolo su SST o quella tedesca su Normal non ci sarebbero stati problemi, ma ho la ristampa su Sweet Nothing con quel cazzo di buco piccolo. Così, con l’entusiasmo furioso dei cretini patentati, mi sono lanciato a testa bassa nell’improbabile impresa di allargare il buco con un coltellaccio da cucina. Il risultato è stato che ci ho perso un paio d’ore buone, ho sudato come una pornostar di colore e ho rovinato irrimediabilmente il dischetto in questione. Quella notte sognai pure J Mascis che mi seguiva mentre andavo al lavoro. Pareva Raymond Babbitt in Rain Man ma non diceva una parola e non sapeva neanche fare di calcolo. Nel suo mutismo accusatorio era solo fastidioso. Il danno e il conseguente incubo mi hanno messo addosso una paranoia che è cresciuta in modo esponenziale quando, dopo aver trascorso l’intero pomeriggio a controllarli uno ad uno, mi sono accorto che metà della mia collezione di 45 giri aveva il buco piccolo.

Come fare? Per fortuna, girando in rete, ho trovato e subito acquistato quello che dalle mie parti viene chiamato il fattapposta, un affare specificatamente atto a modificare il buco piccolo dei 45 giri che quelli bravi con l’inglese chiamano hand dinker o hole cutter. È un tipico attrezzo a “T” con la parte finale, l’innesto, che s’infila nel buco piccolo del 45 giri e una lama che ruota a mo’ di compasso per allargare il buco. Il problema non sta nei 45 giri americani che di solito hanno tutti un bel bucone centrale: se avete qualche dischetto della Sub Pop a casa buttateci un occhio. Il casino è al di fuori degli USA dove i 7” hanno di solito il buco piccolo, soprattutto in Inghilterra e Australia. L’utilizzo dell’hand dinker è l’extrema ratio, sia chiaro, perché vai a mangiarti la grafica e le scritte presenti sulla label del dischetto. Lo so bene perché, per infilarli nel juke-box, ho rovinato sette pollici di Jesus And Mary Chain, Cure, Pixies e tanti altri, li mortacci loro, e mi rifiuto di fare lo stesso con alcune perle di Aussie Rock su Citadel o Truetone come lo split Deniz Tek/Radio Birdman, Johnny dei Celibate Rifles o il primo 7” dei Bam Balams.

Il mio juke-box

Ma che storia è questa del buco grande e del buco piccolo? Perché? Be’ la storia è tutto sommato semplice. Nel 1931 la RCA Victor inventò il 33 giri ma fu un fallimento commerciale tale che appena due anni dopo bloccarono la produzione. D’altronde si era nel pieno della Grande Depressione e figuriamoci se la gente poteva spendere per la musica. Solo nel 1939 alla Columbia iniziarono a ripensare a quel progetto per fornire ai consumatori un formato affidabile e poco costoso. Nove anni dopo, nell’estate del 1948, presentarono in via ufficiale il Long Playing a 33 giri, il classico 12 pollici con buco piccolo al centro dell’etichetta, o label che dir si voglia. Alla RCA la cosa non andò giù e di tutta risposta tirarono fuori il 45 giri del diametro di 7 pollici con la particolarità del buco grande centrale. Lo immisero sul mercato l’anno seguente in pompa magna con tanto di impiantini ad hoc per la loro riproduzione che non contemplavano la possibilità di ascoltarci sopra i 33 giri con buco piccolo. Il buco grande fu adottato quindi per questioni commerciali, per cercare di annientare la concorrenza, niente più e niente meno. Tant’è che tra le due Compagnie iniziò una cruenta battaglia durata almeno un paio d’anni nei quali gli ascoltatori americani brancolarono nel buio non capendo quale fosse il formato migliore per ascoltare musica. La verità è che non c’era un formato migliore dell’altro tra il 7” a 45 rpm e il 12” a 33 rpm, figuriamoci se potevano incidere le dimensioni del buco centrale. A onor del vero in seguito si disse che la scelta del buco grande nei 7” aveva alcuni vantaggi, ad esempio facilitava la presa da parte del braccio meccanico e il conseguente alloggiamento sul piatto dei juke-box, oppure che rendeva più comodo prenderli con le mani senza toccare i bordi del vinile con le dita, anche nel caso di più dischi insieme.

