La provincia del giradischi giallo polenta

Vivo in una bella ma sonnacchiosa provincia del centro Italia. Sotto casa mia c’è da sempre un negozio di elettronica che per sopravvivere si è legato ad una grande catena. Eppure da qualche tempo fanno bella mostra in vetrina 3, e dico 3, impiantini con giradischi. Ogni volta che passo lì davanti mi chiedo chi li comprerà ‘sti giradischi e, soprattutto, cosa ci ascolterà. Allora, siccome c’è crisi, un bel giorno risalgo a casa, tiro fuori la mia vecchia valigetta-giradischi giallo polenta della Philips e gioco col passato.
cover_RemingtonPer iniziare posiziono sul piatto il 7” su Tre Accordi dei REMINGTON perché se nostalgia è che nostalgia sia e col suo cristallino paisley underground questo giovane trio mi riporta indietro nel tempo, quando mi nutrivo di Green On Red, Dream Syndicate (ma anche dei “grandi” Sleeves) e i REM, pace all’anima loro, erano i REM (Untitled n.2). La nostalgia prende il sopravvento dopo aver ascoltato quel gioellino di Shame On You, al che decido che è ora di ricompormi e cambiare disco.
cover Vernon SélavyLe lacrime non sono da uomini, ci vuole qualcosa di più ruvido proprio come la copertina “materica” utilizzata dalla Shit Music For Shit People per incartare il 7” d’esordio dei VERNON SÉLAVY. I due figuri che si nascondono dietro la sigla, Vincenzo Marando dei Movie Star Junkies e Roberto Grosso Sategna dei Ten Dogs, impastano in punta di piedi blues, folk e roots rock fumoso con classe da vendere. Il Tom Waits filtrato da Beast of Bourbon e Tindersticks (15 Apple Seeds) apre la strada al malinconico lamento gospel di The River Knows Me per poi chiudere i giochi con la soffice catarsi soul di The Way It Goes.
cover Thee DementsDopo cotanta, apprezzabile “profondità” ci vuole un po’ di sana demenza e nessuno meglio dei THEE DEMENTS può darmela. Il nuovo EP Pigs Fuck Allright, pubblicato dalla svedese Burning Hell, instilla in me un tremendo dubbio: questi due senesi sono geni o lestofanti? Diciamo 50 e 50, almeno a sentire i testi di 4 parole in croce affogati dentro una pozzanghera di lo-fi folk acustico e sbiellato, con rintocchi di theremin e una specie di ukulele “disturbato” che sa di musica tradizionale mongola e anche un po’ mongoloide. Una roba che Daniel Johnston in confronto sembra Mario Draghi.
cover Shiva and The Dead MenChiudo tributando la bella ma sonnacchiosa provincia di cui sopra che ogni tanto si traveste da Berlino e ospita eccellenti concerti infrasettimanali. Martedì 25 ottobre, per merito dei ragazzi di Wild Week End Teramo, sono passati in città SHIVA & THE DEAD MEN, quattro giovani francesi molto abili e originali nel fondere surf rock, post-punk, psichedelia e wave oscura in nome del “nuovo” weird garage. Dopo il concerto ho comprato dalla band un 45 giri senza copertina e alcun riferimento all’etichetta e all’anno. Solo i titoli dei due pezzi, In A Cave e Cold & Stoned: bellissimi come il loro concerto, bellissimi come la mia valigetta-giradischi giallo polenta.

Pezzo pubblicato su RUMORE #237 di dicembre 2011.

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