LUCA FRAZZI, un gooner punk rock di provincia!

foto Luca Frazzi

Era da un po’ che volevo farmi quattro chiacchiere con LUCA FRAZZI e non c’era opportunità migliore dell’uscita nell’estate del 2003 del suo ultimo libro Lontano da Highbury – diario italiano dell’indimenticabile stagione dell’Arsenal 2001/2002 per esaudire questo desiderio. L’occasione fa l’uomo ladro così, interloquendo con uno che scrive di musica non allineata da più di 20 anni, la discussione è arrivata sino al punk, al r’n’r, allo stato di salute della stampa musicale “alternativa” del belpaese, ecc. Un’ora al telefono non significherà granché, ma è bastata a confermarmi l’idea che mi ero fatto leggendo da anni i suoi articoli. Luca Frazzi è persona competente, alla mano, discreta, timida, agli antipodi di molti critichini musicali con la puzza sotto il naso (indistintamente di fanzine e riviste ufficiali) con cui mi è capitato di scambiare qualche parola. A voi.

Partiamo dal libro Lontano da Highbury di recente pubblicazione per i tipi di Libri di Sport. Come è nata l’idea?
cover Lontano da Highbury L’idea del libro è casuale… io ho varie agende in cui annoto un po’ di cose, personali e non, e mi sono accorto che alla fine della stagione calcistica 2001/2002 mi ero appuntato diverse cose sull’Arsenal, partita per partita, così, dopo la gara col Manchester, ho pensato che era il caso di buttare giù qualcosa di più articolato. L’ho fatto principalmente per me stesso, mi sarebbe spiaciuto perdere il ricordo di queste emozioni.

Quindi inizialmente non pensavi ad una pubblicazione…
No, non inizialmente. Poi in un secondo tempo ho parlato di questa roba qui con un amico inglese ed è uscito fuori che quello che avevo scritto avrebbe potuto incuriosire i tifosi inglesi dell’Arsenal. Sinceramente ci avevo pensato anch’io a questa ipotesi perché conosco la situazione del tifo dell’Arsenal. Ci sono molte pubblicazioni (amatoriali e non) relative ad ogni singola squadra inglese, che vengono vendute fuori dallo stadio… anche perché, solitamente, chi ne compra una è un completista. Da lì è venuta quindi l’idea di dare una forma più definita agli appunti che avevo, con una scansione partita per partita, con date ecc… malgrado fossi ben cosciente che sarebbe stata la stessa scansione che aveva dato Nick Hornby. Così, arrivato alla fine del manoscritto, ho pensato di farlo girare un po’ anche in Italia ed è capitato nelle mani del giornalista del Guerin Sportivo Roberto Gotta il quale lo ha girato alla casa editrice bolognese Libri di Sport. Ripeto la cosa è nata per me, in un secondo tempo ho pensato al mercato inglese e solo alla fine a quello italiano.

Come stanno andando le vendite?
Penso che stiano andando bene. Il responsabile della casa editrice Christian Giordano è contento di come sta vendendo il libro, però al momento non ti posso quantificare le vendite perché non ne ho proprio idea.

Hai pensato alla traduzione inglese del libro?
L’intenzione iniziale era appunto quella di fare uscire il libro solamente per il mercato inglese, anche perché sinceramente, mettendomi nei panni di un lettore italiano, non capivo a chi potesse interessare una pubblicazione del genere. Dopo, riflettendoci su, ho pensato che qualcuno poteva esserci, e in effetti… comunque, per quanto riguarda l’ipotesi di una traduzione inglese, ho dei mezzi accordi con alcune case editrici d’oltremanica ma di compiuto al momento non c’è ancora nulla.

A questo punto non posso che chiederti da dove deriva questa tua grande passione per l’Arsenal…
È una passione che mi porto dietro fin da bambino. Adesso ho 38 anni ma tutto è cominciato nel 1979 quando ne avevo 13. All’epoca mio fratello mi riportò da Londra una sciarpa dell’Arsenal che da noi, in provincia, non era un oggetto molto diffuso ed io, ancora ragazzino, iniziai a vantarmi di questa cosa. In un secondo tempo ho iniziato ad interessarmi seriamente all’Arsenal, precisamente nella primavera del 1980 quando ci fu Juve-Arsenal di Coppa delle Coppe. Come scrivo anche nel libro già ero un anti juventino incallito e nel vedere l’Arsenal con queste maglie bellissime, 10 volte più belle di quelle italiane, ne rimasi folgorato. Ecco, da lì ho cominciato ad appassionarmi veramente all’Arsenal. A dire il vero all’inizio nascondevo anche un po’ questa passione per il calcio perché, a torto, era vista come qualcosa di eccessivamente nazional-popolare. Ed io, a torto, l’ho nascosta… poi me ne sono sbattuto altamente.

