into the garage #8 – dolci sogni & tristi realtà

cover Defectors cover Gli Intrusi cover Heartattacks

Sono nudo. In aperta campagna. Al posto del torrone ho un buco. Intorno al buco una cosa nera, plasticosa, circolare. La tocco coi polpastrelli. È vinile. Mi metto a correre senza meta, coprendo come posso il buco davanti e quello dietro. Finché scorgo una sdraio in vimini con a fianco uno stereo. Il mio stereo. Proprio lui. Casse Bose. Piatto Dual. Amplificatore Nad. Lettore cd Marantz. Sotto la sdraio sono accatastati alcuni 45 giri, un lp e una manciata di cd. Vicino allo stereo, sulla terra bruciacchiata, una caraffa di birra e un bicchiere griffato Nastro Azzurro. Quando mi porto in bocca il bicchiere schiumoso, m’accorgo che la bocca non c’è. Perbacco, questa non ci voleva! Decido di versare la birra lì nel buco che mi ritrovo al posto del torrone. Un senso di fresco mi prende le gambe, fino alle unghie dei piedi. Sto bene. Tiro fuori il long playing dei DEFECTORS, Bruised and Satisfied (Bad Afro). I pezzi della facciata A scandagliano il lato darkhorror e mi fanno partire per un viaggio epico nelle paludi melmose dell’inferno, tra cacciatori di coccodrilli dalle sembianze di Screamin’ Jay Hawkins (Bruised and Satisfied) e alligatori innamorati di Patricia Morrison (Dancing Ghouls). Girare lato è come attraversare la palude. Ora sono catapultato in una sorta di night dove un’ineccepibile cover band si sta guadagnando l’ingaggio per la notte di Halloween, rimasticando Fuzztones (Love Is Evol) e Gravedigger V (Baby When You’re Gone) come fosse la reincarnazione dei Sonics.
Verso altra birra nel buco. Stavolta il fresco sale invadendomi le orecchie color amaranto. Rimetto a posto l’album dei danesi e pesco nel mucchio il 7” de GLI INTRUSI (For Monsters Records). Mai nome fu più azzeccato. Mi ritrovo di fronte 4 sciroccati sardi con strumenti vintage. M’urlano dietro che non ho detto che li amo, minacciano d’andarsene (Son’ stanco ormai) mentre legnano garage-beat che mi procura brividi fin sotto la pianta dei piedi. Poi iniziano a blaterare robe incomprensibili (Brunedda) con in sottofondo un Farfisa avvolgente che mi fa quasi capitolare. Sto per confessare che li amo smodatamente, ma loro mi allungano un cd in cartone e fuggono zompettando.
Sarà l’isolazionismo, il clima, la distanza siderale dai centri chic, cazzo ne so! So solo che appena inserisco nel lettore Psycho Radio Boom Boom!! dei cagliaritani NOX vengo spettinato dal riverbero di una chitarra spaghetti-western (Tipi da saloon), subito dopo pizzicato nel culo da schegge di Meteors, Cramps e Stray Cats che si mescolano con trame alla Violent Femmes (Buio e sangue nella strada) e con lo swing scomposto di un attempato combo a stelle e strisce ubriaco di vino e gassosa (Il ballo del blocchetto). Ballo come un cretino a denti stretti, immaginando di fare surf su una tavola Foppapedretti.
Spossato, mi metto bello sdraiato e tiro su il 7” degli HEARTATTACKS, Stay Away (Ken Rock). Una potente scarica d’elettricità mi fa sobbalzare in un nanosecondo.
Killed By Death sound bello imbecille che m’invita a sloggiare (Stay Away). Giacché sono di nuovo in piedi, giro lato per sentire se i ragazzacci di Stoccolma tirano il fiato. Col cazzo! ‘Sti 3 mezzi psicopatici ragliano a tutto volume la loro vera identità (Mental Retard) vomitandomi addosso punk rock che fa crock crock (Let You Go).