IL JUKE BOX DEL DIAVOLO

In molti hanno subito e continuano a subire la fascinazione del juke-box nell’ambito del garage e del punk (con prefissi e suffissi a scelta), del r’n’r non ammaestrato e fuori fuoco che piace a noi, insomma. Parlo di semplici appassionati come me e soprattutto di artisti ed etichette. Qualche operazione discografica puzza di bieco marketing sull’onda del sempre remunerativo effetto nostalgia, altre sembrano dettate da una passione sincera: per stare ai giorni nostri penso alle prime venti uscite della Trouble In Mind Records di Chicago, tutti 45 giri con buco grande avvolti dalla “sleeve” generica forata con il logo dell’etichetta.

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Ma facciamo un bel passo indietro. Mentre si stavano gettando le basi per abbattere il muro di Berlino, una cellula anglo-americana di terroristi sonici lo stava invece erigendo un muro. Un bel muro di suono. Ad ottobre del 1989 la Blast First diede alle stampe su vinile, cd e cassetta una rumorosissima compilation, non a caso ribattezzata “complication”, intitolata Nothing Short of Total War. La raccolta, con una tracklist un po’ diversa e dall’inequivocabile titolo The Devil’s Jukebox, è stata stampata anche in uno spettacolare cofanetto in simil velluto con dentro 10 sette pollici. Due le versioni disponibili: quella americana in 1.500 copie e quella inglese in 3.000 copie. Il cofanetto è nero e in entrambe le edizioni c’è la stessa grafica, ma nella prima compare in copertina la scritta “Blast First U.S.” con un lettering multicolore a mo’ di arcobaleno, mentre nella seconda il lettering è di un bellissimo rosso sangue rappreso. Ok, queste sono menate per collezionisti che ci interessano fino ad un certo punto. Mi interessa però farvi notare la bizzarria della questione buco grande/buco piccolo. Trattandosi di una edizione che richiama esplicitamente il juke-box, ci si aspetterebbe il buco grande. Manc po’ cazz’, come direbbero ad Oxford. Le copie della versione USA hanno il fottuto buco piccolo, le inglesi quello grande. E anche questo, attenzione, è contro ogni logica. Si tratta della cosiddetta eccezione che confermerà pure la regola ma rompe anche un po’ i coglioni. Come detto in precedenza, infatti, sarebbe dovuto essere il contrario poiché di norma i 45 giri americani hanno il buco grande, mentre le stampe inglesi e australiane il buco piccolo. Va be’, d’altronde come dicono in molti “che ti puoi aspettare dall’unico popolo che guida a destra?”.

In The Devil’s Jukebox c’è musica noise per dervisci allucinati. Non proprio la musica più gettonata, niente a che vedere con la leggerezza dozzinale che fuoriusciva dai juke-box che ascoltavamo da ragazzi succhiando Fior di Fragola in spiaggia. Nella compilation della Blast First c’è la crema andata a male di noti dinamitardi del rumore che hanno raggiunto la prima linea dell’alternative rock a stelle e strisce. Dai Sonic Youth, anche nella variante con gli scaldamuscoli fluo Ciccone Youth, ai Big Black; dai Butthole Surfers ai Dinosaur Jr; dai Rapeman fino alle Lunachicks. Con loro padri nobili e free come Sun Ra e zii avanguardisti del calibro di Glenn Branca, nonché interessanti meteore tipo gli inglesi A.C. Temple e i Beme Seed di Kathleen Lynch, quella mezza matta che (s)ballava nuda nei Butthole Surfers nella seconda metà degli anni ’80.