Cosa significa essere un “gooner di professione” lontano migliaia di chilometri dai tuoi eroi… suppongo sia dura!
È durissima, non dura… ti devi aggrappare a qualsiasi appiglio per cercare di seguire la squadra, da quelli più ovvi tipo abbonarsi alle tv che trasmettono le partite, agli abbonamenti ad ogni pubblicazione possibile: dalle fanzine calcistiche alle riviste ufficiali, dai settimanali ai mensili inglesi in genere. Pensa che l’home page del mio computer è il sito dell’Arsenal… questo giusto per farti capire. Faccio quello che posso, anche tenuto conto delle esigenze economiche ogni tanto vado a Londra a vedere qualche partita… per esempio parto giovedì (25 marzo 2004, ndi) per andare a vedere la partita di campionato contro il Manchester. Questa stagione poi sta andando magnificamente bene, il campionato è quasi vinto, in coppa d’Inghilterra siamo in semifinale e in Coppa Campioni siamo ancora in corsa. Attualmente, a detta di molti, stiamo giocando il miglior calcio in Europa al livello del Real Madrid.

Torniamo al libro: la scelta di strutturarlo come una specie di diario mi sembra una presa di distanza da tutto ciò che non riguarda l’Arsenal. Come a dire: “nessuna concessione al resto”. Il fatto che tra le pieghe del libro ci sia pochissima musica (altra tua grande passione) rafforza questa mia idea. Sbaglio?
Non sbagli! È una cosa voluta, il libro è nato come un tentativo di non lasciare andare certi ricordi, certe sensazioni vissute momento per momento grazie ad una squadra di calcio. Mi sembra pertanto naturale che il centro del discorso sia l’Arsenal, anche se il tutto avviene in un contesto molto locale perché i riferimenti a luoghi e a persone della mia zona ci sono tutti. Non ho voluto fare del libro una questione personale dato che la singolarità risiedeva proprio nel fatto che un italiano della provincia profonda si mettesse a seguire una squadra straniera. Se avessi voluto fare un libro su di me avrei scritto probabilmente dell’altro. I riferimenti musicali li ho evitati volutamente, sarebbe stato troppo facile fornire degli appigli del genere per compiacere un pubblico che magari mi conosce per quello che ho fatto sulle riviste musicali. Ho dato dei riferimenti soltanto quando era strettamente necessario, nel senso che se la musica rientrava tra le cose da ricordare allora l’ho menzionata: giusto un concerto o qualche cassetta ascoltata in macchina. Ho preferito tenere distinte le due sfere per non creare confusione e per non giocare un gioco troppo facile e ovvio.

Anche se a forza di parlare del San Giorgio mi è venuta voglia di farci una capatina. Da come ho potuto capire si tratta della tipica osteria di provincia con prezzi popolari, quindi consigliabile…
Assolutamente sì! Il San Giorgio è un luogo di ritrovo per astrarsi da quella che è una realtà fatta di McDonald e di locali alla moda. Secondo me fotografa alla perfezione una realtà di provincia del nord come questa un po’ sonnolenta, grigia. Il San Giorgio riflette un carattere estremamente locale di Fidenza, frequentarlo ti dà un senso di concretezza che ti raccomando. Se un giorno capiterai da queste parti ti ci porterò e te ne renderai conto.

Ci sono state molte revisioni del libro?
No, assolutamente no, praticamente è la prima versione. Ho apportato qualche correzione alla grammatica di base, non ho tolto né aggiunto praticamente niente.

Nel libro appare chiaro che tu non ami molto il calcio italiano. Sei davvero così indifferente alle vicende pallonare del belpaese?
Non è che uno nasce appassionato solo di calcio inglese… per forza di cose “vivo” il calcio italiano, che ho sempre seguito, ma con un occhio alquanto critico. Per esempio quello che sta succedendo oggi è assolutamente patetico. Ciò che è avvenuto nel derby Roma-Lazio (21 marzo 2004, ndi) più che tragico lo trovo patetico… ma non solo, la situazione economica del calcio italiano è da ridere, siamo gli zimbelli del calcio europeo. All’interno degli stadi italiani c’è un’assoluta mancanza di calore. A parte casi isolati gli stadi italiani sono sempre semi vuoti, pensa al Delle Alpi di Torino: è una cattedrale nel deserto… tristissimo! Amo molto di più il calcio locale.

