LA NUOVA FILOSOFIA DELLA ROCKSTAR

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Partiamo da un dato secco sparato all’inizio del libro: “9 dischi su 10 non ripagano i costi sostenuti dalle etichette”. Lo sappiamo tutti che c’è crisi, lo cantava anche quel rintronato di Bugo, ma gli autori di The New Rockstar Philosophy, Hoover e Voyno, ci tengono a specificare che “ad essere in crisi oggi è l’industria della registrazione non l’industria musicale che sembra essere più florida che mai”. Per capire meglio cosa intendono i due canadesi e tentare di cavalcare la crisi ci ho scambiato 4 chiacchiere.
Per prima cosa chiedo chi siano realmente Hoover e Voyno che, messa così, sa un po’ di Black & Decker. Si tratta di musicisti, blogger, produttori, manager, scrittori, animali sociali o semplicemente “weird guys”. Hoover si fa una grassa risata: “Hahah Sì, siamo tutte queste cose e molto altro ancora! Entrambi abbiamo suonato in alcune band per diversi anni. Io ho fatto il manager di gruppi, organizzato concerti e per un breve periodo ho gestito un’etichetta. Abbiamo deciso di scrivere il libro all’inizio del 2008, in quel periodo mi ha ispirato molto The Four-Hour Workweek di Timothy Ferriss (storia di un 30enne che ha fatto i soldi tramite una impresa on line, pubblicata in Italia da Cairo, ndi). Voyno era in una nuova band e stava cercando le migliori tattiche da utilizzare su Internet. In giro non c’era granché che aiutasse i gruppi a navigare nel panorama digitale e noi volevamo scrivere un libro affinché le band potessero trovare delle risposte. Il blog è on line da aprile del 2008, è nato come un mezzo per dire delle cose prima della pubblicazione del libro. Abbiamo fatto le nostre belle esperienze nella scena indie, ma dovevamo dimostrare di avere buoni consigli e idee così abbiamo iniziato ad aggiornare il blog con una buona frequenza un anno prima che il libro uscisse. Ci ha aiutati ad affinare le idee e a trovare un nostro stile di scrittura”.
Voyno gli fa il controcanto: “Sì siamo tutto ciò che dici, ma soprattutto siamo dei weird guys. Ci vuole una certa dose di follia nel pensare di scrivere un libro che passi in rassegna tutto ciò che i musicisti devono “coprire” in questa nuova era digitale. Abbiamo creato il blog per essere collegati giornalmente con chi ci segue. Attraverso commenti, tweet ed e-mail siamo stati in grado di coinvolgere i nostri lettori e scoprire che cosa vogliono sapere, che poi di solito è quello che vogliamo sapere anche noi”.
Il libro parte da un assunto preciso, benché piuttosto scontato se vogliamo, ovvero che per prima cosa i gruppi devono credere in quello che fanno e pianificare ogni passo. Crederci sempre, insomma. Hoover è consapevole di aver scoperto l’acqua calda: “È un vecchio consiglio conoscono tutti, ma a volte è difficile da seguire. La convinzione in se stessi è alla base di tutto, ma penso che avere una visione sia più importante della programmazione, nel senso che un piano o un programma possono cambiare velocemente. Puoi avere un piano ma devi essere pronto a cambiarlo se non funziona o se emerge una nuova direzione più utile alla tua visione. Sulla base di un buon piano saprai quali passi compiere e perché”.
Come è ovvio gli autori si sono soffermati molto sul potere dei nuovi social media, elargendo consigli pratici sul loro corretto utilizzo. Allora faccio un giochino vecchio e infantile chiedendo quale social media sceglierebbero se avessero una pistola puntata alla tempia. E giacché ci sono mi faccio dire cosa pensano della (presunta) morte di MySpace. Voyno parte a razzo e fortunatamente non finisce a cazzo: “Prima di tutto Myspace non è morto. È coinvolto Justin Timberlake e un sacco di gente è interessata a ciò che ha da dire. Adesso è brutto e lento ma vedo che sta cambiando. I gruppi ricevono ancora un sacco di visite sui loro account di MySpace perché ci si arriva facilmente con il search di Google per questo ritengo possa essere ancora utilizzato, ma non lo consiglio ai nuovi gruppi. Se hai già un account MySpace poi usarlo per indirizzare i fan su nuove piattaforme come BandCamp, SoundCloud, ecc. Se te ne devo dire una sola rispondo sicuramente YouTube perché non c’è nulla di più coinvolgente sul web dei video, niente cementerà una relazione come un bel video.”
Anche Hoover è per YouTube: “È incredibilmente buono sia per i musicisti che per i fan i quali possono ascoltare la musica e allo stesso tempo vedere chi sta dietro. Se si è creativi e si ha la voglia di lavorarci su, si può fare moltissimo attraverso YouTube: è possibile creare un mini-reality show basato sulla propria band, pubblicare video musicali, intervistare i membri della band, fare mash up video, lavorare con registi… credo che YouTube sia il modo migliore per scoprire un artista indipendente mentre Facebook e Twitter vengono utilizzati per “tenere impegnati” i fan già acquisiti. Pensa che stiamo lavorando al nostro prossimo libro proprio su YouTube e sui video on line, speriamo di pubblicarlo nella primavera del 2012. Nella prima versione del libro c’era effettivamente una parte su MySpace ma ci siamo resi conto che era diventata irrilevante quindi l’abbiamo tolta prima della pubblicazione italiana. Come diceva Voyno, MySpace muove ancora traffico sul web ed è stato acquistato da Justin Timberlake che sta cercando di rianimarlo: vedremo cosa accadrà il prossimo anno”.