OH SUSANNA NON PIANGERE PERCHÉ IL JUKE-BOX È TUTTO PER TE

Robert Poss

Nel diabolico pentolone sguazza anche la creatura dell’eclettico pioniere noise Robert Poss che, avendo imbarcato ben tre Susanne nella gruppo, scelse la ragione sociale Band of Susans, fuorviante e un filo demenziale a dispetto della musica e delle intenzioni serissime dell’autore. Per finire in bellezza l’articolo ho contattato l’uomo che ha fatto suo il motto “Distorsion is Truth” e gli ho posto un paio di domande, partendo dai ricordi giovanili che lo legano al fantastico apparecchio di riproduzione musicale automatica: “Quando ero ragazzino nei ristorantini, nei diners, c’erano spesso dei piccoli juke-box, di solito con dentro i successi pop del momento. Ad essere sincero non li utilizzavo molto, solo di tanto in tanto ci mettevo un centesimo o un quarto di dollaro, spingevo il bottone e selezionavo la canzone che volevo ascoltare. Erano apparecchi elettromeccanici che riproducevano musica registrata su 7” in vinile… a pensarci oggi sembra una cosa primitiva, solo un passo avanti ai Flintstones”. Appena nei juke-box ci è finita la sua musica però il buon Robert li ha utilizzati un po’di più, a quanto pare: “Ricordo che negli anni ’80, quando ho iniziato ad avere i miei primi dischi fuori, era emozionante andare nei localini dell’East Village, selezionare una delle mie canzoni nel juke-box e stare lì a vedere la reazione della gente”. È bene specificare che il nostro sperimentatore della sei corde non si riferisce solo ai Band of Susans ma anche ai Tot Rocket And The Twins, la sua prima band power-pop punk, che proprio nel 1980 esordì con il 7” Reduced/Fun Fades Fast In The USA. Per la cronaca il loro unico 12” Television Rules è stato pubblicato postumo nel 2005 dalla nostra sorella punk Rave Up Records. Ma facciamolo andare avanti, il buon Robert: “Va da sé che il materiale dei To Rocket e dei Band Of Susans non era masterizzato allo stesso modo di molte altre canzoni presenti nell’apparecchio, quindi i nostri dischi non avevano l’impatto sonoro delle hit dei nomi più grandi. Devo dire che era molto divertente ascoltare dal juke-box i dischi degli amici, dei colleghi e delle altre band del tempo”. Un’altra curiosità, o sega mentale per i collezionisti se preferite, è che nella versione cassetta e in alcune delle versioni su cd della compilation il gruppo compare con il pezzo Throne of Blood, mentre nel cofanetto di 7” c’è Hope Against Hope, la title track del loro primo album uscito l’anno prima: “Pensai subito che quella del box set di sette pollici fosse una grande idea. Fummo lieti e, ti dirò, anche onorati di essere inclusi. Mi pare di ricordare che io e Susan Stenger scegliemmo Hope Against Hope per il cofanetto dopo esserci consultati con Paul Smith, il boss della Blast First”. Altra particolarità di The Devil’s Jukebox sta nel fatto che a parte i singoli di Sonic Youth, Big Black e Head of David, gli altri sono tutti 7” split. Il Gruppo delle Susanne, ad esempio, condivide il vinile con gli A.C. Temple. Prima di salutarlo chiedo a Robert che ricordi ha della band inglese: “Per quanto mi riguarda sono stati una delle grandi band a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90”. I ragazzi di Sheffield hanno chiuso baracca a e burattini nel 1993, “abbiamo suonato assieme qualche volta, eravamo buoni amici. Quando uscirono mi colpirono molto i loro primi due album, così come le loro esibizioni dal vivo. Avevano un grande interplay chitarristico, una grande voce e un ottimo songwriting… un pacchetto completo, insomma. Dovrebbero proprio essere riscoperti”. Li riscopriremo, Robert. I lettori di questa zine sono abituati a tirar fuori le salme da sotto terra, al netto degli hipster, degli invasati, degli snob al contrario che pensano di far parte di una tribù di eletti e degli ottusi estremisti che Ty Segall è diventato una merda da quando fa i dischi su Drag City. Gentaglia peggio dei fan dei Muse, che temo bazzichi anche questi lidi.

Band of Susans

La prima puntata delle Cronache del (mio) juke-box è apparsa sul n. 2 della bella Rock Zine SOTTO TERRA di giugno 2015.

47 morto che parla: i miei migliori album del 2019

Ecco l’immancabile classificone di fine anno. Ho 47 anni e questi sono i 47 album che hanno solleticato di più i miei padiglioni auricolari nel 2019. Di molti ho scritto su Rumore. Ascoltateli, se potete.