In una recensione del tuo libro ho scritto che sei una specie di mago se continui ad avere a fianco una santa donna che sopporta le tue manie da invasato gooner di provincia…
Be’ anche lei hai i suoi momenti d’ira collegati a queste mie passioni, ma è tutto compreso entro certi limiti. Lei non sopporta il calcio quindi puoi capire, però si convive pacificamente lo stesso…

Sì…come a casa mia: due televisioni e passa la paura!
Sì diciamo che anch’io me la cavo in questo modo! A parte il fatto che questa stagione sono riuscito a portarla ad Highbury per la prima di campionato e le è piaciuto molto. Questo in parte ha cambiato la sua visione del calcio inglese ed ora capisce parzialmente il perché di certi miei slanci.

 

Luca Frazzi

Dopo questa abbuffata di calcio, passiamo all’altro tuo chiodo fisso: il rock’n’roll. Cosa ti ha traviato in gioventù da spingerti ad iniziare a scriverne?
Sono stato molto precoce, mio fratello maggiore mi ha inebetito a colpi di Genesis, Yes, Pink Floyd, Led Zeppelin e cose di questo tipo, così come reazione ho iniziato a seguire musica che era l’esatto contrario di quella che mi passava lui. Da lì l’avvicinamento ai nuovi suoni: il punk e la new wave.

Ti ricordi il primo articolo che hai scritto?
Sì, era la stroncatura di The Wall dei Pink Floyd per un giornalino scolastico che si chiamava Il Malvagio. Questo a 13 anni, poi nell’81/’82 ho cominciato a collaborare con una fanzine Hardcore friulana che si chiamava Nuova Farheneit Punkzine ed in seguito, nel periodo ‘83/’85, con un’altra fanzine new wave che si chiamava Komakino. Con il boom del garage e del sixties revival nel 1986 ho fatto una fanzine mia, Cosmo’s Factory, ma già nel 1985 avevo iniziato a collaborare con Rockerilla. Alla fine degli anni ’80 ho messo su un’altra fanzine chiamata Do The Pop come il pezzo dei Radio Birdman, a cui è seguita Inflammable Material durata dal ’92 al ‘95. Il mio genere preferito è sempre stato il punk classico.

Leggendo i tuoi articoli è infatti il primo punk quello che ti interessa maggiormente…
Sì, la mia passione principale è il primo punk perché non ho mai più trovato quel tipo di freschezza, di eccitazione… non di qualità, attenzione! Ci sono molti gruppi oggi del nuovo punk lo-fi che suonano il sound del ’77 meglio dei gruppi originali ma li trovo veramente piatti, non mi passano nessun tipo di emozione. Il mio principale interesse è il primo punk diciamo fino all’80/’81.

Quindi amerai alla follia etichette come la romana Rave Up che ripesca gemme perdute di quel periodo…
Assolutamente sì, trovo quei dischi fantastici! Da qualche mese con un mio amico faccio un programma in radio (Key Rock di Scandiano, Reggio Emilia) che si chiama 14 anni nell’80 nel quale passiamo tutto quello che ci ha influenzato all’epoca: dai Damned agli AC/DC.

Cito testualmente da una tua intervista scovata on-line: “Si è sempre data troppa importanza a chi scrive di musica, a volte più che a chi suona… io da cronista (e non da critico) rock, posso solo dire che amo questa musica e che amo raccontarla, da sempre“. Anch’io credo che chi scrive di musica non allineata debba essere mosso soltanto dalla passione e debba pertanto rifuggire spocchiosi sociologismi della domenica. Come vedi oggi il giornalismo musicale italiano?
Sottoscrivo in pieno quello che ho già affermato altrove. Ho cominciato a leggere di musica in una fase nella quale la musica era veicolo di un pensiero politico, nel 1979 circa, quando c’era ancora un retaggio culturale di un certo tipo e chi scriveva era veramente visto come una sorta di guida poi, nel corso degli anni ’80, ho notato che alcuni grandi nomi del giornalismo musicale alternativo cominciavano a sentirsi un po’ troppo al centro dell’attenzione… più dei gruppi di cui parlavano. Questa cosa non l‘ho mai trovata giusta. Capisco che ci siano dei lettori che possano prendere a riferimento alcune firme sapendo che la tal persona va a parlare di cose che più o meno ti interessano, ma di lì a mettersi al centro dell’attenzione come è successo dalla seconda metà degli anni ’80 in poi mi pare troppo. I lettori stessi a torto consideravano alcuni giornalisti alla stregua dei musicisti. Quel che conta è chi suona, chi scrive viene dopo. Malgrado io scriva di musica sono abbastanza d’accordo con chi dice che i giornalisti musicali sono dei musicisti falliti, o che abbiano quantomeno un piccolo senso di frustrazione.