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Da amante incallito dei 7” mi trovo d’accordo con la “teoria” del 3P, ovvero il flusso costante di musica nuova, “un ep di tre o quattro canzoni pubblicato ogni tre o quattro mesi è un 3P”.
E siccome dentro sono vintage (o antico, se preferite) non posso che assimilare la teoria dei due canadesi all’invasione dei 45 giri degli anni ‘60 e ‘70. Hoover concorda: “Sì, potrebbe sicuramente essere qualcosa di simile all’invasione dei 7″ che però erano fondamentalmente dei singoli. Ciò consentiva alle compagnie discografiche di promuovere 1 o 2 pezzi a basso costo. Se il 7” andava bene era meno rischioso registrare e distribuire un album e i gruppi riuscivano a crearsi un seguito prima di avere fuori un album vero e proprio. L’idea delle 3P è valida anche perché è un modo per non essere dimenticati in questo mare di musica che circola oggi. C’è così tanta musica a disposizione praticamente gratis e dato che ci si sta indirizzando verso l’ascolto in streaming più che verso il download, diventa ancora più facile perdersi. Licenziare sempre nuova musica permette al pubblico di sapere che un gruppo è vivo e vegeto”.
La piega che ha preso la discussione mi porta a fare un’altra domanda “vintage” circa la resurrezione del vinile. Nonostante siano molto immersi dentro le nuove tecnologie, i due non tradiscono le mie aspettative. Voyno: “Non c’è dubbio che il vinile stia vivendo una sorta di rinascita, c’è un sacco di gente che rivuole i supporti fisici. Il vinile non è solo la risposta più ovvia ma chiaramente la migliore. L’audio è superiore, le foto sono più grandi e come acquirente di vinile ci si sente parte di un mondo esclusivo e di un modo diverso di ascoltare la musica. Il vinile è tornato per rimanere e direi che la situazione non può che migliorare col tempo”. Hoover si mostra ancora più entusiasta: “È un’ottima cosa il ritorno in grande stile del vinile. Molti appassionati di musica vogliono supportare i loro artisti preferiti anche con l’idea di dare maggiore valore ai soldi spesi per un disco in vinile rispetto a spendere meno per il download. Inoltre ci si sta accorgendo che l’ascolto di un disco su vinile è un’esperienza totale. Non si può passare da una traccia all’altra con facilità, bisogna ascoltare tutto il disco investendoci del tempo. Anch’io penso che la cover art di grande dimensione sia molto più affascinante e poi si sono i vinili colorati: il solo supporto è un’opera d’arte di per se”.
Pur avendo apprezzato molto l’onestà di Graham Jones che nel suo bel libro Il 33° giro – gloria e resistenza dei negozi di dischi parla del Record Store Day come di una manifestazione nata dal basso, temo che la grande industria discografica ci abbia messo più di uno zampino. Temo, cioè, il colpo di marketing in zona Cesarini. Hoover non è molto distante dalla mia posizione: “Il Record Store Day è un ottimo modo per diffondere il vinile e riunire i veri appassionati di musica. Penso che sia stato creato per promuovere i negozi indipendenti che stanno morendo a causa dei download digitali. Ovviamente tutte le etichette discografiche ne traggono benefici ma non è una cosa negativa anche se fosse solo una trovata di marketing. Non credo che questo salverà il music biz, lo trovo comunque un segnale positivo in un periodo storico nel quale le vendite dei dischi sono calate a picco”.
The New Rockstar Philosophy tratta una miriade di aspetti che le band dovrebbero prendere in considerazione, anche minuscoli: penso soltanto al consiglio di non dimenticare mai una lampada nel banchetto dei dischi durante i concerti. Tra questi l’aspetto forse determinate è la scelta del nome che deve rispecchiare esattamente la musica che si fa e quello che si vuole comunicare al pubblico. Allora chiedo di indicarmi 3 nomi di band nella storia della musica rock davvero azzeccati. Voyno: “1) The Clash: politica, rock, reggae, punk che si scontrano per dar vita ad una band sorprendente. 2) Brian Jonestown Massacre: canzoni psichedeliche, paurose, bizzarre e incredibili. 3) Rage Against The Machine: probabilmente nella storia il nome perfetto per una band perché capisci tutto quello che devi capire solo dal nome”. Hoover: “1. Radiohead: ragazzi così talentuosi dalle cui teste escono idee e musica in abbondanza. 2) Led Zeppelin: enorme e pesante. 3) The Rolling Stones: andare sempre avanti e avanti ancora”.

