Last Gang In Town… una manciata di 45 giri

THOMAS FUNCTION “Vanity Lights” (7″EP, DNH Records)
cover Thomas FunctionDa come hanno impacchettato questo 7” d’esordio i Thomas Function sembrano originari di Sparta più che dell’Alabama. La copertina è una fotocopia in b/n malamente tagliata, il centrino del vinile è intonso di un bianco che più bianco non si può. L’estetica molto lo-fi punk – forse retaggio dei trascorsi che i componenti hanno avuto coi trucidi Panic Buttons e Alabama Jihad Dudes – cozza con le 3 perle di art rock “classico” venate di pop ivi contenute: la magnifica quiete dopo la tempesta annunciata dalla title track, il delicato beat dell’anima di I Kept You (In A Pill Bottle) e l’elettricità soffusa di This Aint’t No Hustle. Se un minuscolo esordio del genere fa venir in mente i Velvet Underground più sbarazzini, il pathos dei Television e la poetica visionarietà di Richard Hell, significa che il futuro promette grandi cose. Teneteli d’occhio ché se i Thomas Function non saranno l’ennesima meteora ne sentiremo delle belle.
SUBMARINE RACES “S/t” (7″EP, Shit Sandwich Records)
cover Submarine Races Fuoriuscito, o sbattuto fuori, dai Ponys dopo quel mezzo capolavoro di Celebration Castle, Ian Adams ci ha messo un attimo a tirar su i Submarine Races. Così come un attimo ci è voluto a Larry Hardy della In The Red a pubblicargli il full length d’esordio che ha riscosso critiche positive un po’ ovunque. Il passo successivo del trio di Chicago è questo piccolo pezzo di vinile per la cult label Shit Sandwich. Un dischetto curato nella forma (l’ottima copertina e le prime 100 copie in vinile marrone) e assai godibile nella sostanza: vale a dire un concentrato di innocenza indie rock dei 90’s che strizza l’occhio al sublime garage pop dei sixties (Talking Loud). La chicca è la cover dagli angoli smussati di Party With Me Punker degli indimenticati Minutemen. Non esattamente gioielleria, ma alta bigiotteria sì.
LUXURY RIDES “She Just Don’t Know” (7″EP, Goodbye Boozy)
cover Luxury RidesParte la titletrack e pensi che il Killed By Death sound continuerà a stuprarci il cervello ancora per chissà quanti anni: la chitarra produce lo stesso suono di una sirena della Polizia in tilt mentre gli agenti corrono all’inseguimento dei Pagans. Il solco successivo è pura demenza partorita da scavezzacollo che ragliano trash’n’roll in bassa fedeltà. Ti alzi per girare lato e, appena parte Make Love, vieni assalito dal catrame detroitiano di Stooges e MC5. È come essere investiti da un tir e poi ricoperti da fango e scorie radioattive. Hai le orecchie tappate e ti sembra di sentire in lontananza gli Stones degli esordi esibirsi sul palco del Max’s Kansas City (Let It Fly). Quattro pezzi di odio e amore allo stato puro. Quattro pezzi di una band divisa tra Detroit e Montreal che non andrà mai da nessuna parte. Quattro pezzi messi assieme con lo sputo da altrettanti pazzi che provengono da Clone Defects, Dirtys, Sexareenos, Del Gators, CPC Gangbangs, Milky Ways, ecc. Cos’altro aggiungere?
BURNING BUSH “As I Went Out One Morning” (7″, A Fistful of Records)
cover Burning BushDichiaro subito che in questa recensione sarò più fazioso del solito. Ma ditemi come si fa a non esserlo! Sulla copertina in cartone pesante c’è serigrafata la prima tavola di Rorschach. Tutte e 10 le tavole del noto Test sono riportate su un foglio A4 allegato, dalla sottigliezza e dal colore giallino tipici degli anni ’50. Per quanto inequivocabile, la ragione sociale della (estemporanea?) band non ne svela i componenti. Detto fatto. Don Howland (Bassholes, Gibson Bros.) alla chitarra e voce, Lance Wille (Reigning Sound) alla batteria, Paul Parsons e Chad McRorie (degli interessanti quanto sconosciuti The Labiators) rispettivamente alla chitarra e al basso. Scommetto che chi ha un pizzico di familiarità con il punk bluesy degli ultimi vent’anni si sta già leccando i baffi. E fa proprio bene. Sul lato A il prof. Howland biascica con un mood che è solo suo As I Went Out One Morning di Bob Dylan. Nell’altra facciata azzanna alla giugulare Coming Down dei Fugs come un cane rabbioso in cattività. Un cane che poi trotterella via beato, abbaiando sommessamente Hell’s Angel: un pezzo dall’ultimo, splendido album omonimo dei Bassholes. Che state aspettando? Non mi dite che siete ancora lì davanti al monitor…

Questa manciata di recensioni, di dischetti tanto favolosi quanto di serie Z, è apparsa su Rumore #185, giugno 2007.

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