Come chi sostiene che gli arbitri siano dei giocatori mancati….
Esatto… il paragone mi sembra giusto.

Rimanendo sull’editoria musicale indie personalmente mi sembra che ci siano in Italia troppe testate, a volte molto simili tra loro. Che ne pensi?
L’edicola è diventata oggi un posto davvero triste per chi segue la musica di qualità. Al di là del fatto che poi è stata mercificata l’immagine di un certo tipo di musica… oramai non si contano più in edicola gli speciali punk con cd allegati che non capisci davvero cosa c’è dentro. Il panorama editoriale musicale è desolante e, a dir la verità, non mi piacciono nemmeno alcune fanzine che forse anche in risposta a questo tipo di situazione hanno assunto una posizione completamente settaria del tipo: “fate tutti cagare, noi scriviamo le cose giuste, per dieci persone ma le cose giuste”. Noto una volontà di chiudersi in una nicchia che non capisco. Molte fanzine (e anche molte piccole etichette) sono a loro modo conservatrici, chiuse al nuovo, anche se continuano a mantenere indubbiamente una funzione centrale nella scena italiana. In verità mi annoia molto la stampa musicale, non ci trovo niente di particolarmente eccitante. E intendiamoci il mio non è il punto di vista di uno che rimpiange i bei tempi, lungi da me una posizione di questo tipo. Se posso sto al corrente di tutto quello che succede, ascolto tutte le ultime cose, a volte mi violento pure per sentire certe cose che sinceramente mi dicono poco.

Ma non ti piace proprio nessuna rivista?
No, direi nessuna. A dir la verità, nemmeno quelle per le quali collaboro. Claudio Sorge è il primo a sapere che di Rumore sfoglio soltanto una decina di pagine, anche se comunque questa rivista rimane oggettivamente la proposta migliore che ci sia attualmente in edicola, e questo lo penso veramente. Per esempio trovo mortalmente noioso Blow Up con questo suo atteggiamento spocchioso e intellettualoide, gli altri non li cito neanche… Rockerilla è ormai da anni in una china calante.

E dei giornalisti che mi dici? Ne salvi qualcuno?
Direi che Claudio Sorge è un esempio per quanto riguarda la volontà di rimanere aggiornato. Claudio è una persona che ama il rock in tutte le sue sfaccettature al punto di continuare, nonostante l’età non più giovanissima, a seguire ogni tipo di proposta e a farlo con l’entusiasmo del ragazzino, si approccia alla musica con l’ingenuità voluta (e necessaria) che deve avere un ragazzino. Questi secondo me sono i requisiti principali che dovrebbe avere uno che si occupa di musica: l’entusiasmo e una certa verginità all’ascolto. Altri nomi di giornalisti, sinceramente, non mi vengono in mente.

Cosa pensi della nuova rivista Punkster? Che tra l’altro ti vede partecipe, seppur marginalmente.
Ho accettato di scrivere su Punkster quasi esclusivamente per l’amicizia che mi lega a Claudio Sorge, ma non sono certo entusiasta della cosa. Tra l’altro il giornale non è nemmeno male… per esempio a livello grafico è più che accettabile. I gruppi trattati nel primo numero li trovo di una piattezza sconfortante, non mi dicono nulla. Questi nuovi gruppi punk sono seriosi nel loro essere forzatamente buffi e gioiosi, ma poi si prendono molto sul serio in realtà.

Qual è l’ultimo disco che ti ha procurato una bella scossa?
Il disco degli scandinavi Indikation. Hanno pubblicato da poco il loro esordio In Terms Of… sull’italiana Teen Sound di Massimo del Pozzo. Sono assolutamente favolosi, sono un gruppo sixties come non ne sentivo da tempo, ma non sixties lo-fi garage punk, sono abbastanza classici ma fenomenali. E poi gli Stabilisers di Allan Crockford ex Prisoners, che fanno punk ’77 sul genere dei primi Clash, primi Boys, Generation X. A breve uscirà un album per la bolognese Skipping Musez che è una bomba di puro punk ’77… non studiato nell’immagine ma nei suoni e negli atteggiamenti. È un disco eccezionale, così puro che alla fine risulterà anche fresco alle orecchie di molta gente.

E di nuove band italiane che mi dici?
Mi piacciono molto i sardi Rippers che hanno un approccio al garage che, come concezione, mi ricorda quello della metà degli anni ’80. Sono molto sporchi, non hanno nessun ritegno nel suonare garage punk. Poi direi Tito & The Brainsuckers che sono più rock in senso classico ma mi piacciono molto lo stesso.