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Prima di concludere, trattandosi di un libro uscito in Italia in anteprima mondiale, mi pare d’obbligo chiedere se apprezzano qualcosa del rock indipendente del nostro Paese. Hoover: “Sì, ci piace molto questa grande band strumentale chiamata Calibro 35 nella quale suona Tommaso Colliva, il nostro “lettore” che ci ha scoperti e ha fatto sì che fossimo pubblicati in Italia. Tommaso ci ha anche fatto conoscere i Selton, una band che mi fa pensare a Beatles e Beach Boys in salsa italiana/brasiliana”.
Da buon provinciale un po’ di coccio, un po’ antisistemico a prescindere e un po’ romantico nell’accezione rivoluzionaria, mi pareva di aver capito che il messaggio del libro fosse quello di diventare indipendenti dalla case discografiche, di tornare ad essere padroni della propria musica e della propria carriera musicale. Insomma “intu ‘u culu” alle case discografiche, per dirla alla Cetto La Qualunque. Evidentemente ho capito poco e male. Voyno mi gela con nonchalance: “Il messaggio del libro è quello di diventare consapevoli della propria carriera e capire come sia possibile utilizzare gli strumenti di questa epoca digitale per raggiungere gli obiettivi prefissati. Se un’etichetta, indipendente o major che sia, può aiutare a raggiungere questi obiettivi, be’ bisogna sfruttarla usando qualsiasi mezzo.”
Pure Hoover mi ridimensiona ma aggiusta il tiro allargando gli orizzonti: “Sì e no. Il punto principale è la propria musica, l’avere il controllo su cosa si può fare e cosa no. Questo non significa necessariamente che bisogna essere soli. Una label può essere fondamentale per far crescere la consapevolezza della propria band e darle credibilità. È come per il nostro libro pubblicato da un editore indipendente senza il quale probabilmente non saremmo intervistati da te in questo momento. Il nostro accordo con l’editore è solo per questo libro, deteniamo ancora i diritti e lo abbiamo dato in licenza per un certo periodo in Italia. NdA ci aiuta ad ottenere più visibilità e siamo entrambi parte dei proventi delle vendite. Abbiamo ancora in controllo del nostro lavoro: NdA è il nostro partner, non il nostro padrone”.
Bene è qui che volevo arrivare. Si dice NdA e si legge Massimo Roccaforte. Il quarantenne meneghino boss della Società di distribuzione, nonché casa editrice, etichetta discografica e molto altro è un tipo che, come avrebbe detto la buonanima di mio nonno in dialetto stretto, ’npò ohde. Letteralmente “non ce la fa a godere”, ossia deve fare e fare e fare ancora. Tra le tante cose che fa e/o ha fatto c’è anche un cd-libro di un complessino di read’n’rock di cui faccio parte, e ciò svela il motivo della nostra conoscenza. A Massimo chiedo come e perché ha pubblicato il libro e cosa significa “prima edizione mondiale”: “Il libro esisteva già in versione pdf e lingua inglese sul blog degli autori. Tommaso Colliva si è appassionato al lavoro dei due blogger e l’ha tradotto e curato nella versione italiana insieme a Claudia Galal. Noi siamo intervenuti su loro richiesta nella parte editoriale e finale del lavoro. Inutile dirti che mi sono innamorato subito del libro. Mi ha illuminato da tutti i punti di vista, è un manuale pratico, molto saggio, adattabile a diversi contesti del lavoro culturale. Senso del proprio progetto, umiltà e capacità di adattarsi alle situazioni sono gli aspetti che mi hanno convinto di più. Lavorando con alcuni musicisti italiani, queste caratteristiche non le ho sempre trovate e ciò si è rivelato a volte un limite sia ai loro progetti che ai nostri”.
Detto senza perifrasi Tommaso Colliva e Claudia Galal hanno fatto un eccellente lavoro in fase di traduzione e soprattutto di adattamento alla realtà italiana senza alterare il testo originale. La parola finale a Claudia: “A parte le diversità linguistiche, ci sono alcune parti trattate nel libro non sovrapponibili alla realtà italiana, per esempio quella relativa ai diritti editoriali e alle royalty. Noi abbiamo scelto di tradurre tutto in maniera fedele, senza modificare né alterare il senso, ma adattando solo l’indispensabile alla nostra situazione. Siamo consapevoli dell’enorme differenza tra l’industria musicale americana e la nostra, ma ciò non vuol dire che The New Rockstar Philosophy non possa essere di grande aiuto ai musicisti italiani, anzi! Anche per questo motivo abbiamo deciso continuare sulla strada del libro puntando ad arricchirlo di esperienze relative al mercato indipendente italiano attraverso il blog sopravvivenzamusicale.com”.