1. PIST IDIOTS TICKER (AUTOPRODUZIONE)
“Due EP alle spalle e ora un terzo mini album di sette pezzi che li pone tra i migliori interpreti del garage r’n’r in senso molto lato. Una marea che monta e spazza via tutto”
2. AMYL AND THE SNIFFERS AMYL AND THE SNIFFERS (ROUGH TRADE/ATO)
“Undici pezzi che entrano in tackle scivolato, tagliando letteralmente le gambe. Impossibile abbassare il livello di adrenalina”
3. URANIUM CLUB THE COSMO CLEANERS (STATIC SHOCK)
“La cosa migliore l’ho letta in una recensione che dice: “C’è la netta sensazione che gli Uranium Club si sentano più intelligenti di te”. Non è una sensazione, tantomeno una pretesa, è la verità”
4. TROPICAL FUCK STORM BRAINDROPS (JOYFUL NOISE RECORDINGS/FLIGHTLESS)
“Un miscuglio di chitarrismo sghembo ed elettronica imperfetta, afro beat, soul distopico e spoken word ipnagogici tra ESG e Sleaford Mods con testi alla Kurt Vonnegut”
5. DOTS WEEKEND OFFENDER (SLACK)
“A due anni da Hangin On A Black Hole i mantovani tornano a sorprendere con un secondo album che WOW! Se c’è qualcuno in Italia capace di restituirci i Beastie Boys di Sabotage, innalzando il cazzeggio a disciplina accademica, sono di certo loro”
6. ET EXPLORE ME SHINE (VOODOO RHYTHM)
“Il trio di Harleem, Olanda del nord, fa vibrare space garage psichedelico farcito di fuzz restandosene ai margini. Questo è il primo album in quasi vent’anni d’attività, ma l’attesa è stata pienamente ripagata. Citando il sommo Celenza: Ollolanda che disco!”


7. WIVES SO REMOVED (CITY SLANG)
“Cosa c’è di nuovo? Assolutamente nulla. C’è un gran buttato via nella voce indolente di Jay Beach, c’è della lattiginosa precarietà, c’è il r’n’r dal motore a scoppio, c’è la chitarra singhiozzante, c’è la melodia acidula e lo-fi che sa di canzoni meravigliose di cui non ricordiamo i titoli. C’è che mischiano molto bene le carte”
8. THE STROPPIES WHOOSH! (TOUGH LOVE)
“Gli Stroppies ci fanno ripiombare con tutte le scarpe nel piccolo mondo antico della Flying Nun Records, fatto di armonie garbate ma comunque acidule e graffianti”
9. EDDY CURRENT SUPPRESSION RING ALL IN GOOD TIME (CASTLE FACE)
10. WOLFMANHATTAN PROJECT BLUE GENE STEW (IN THE RED)
11. JEREMY TUPLIN PINK MIRROR (TRAPPED ANIMAL)
“Il cantastorie del Somerset torna sulla terra con un album che pesca con una mano nell’autobiografia con l’altra nei temi sociali. Musica evocativa, spirituale, intensa, eppure estremamente pop e armoniosa. Una rarità trovare nel cantautorato un bilanciamento così compiuto di integrità e mistero, emotività e humour”
12. LOVE TRAP ROSIE (WILD HONEY)
“Poesia minimalista, flusso di coscienza e melodie beatlesiane soffocate nella culla. In lontananza si scorge una sagoma caracollante che fai fatica a capire se è Nick Cave o il sosia anoressico di Elvis”