cover Black Time/Husbands cover The Booby Traps cover The Astrophonix

Mi sbraco di nuovo non prima di aver adagiato sul piatto il 7” splittato tra BLACK TIME e HUSBANDS (Show and Tell Recordings). I londinesi meno british del pianeta mi cullano col rantolo riverberato Downtown, uno spigoloso strumentale e il garage sotto vuoto Charm Offensive in cui affiora la zampata punk che non t’aspetti. Son lì lì con gl’occhi a mezz’asta, che la sensuale voce di Sarah Reed delle Husbands mi sveglia dal torpore in cui stavo piombando. Sbarro gli occhi, catatonico. Le tre fanciulle di San Francisco sono sirene tentatrici che m’invitano ad un’orgietta nel backstage di un concerto dei Cramps del 1980. Io ho 8 anni e una minchia spropositata, ma loro hanno giusto il tempo di dare del tu alla cover di Ike Turner I Idolize You che, fottuto inferno, non le vedo più!
Così impugno un cd dalla copertina blu elettrico e verde fosforescente che, d’improvviso, fulmini e saette fanno materializzare tre affascinanti pupette, un omone calvo con qualche primavera alle spalle che smazza un par di chitarre e un tipo segaligno seduto nel suo seggiolino da batterista arcigno. Più che una band i BOOBY TRAPS (S/t, Off The Hip) sembrano una comune ma non mi fracassano gli zebedei, che non ho, con musica fricchettona da pigmei. I cinque di Sydney celebrano una lunga liturgia a base di sixties pop e sussulti fuzz. Riciclano da dio melodie dei gruppi femminili del passato come Ronettes e Shangri-Las. Ci cospargono sopra un po’ di terriccio power pop direttamente dal giardino di Nikki & The Corvettes e frullano il tutto come fossero dei novelli Fuzztones mentre fornicano con le Pandoras. Dopo una trentina di minuti di garage rock portentoso e radio-friendly, plof, svaniscono pure loro e torno a versare birra nel mio buchetto solo solo.
Abbirrato e a little bit spaesato, infilo nel lettore il dischetto di un eccellente trio tricolore. Suspended Time (Area Pirata) dei fiorentini ASTROPHONIX mi fa venir voglia di una 0,4 di Bellini. Ma non ho né champagne né succo di pesca, quindi me ne sto stravaccato a farmi ripulire la testa da quest’esplosione di surf-rock (Rave On), rockabilly (City Of Vice) e power pop (You’ll Be Mine). Poi subentra una mitragliata psycho r’n’r (Never Did It For Romance) e un punketto al fulmicotone (Fate Is Fake), cosicché penso al mio amico Aldo Romualdi, detto Montone, che alle medie strippava per Sweet Dreams degli
Eurythmics. Corpo di mille balene! Scommetto che se fosse qui stripperebbe ancor di più per la versione spaccabilly dei gagliardi Astrophonix.
cover Los FuocosVerso l’ultima goccia di birra nel buco, maledicendo Amedeo Minghi che ancora canta mentre io son muto. Avrei voglia di una sigaretta, ma non saprei da dove aspirare il fumo a manetta. Meno male che a far fumare gli amplificatori ci pensano questi 3 sperticati cospiratori chiamati LOS FUOCOS (Revolution, Go Down Records). Hellacopters e Glucifer non sono mai stati la mia tazza di thè, e sono contento per me. Tuttavia suonare hard’n’roll con quest’attitudine punk da singalong (Honey) e innervare i Beatles (Day Tripper), mi piglia molto bene. Non c’è solo il sangue dei tamarri del Nord che scorre nelle loro vene. Degli MC5 c’è un rene, dei Radio Birdman il pene, di Iggy & The Stooges il seme, di Texas Terry l’imene e sicuramente qualche altra cosa che mo’, scusatemi, non mi sovviene!
Francesco TAXIMi sveglio sudato fradicio, col cuore che va a mille all’ora. È buio. Capisco dove sono quando accarezzo la coscia di Barbara sulla mia sinistra. Mi alzo cercando di fare meno rumore possibile. Bevo acqua dal rubinetto del bagno. Mi sciacquo la fronte. Sono le 4:33 del 17 luglio 2007. Esattamente un mese fa moriva per un malore improvviso Francesco, il batterista dei TAXI. A tentoni raggiungo lo studio. Il mio stereo è lì, non s’è mai mosso da lì. Metto su Yu Tolk Tu Mach (LP, Dead Beat – CD, Gonna Puke) del quartetto capitolino, m’infilo le cuffie e mi stendo sul gelido pavimento in marmo. Me ne sto mezz’ora con gli occhi chiusi mentre il miglior punk rock, scarno e melodico allo stesso tempo, mi azzera i pensieri. Quando la musica finisce faccio ripartire il disco dalla traccia 2, Glad To See You On The Ground, in attesa che le lacrime si plachino.

Questo mio ultimo into the garage” l’ho scritto questa estate. E, sinceramente, non so se fa più male il freddo pungente di questi giorni o il caldo appiccicoso di metà luglio.

Condividi sui social network