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HOOVER e VOYNO vs ARISTOTELE
Mettere ordine, catalogare, stilare classifiche è uno sport che non conosce crisi, da Aristotele a Saviano passando per Nick Hornby. Uno sport sempre diffuso, in maniera più o meno patologica, tra coloro che vivono in mezzo ad una grande quantità di informazioni. Il vero appassionato di musica non musicista e l’archetipo, nell’accezione del padre degli scum rockers Filone di Alessandria, del categorizzatore maniacale. Il musicista, che come è noto non è un vero appassionato di musica, è invece di norma uno sfaccendato cronico che non riesce nemmeno a cambiare le corde della chitarra, figuriamoci a star dietro ai dettagli per diventare una rockstar. Ecco allora che all’italico musico possono essere davvero utili alcuni consigli di Hoover e Voyno. Per la precisione 10, prendendo a prestito le famose categorie di quel’amabile peripatetico di Aristotele.

La sostanza
La sicurezza del cachet a fine serata è una sensazione rassicurante, perciò cercate di avere accordi scritti… un accordo che preveda in parte un cachet fisso e in parte una percentuale sull’incasso potrebbe essere una buona soluzione.
La qualità
Nasce prima l’uovo o la gallina? Vi cattura prima la musica o le parole?… nelle grandi canzoni è il perfetto matrimonio delle due a fare la magia… Light My Fire è l’essenza dei Doors. È sexy, misteriosa, rock e lisergica al tempo stesso.
La quantità
Non prendiamoci in giro: provare una volta a settimana non aiuterà molto la vostra band. Se volete avere una carriera seria e duratura, sapete già che dovete provare il più possibile. Mettiamo che vi vediate con la vostra band due volte alla settimana per due ore. Sono quattro ore la settimana, sedici ore al mese. Aggiungendo anche solo una jam alla settimana, arriverete a ventiquattro ore… i Beatles suonavano sei set ogni sera, sette giorni alla settimana durante il loro periodo ad Amburgo, ben prima di arrivare in America. E voi?
La relazione
Oltre ad essere musicisti talentuosi, è necessario che tutti siano mediamente disponibili e “affezionati alla maglia”. Se non avete i compagni giusti perdete solo tempo.
Il dove
Nel nuovo mercato della musica il punto non è semplicemente essere in rete, ma dove spendete il vostro tempo in rete… per molte band emergenti è molto più semplice, economico e produttivo usare gli strumenti gratuiti (Facebook, Twitter, Bandcamp, YouTube, MailChip) piuttosto che avventurarsi nella realizzazione di un proprio sito web… frequentando un maggior numero di network, sarà molto più facile trovarvi su Google. Naturalmente non dovete impazzire per tenerli tutti continuamente aggiornati, ma conviene concentrarsi su 3-5 siti.
Il quando
Stabilire un obiettivo ha l’enorme pregio di mettervi fretta. Se volete che il vostro singolo sia recensito da più di cinque giornalisti, datevi da fare… suddividere il vostro grande sogno in piccole parti è un ottimo modo per procedere… iniziate sezionando il sogno in periodi di sei mesi. Sei mesi è un periodo sufficiente per raggiungere obiettivi significativi, ma non lungo abbastanza da farvi perdere concentrazione ed entusiasmo. Esempio di obiettivo a 6 mesi: – registrare e pubblicare un EP; – stabilire e coltivare relazioni con altre dieci band in cinque città diverse; – fare parlare della band in queste cinque città; – tenere concerti in almeno tre delle cinque città.