13. CORNER BOYS WAITING FOR 2020 (DRUNKEN SAILOR)
“I ragazzi dell’angolo pubblicano l’album della conferma, tirando fuori dal cilindro dieci pezzi uno più anthemico dell’altro che stimolano il sistema nervoso simpatico con un punk melodico ma comunque ruvido, capace di tenere costantemente alti i livelli di adrenalina”
14. THE CAVEMEN NIGHT AFTER NIGHT (SLOVENLY)
“Come suonerebbe un gruppo r’n’r dei primi anni 60 completamente sfatto alla festa di una confraternita studentesca incline a iniziazioni violente? Semplice: come i 13 pezzi del quarto album dei selvaggi neozelandesi”
15. SENZABENZA GODZILLA KISS! (BAD MAN/STRIPED)
“Un mix perfetto di freschezza ed esperienza, Ramones da una parte e Beatles dall’altra. Un suono derivativo ma così riconoscibile, anche nella voce di Nando, da essere un marchio di fabbrica. Come cantano in We Never Get Played On The Radio, un mistero che siano rimasti solo un gruppo di culto”
16. DIIV DECEIVER (CAPTURED TRACKS)
17. R.M.F.C. HIVE – VOLUMES 1 & 2 LP (ERSTE THEKE TONTRÄGER)
“L’acronimo sta per Rock Music Fan Club, lui è Buz Clatworthy: un annoiato millennial punk australiano che ha consumato i dischi di Jay Reatard senza farsi le pippe su cos’è punk e cos’è indie”
18. REVEREND BEAT-MAN AND IZOBEL GARCIA BAILE BRUJA MUERTO (VOODOO RHYTHM)
“La musica che vorrei ascoltare quando percorrerò il viale che conduce all’altro mondo”


19. BOOJI BOYS TUBE REDUCER (DRUNKEN SAILOR)
“Immaginate i Guided By Voices che si danno appuntamento con gli Hüsker Dü a casa di Greg Lowery alle prese con le prime prove dei Supercharger in uno scantinato dove campeggia il poster gigante dei Creedence Clearwater Revival”
20. AUSMUTEANTS … PRESENT THE WORLD IN HANDCUFFS (ANTI FADE)
“Un incredibile concept su un poliziotto violento. Da Hate The Police dei Dicks a Police Story dei Black Flag, il punk ha denunciato spesso la brama di controllo, la corruzione e l’abuso di potere delle forze dell’ordine. Ma questo è un quadruplo salto mortale e mezzo carpiato”
21. ALLAH-LAS LAHS (MEXICAN SUMMER)
22. SANTAMUERTE KONOKONO (GO DOWN/MIACAMERETTA)
“Il gruppo di Mola di Bari ha alzato l’asticella. È evidente sin dalla botta d’elettricità hard garage My Pills più Oh Sees che Black Lips, a cui i nostri sono spesso accostati”
23. SURF CURSE HEAVEN SURROUNDS YOU (DANGER COLLECTIVE)
“Non sono un grande fan dell’indie pop edulcorato da cameretta, eppure questi due mi hanno rapito con la loro eleganza epica d’altri tempi
24. UV RACE MADE IN CHINA (AARGHT!)
“Falce e martello nel centrino del vinile, inserto con testi in cinese, una copertina che sembra opera di Remo Squillantini risucchiato dalle pagine di Bret Easton Ellis. Gli Uv Race sono una delle più strane band australiane di area post punk”


25. GOOFY AND THE GOOFERS EDILPITTURE ORLANDI & F.LLI OMEZZOLLI (WALKMAN)
“Otto pezzi come sampietrini punk in mezzo a una gragnòla di wah wah, decelerazioni funk, coretti dall’armonia acidula soffocati dagli spasimi, noise blues a doppi giri e solenne melodia weird”
26. THE ORWELLS THE ORWELLS (AUTOPRODUZIONE)
27. THE WORLD REDDISH (MICROMINIATURE/LUMPY)
“I World sono un bizzarro collettivo artistico di Oakland a trazione femminile, delle tre donne in formazione una suona persino due ridicoli bonghetti e un campanaccio con le bacchette”
28. THE COWBOYS THE BOTTOM OF A ROTTEN FLOWER (FEEL IT)
“Melodia a catinelle, echi Paisley Underground, chitarre acustiche, surf, falsetti e la malinconia sottopelle di un Townes Van Zandt cresciuto a botte di hardcore punk”
29. RAVI SHAVI BLACKOUT DELUXE (ALMOST READY)
“La miscela di classic punk, indie moderna e new wave con una botta di r’n’r fa dei Ravi Shavi la punta più acuminata del garage pop di oggi”
30. THE HECK WHO? (DIRTY WATER)
“Un’idea di garage punk sonico e affilatissimo così lontano così vicino dai padri del genere”


