MASSIMO VOLUME

ANDREA POMINI
Tutto qui – La storia dei Massimo Volume
(Arcana, pp. 350, € 18,50)

cover libro A.PominiNon è il massimo dell’eleganza piazzare qui come scelta del mese il libro di una delle principali penne di Rumore. Ma qui sarebbe stato ancor più inelegante non parlare di Tutto qui, e scusate il gioco di parole, perché i Massimo Volume hanno impresso una svolta epocale al rock indipendente italiano dei ’90. Si aggiunga alla sostanza di per sé “pesante” la forma altrettanto pesante: ovvero la scelta “antropologica” di Pomini che ha deciso di “scomparire” lasciando la parola ai protagonisti, come hanno fatto Legs McNeil e Gillian McCain in Please Kill Me. Poi ha montato il tutto – circa 50 ore di registrazioni – da navigato puparo con il risultato nient’affatto scontato di “muovere” i suoi pupi molto più di quanto ci si sarebbe potuto aspettare a priori.
Il racconto della vicenda artistica e umana dei Massimo Volume è come un lungo piano sequenza, denso di aneddoti e particolari che toccano inevitabilmente anche l’avventura letteraria di Clementi e i vari progetti paralleli (El Muniria, Agnelli Clementi, Franklin Delano, ecc.). La storia viene introdotta dalle biografie dei componenti del gruppo, in assoluto la parte più viva e interessante del libro: ragazzi di tranquille province del centro Italia un po’ maledetti e un po’ semplicioni col mito della Bologna controculturale del ‘77. Poi si parte sul serio dai prodromi con Umberto Palazzo, a cui è giustamente dedicato molto spazio, sbolognato prima dell’eccellente esordio Stanze e si arriva all’assurdo dirigente della WEA soprannominato Bimbomix. Colpisce che nonostante il contratto major i Massimo Volume siano rimasti sempre con le pezze al culo, divisi tra la vita grama delle case occupate, i lavoretti precari e un culto underground che cresce fino a esplodere tra le loro mani. Ma ancor più colpisce la perenne tensione e la dura fermezza del triumvirato Clementi-Burattini-Sommacal che sa esattamente ciò che vuole. Tanto per dirne qualcuna: deride a go-go il “povero” chitarrista Cecio costringendolo a mollare la baracca alla fine di Da qui, non si piega a Fausto Rossi che abbandona nel bel mezzo della produzione di Lungo i bordi, disprezza nel proprio intimo quel tamarro di Ligabue che vorrebbe lanciarli chissà dove e non digerisce mai appieno l’anarchia creativa di Metello Orsini. Come nella migliore tradizione r’n’r il castello si sgretola pian piano, per crollare definitivamente quando l’intransigenza che ha sempre fatto da collante al gruppo, i rapporti e le vicende personali se ne vanno a puttane, complici anche l’alcol e le droghe nel periodo artisticamente più buio che, guarda caso, coincide con la metropoli Milano (troppo per dei provinciali come i Massimo Volume) e con il deludente epilogo di Club Privé.
Il merito del libro di Pomini è lo stesso merito che va riconosciuto ai Massimo Volume. La sincerità, nuda e cruda. E infatti ne esce un gruppo di persone prima che musicisti, profonde ma non intellettuali, simpaticamente cazzone, in soggezione al cospetto dei grandi, crudeli e stronze con i deboli. Individui normali, insomma, che oggi si sono liberati di diversi fardelli personali, fregandosene di mostrare le loro umane e a volte banali debolezze. Un grande gruppo musicale – non dei patetici reduci – che ha da dire ancora tanto come ci ha mostrato in tutta la sua sgargiante bellezza il recente Cattive abitudini.

Recensione pubblicata come libro del mese su RUMORE di gennaio 2011.

Condividi sui social network