Il giacere
Fare musica a tempo pieno non è certo una cosa per deboli di cuore, perciò è opportuno porsi alcune domande fondamentali. Innanzitutto, vi siete mai chiesti perché avete intrapreso questo percorso? Volete la fama, v’interessano le ragazze, la droga e le feste oppure lo fate per i soldi?
L’avere
Costruirsi il proprio studio può essere non solo un modo per registrare qualsiasi cosa vogliate, ma può anche diventare una buona fonte di autofinanziamento… se avete già un po’ di materiale per registrare, come un mixer, qualche microfono, ecc., siete già sulla buona strada…
L’agire
A volte è necessario licenziare… siate onesti con le persone che licenziate. Siete amici, ma la musica è il vostro sogno, quindi non lasciate che ci sia qualcosa o qualcuno che vi frena.
Il subire
Twitter non significa far ingoiare a forza i vostri prodotti alle persone, ma stabilire delle connessioni… per partire tre tweet al giorno sono tutto quello di cui avete bisogno per mantenere relazioni continue con la vostra fan base.

cover libro The New Rockstar Philosophy

HOOVER / VOYNO
The New Rockstar Philosophy
(NdA Press, pp. 160, € 12)

Il sottotitolo recita “manuale di autoaiuto per musicisti”. Ed è la pura verità. Che si tratti poi di un manuale davvero utile non ve lo dico solo io, lo spiega bene nell’introduzione uno col mio stesso nome di battesimo ma molto più “titolato” di me perché, fra uno scatarro e l’altro sui giovani, la vita del musicista la vive sulla propria pelle. The New Rockstar Philosophy è uno di quei libri che di primo acchito pensi che avresti potuto scriverlo pure tu; e pensandoci questo è un pregio non da poco. Un bignami di consigli pratici per i musicisti al fine di farli rimanere a galla, e magari pure sfondare, in una situazione nuova nella quale non esistono più negozi di dischi, le etichette indie stanno spegnendosi come vecchie lampadine, le major sono alla frutta e bla bla bla.
Una situazione “drammatica” per certi versi, ma anche foriera di nuove opportunità che vanno innanzi tutto comprese, poi domate e infine sfruttate. Gli autori non si perdono in sterili elucubrazioni, non divagano, sono pragmatici e diretti con invidiabile lucidità. Passano in rassegna le relazioni tra i componenti della band, i risvolti legati all’immagine e all’identità di un artista, i rapporti col pubblico, gli aspetti tecnici in sala di registrazione, la produzione di merchandising, le royalty, l’organizzazione di tour, i “misteri” delle edizioni e licenze musicali. E ancora le strategie on line, il corretto utilizzo delle mailing list, dei blog, di Facebook, Twitter, YouTube. Per non far perdere le fila, alla fine di ognuno dei 30 capitoli inseriscono anche un pratico take away allo scopo letterale di “prendere e portare a casa” i loro consigli.
Chi suona, a qualunque livello, farebbe bene a procurarsene una copia.

Il pezzo/speciale che i più curiosi hanno letto fino in fondo è stato pubblicato su RUMORE #238 di gennaio 2012.

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