31. FONTAINES D.C. DOGREL (PARTISAN)
32. TH DA FREAK FREAKENSTEIN (HOWLIN’ BANANA/BORDEAUX ROCK/FLIPPIN’ FREAKS)
“Il ragazzo di Bordeaux tesse un album di psichedelia indie pop dai colori autunnali, notevole per la scrittura mai fuori misura e per la giocosa saudade in filigrana”
33. UNOAUNO BARAFONDA (RIBESS)
“Rispetto al promettente esordio sono evoluti senza spostarsi di un millimetro. Mi spingo a dire che sono tra i più credibili’parlatori rock’ italiani degli ultimi vent’anni”
34. UROCHROMES TROPE HOUSE (WHARF CAT)
“Il duo chitarra, voce e drum machine del Massachusetts finalmente incanala la violenza hardcore e post punk dentro un vero album che è un campo minato con schegge di sperimentazione a mo’ di dardi infuocati”
35. INUTILI NEW SEX SOCIETY (AAGOO)
“Gli Inutili sono ancora uno dei segreti meglio custoditi del nostro rock alternativo. Certo non aiuta l’indole appartata e un’attitudine free punk che s’infrange sugli spigoli acuminati del noise d’avanguardia”
36. CEREAL KILLER BEGINNING AND END OF CEREAL KILLER! (ANTI FADE/DRUNKEN SAILOR)
“Un album hardcore punk profondamente moderno, arcigno, storto, lo-fi. Un paio di punti in più perché coglionano il prossimo appellandosi Geelong stadium rock band


37. ANDY HUMAN & THE REPTOIDS PSYCHIC SIDEKICK (TOTAL PUNK)
“Post punk obliquo ma così maturo da non dover cedere al cliché dell’aggressività, robotico, spruzzato di psichedelica sulfurea, che segue le orme di Devo e Gang Of Four impresse sull’argilla molle del suolo lunare”
38. COSMONAUTS STAR 69 (FUZZ CLUB/BURGER)
“I losangelini ciondolano in quella terra di mezzo tra il garage punk e il dream pop, con l’arroganza degli Stone Roses tenuta a freno dalla droga dei Primal Scream dell’89-91 e la psichedelica stratificata degli Spacemen 3”
39. THE HUSSY LOOMING (DIRTNAP)
“Bobby e Heather Hussy ingrassano il suono e pigiano sull’acceleratore hard in quello che potrebbe essere l’album mai realizzato di Kim Shattuck assieme ai Mudhoney”
40. THE KAAMS KICK IT (AREA PIRATA)
“Fanno musica fuori moda, musica di genere che, come la narrativa di genere, dai più viene considerata di serie B. Questo per dire che gli orobici sono gli Scerbanenco del garage punk, se capite cosa intendo”
41. JOSY & PONY EPONYME (FREAKSVILLE/ROCKERILL)
“Il groove zampilla tra flutti shoegaze sotto un cielo terso di psichedelia, con l’organo Sixties garage che tiene testa all’esuberanza French touch”

 

42. GONZO DO IT BETTER AGAIN (ANTI FADE)
“Saints ed Eddy Current Suppression Ring sono state due grandi rock band australiane. Dico rock non a caso. I ragazzi di Geelong ne seguono le orme, rifiutando le etichette punk, indie, psych, ecc.”
43. NEUTRALS KEBAB DISCO (EMOTIONAL RESPONSE)
44. MUDDY WORRIES THIRD DEGREE (ARAGHOST)
“Una balugine nel mezzo della foschia: questo è l’esordio lungo del trio bolognese d’adozione”
45. FERRO SOLO ALMOST MINE: THE UNEXPECTED RISE AND SUDDEN DEMISE OF FERNANDO – PART II (RIFF/WE WORK/FERNANDO DISCHI/AREA PIRATA/DEAMBULA)
46. NEW BERLIN MAGNET (GOODBYE BOOZY)
“Il secondo album del trio texano è asciutto, minimale, ultrabasico. Non c’è trucco e non c’è inganno in queste 11 canzoni che durano appena 17 minuti”
47. JESUS FRANCO & THE DROGAS NO(W) FUTURE (BLOODY SOUND FUCKTORY)
“Frattanto che la civiltà si sgretola i nostri Melvins di provincia, cresciuti a colpi di stoccafisso all’anconetana e Verdicchio dei Castelli di Jesi, continuano a menare r’n’r granitico liscio come pietra levigata dal mare”