Facciamo un salto all’indietro: sono convinto che il bimestrale Bassa Fedeltà da te coordinato fosse in anticipo sui tempi… secondo te quella esperienza editoriale avrebbe miglior successo oggi che il r’n’r è sulla bocca di tutti? Una curiosità: quante copie vendeva?
Che oggi Bassa Fedeltà avrebbe miglior fortuna è certo! La rivista è nata proprio come uno sfogo personale mio e di Claudio Sorge. Ci stavamo rendendo conto che ormai su Rumore c’era sempre meno spazio per certe cose e così abbiamo deciso di tentare questa nuova avventura… anche se poi, sia a livello grafico che di scelte, facevo quasi tutto da solo. È stata un’esperienza massacrante ma l’ho portata avanti con un entusiasmo che oggi sinceramente non ho più. Tenendo conto che era un giornale così di nicchia, le vendite ci hanno premiato. Siamo arrivati a vendere 7000 copie, che sono tantissime, ma poi siamo stati schiacciati dall’evidenza dei fatti nel senso che tentare una vendita in edicola e cercare di coprire quasi tutti i punti vendita italiani significa stampare circa 20.000 copie. C’è da dire comunque che con il passare dei numeri da parte mia è calato di molto l’entusiasmo. Iniziavo a scontrarmi regolarmente con gente che aveva piccole etichette che parlava di congiure, cose da asilo nido insomma e quindi, visto che non ci ho mai guadagnato niente, mi sono rotto i coglioni e ho mollato. Poi c’è stato Metallic KO che era una specie di surrogato di Bassa Fedeltà.

Ecco… a proposito di Metallic KO ho apprezzato molto il numero monografico che hai dedicato ai Ramones dopo la scomparsa di Joey. So che hai pensato ad una cosa simile per onorare la memoria di Joe Strummer, ma non se ne è fatto più nulla…
Avrei voluto fare qualcosa su Joe Strummer ed avevo anche raccolto un bel po’ di materiale ma non ho avuto nessun appoggio logistico, purtroppo mi sono dovuto scontrare con l’impossibilità tecnica e finanziaria… non ho trovato un adeguato riscontro da parte di Sorge e da parte di altri che mi avrebbero potuto spalleggiare… oramai è tardi. Diciamolo: Joe Strummer è molto meno alla moda di Joey Ramone anche verso le nuove generazioni, un sacco di ragazzini di oggi suonano le cover dei Ramones ma non dei Clash.

Per finire una scontata domanda sui tuoi progetti futuri: chi è Natalino Gottardo? Ho letto che ti occuperai della biografia di questo ex calciatore di provincia e che metterai nero su bianco anche la storia definitiva dei grandi Not Moving. È tutto vero?
Natalino Gottardo era ed è un folle, quando giocava ha calcato anche campi di B con Piacenza e Bari. È uno che interpreta il calcio come lo si faceva una volta… lui è inguardabile fisicamente così come è inguardabile il suo modo di fare giocare le squadre che allena… è un personaggio assolutamente non standardizzato, non è il classico Mister, è un ex capellone degli anni ’70 che correva sulla fascia a briglie sciolte… non ha mai capito niente di calcio, tutto quello che ha ottenuto lo ha ottenuto per puro caso, però quando era in panchina con il Fidenza Calcio era uno spettacolo assoluto: si aggrappava alla panchina, sudava, a volte si addormentava. Da lì tutta una serie di cazzate che ho scritto su di lui anche sulla fanzine calcistica di Glezos, uno dei primi punk milanesi. Il libro su Gottardo è uno dei diecimila progetti che mi frullano in testa ma non penso che vedrà mai la luce, anche se mi piacerebbe molto. Quello sui Not Moving invece già è un progetto più concreto. Ci sto lavorando con Tony Face (batterista dei Not Moving e molto altro, ndi), siamo solo agli inizi ma la volontà di farlo c’è tutta, anche perché è lui a spingere affinché non vada perso il materiale archivistico della band: foto, locandine, ecc. Sarebbe un peccato non scrivere la storia di un gruppo che ha fatto la storia del rock italiano degli anni ’80. I Not Moving hanno fatto da spalla ai Clash, a Johnny Thunders… ce ne sarebbero di cose da raccontare…

La lunga intervista a Luca Frazzi che avete appena letto è stata fatta nel marzo del 2004. Sarebbe dovuta finire su una fanzine/webzine ma, chissà perché, così non è stato. Direi che è meglio tardi che mai!

 

 


 

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