Il nuovo-vecchio rock italiano dei Diaframma: una serata con Federico Fiumani, l’ultimo dei mohicani!

 

Federico Fiumani 1 Wake Up

Tornare a parlare su questo blog di Federico Fiumani dà la misura della mia sconfinata passione-dipendenza per i Diaframma. Ma ne torno a parlare molto volentieri anche per un altro motivo, vale a dire per unirmi gioiosamente al coro di quegli scribacchini musicali che oggi paiono non “vergognarsi” più di questa loro passione per troppo tempo nascosta: a dire il vero io non me ne sono mai vergognato, al contrario l’ho sempre sventolata anche quando uno scemotto della scenetta punk tricolore, una sera di qualche anno fa, mi urlò in faccia che era ora che quel vecchio sul palco la facesse finita, e io mi allontanai evitando saggiamente di assestargli un cazzotto sul suo bel nasino da coglione in All Star. Ma torniamo a noi… dovete infatti sapere che, dalla seconda metà dei ’90, i dischi dei Diaframma sono passati quasi tutti sotto un vergognoso silenzio. Ora, complice la nuda e cruda autobiografia di Fiumani, Brindando coi demoni edita da Coniglio Editore, pare che tutti vogliano recuperare il tempo perso ad esaltare potenziali, fumose next big thing persesi dopo il primo disco. La paginata de Il Mucchio, gli specialoni su Rumore e Rockstar ne sono la prova. Bene, bene così. Seppur con colpevole ritardo a Cesare è stato dato ciò che gli spettava. E allora m’inserisco anch’io riproponendovi il pezzo-intervista pubblicato su Mente Locale # 4, uscito a giugno 2007. Le foto sono di The Flying Dutchman. Buona lettura.

Quando ci si sceglie l’insano hobby di pennivendolo del rock and roll e si scribacchia di musica con una certa regolarità si è sottoposti spessissimo alla fatidica domanda: “Qual è il tuo gruppo preferito?” La risposta non è affatto immediata. E nemmeno semplice. Io ho tergiversato per anni. Oggi una mezza risposta l’ho trovata: “Diaframma”. Il perché è presto detto. Posseggo tutti i dischi della band fiorentina. Fino a Non è tardi in vinile, da lì in poi l’industria discografica mi ha obbligato a prendere i cd. Quando Fiumani sforna qualcosa di nuovo vado in fibrillazione. Se non riesco a recuperare il manufatto musicale aumma aumma, metto mano al portafogli con molto piacere. Questo è quanto. Federico Fiumani l’ho conosciuto esattamente un anno fa, al Festival letterario Lib[e]ri di Teramo. Da quel dì ci siamo sentiti per telefono più di una volta. Le comunicazioni sono sempre state veloci e sul filo dell’imbarazzo. Non sembrerebbe, ma siamo entrambi timidi. Federico Fiumani 2 Wake UpStasera Federico suona al Wake Up di Pescara in veste “Confidenziale”, vale a dire chitarra elettrica e voce. Invitato dall’organizzazione, m’imbuco a cena per salutarlo e scambiare quattro chiacchiere in tranquillità. Federico Fiumani sale le scale del Tilly con Umberto Palazzo, insieme fanno il 50% del rock italiano. Io sono già lì. Adesso ad essere timidi siamo in tre. Tra una fantasia di affettati misti e verdure grigliate, pennette al sugo e peperoni, gassosa e Montepulciano, discorriamo delle robe più disparate: i lavatoi di Cefalù, Jim Caroll, l’editoria italiana, Lydia Lunch, le fabbriche svizzere. Federico c’invita ad un concerto a Firenze che celebrerà la scena cittadina dei mitici anni della new wave. Ci saranno persino i Neon riformati per l’occasione e Piero Pelù che si unirà ai Diaframma per cantare Amsterdam, pezzo che dava il titolo ad un EP dell’85 in cui duettavano le band più importanti del cosiddetto “nuovo rock italiano”. Proprio in quell’istante la filodiffusione manda i Litfiba pecorecci di Terremoto. Federico sorride: “I Litfiba no… per favore!”.

Un’oretta dopo siamo comodamente seduti sui divanetti del Wake Up. Impugno una 0,33 di Heineken con la sinistra, con l’altra mano un lettorino mp3 pronto a registrare. Parto chiedendogli dell’annus tutt’altro che horribilis appena trascorso. Minchia! Ha fatto due dischi nuovi, ristampato su cd/dvd i primi album dei Diaframma, ha pubblicato un libro e a breve ne uscirà un secondo. “È stato un periodo nel quale mi sembrava di avere delle cose da dire e mi andava di dirle. Quando c’hai vent’anni hai l’idea di avere ancora un sacco di tempo davanti, a quarantasette un po’ meno e allora tendi a voler concretizzare perché ti rendi conto che non c’è più tanto tempo davanti. La ristampa dei primi album è stato un modo anche per metter fine ad un’epoca, sentivo che c’era un grande ritorno degli anni ’80 ma non sarà eterno… quindi bisognava battere il ferro quand’era caldo, ho deciso di farlo subito perché non sapevo quando me l’avrebbero fatto rifare… dopodichè non uscirà più nulla. Non sono interessato a ristampare In perfetta solitudine perché non mi piaceva per niente come cantavo, Gennaio l’ho ristampato perché aveva una tale irruenza…”.
Entro l’estate sarà in libreria per Coniglio Editore Brindando coi demoni, la sua autobiografia: “L’ho scritta in 4 mesi, da novembre a febbraio… mi ha spinto la voglia di raccontare e di raccontarmi, di essere convinto di aver qualcosa da dire, di aver vissuto una vita, una storia che forse può interessare a qualcuno e forse può anche insegnare qualcosa ad un giovane musicista rock… per dirla alla Gianni Maroccolo “per non ripetere gli errori dei padri”. Immagino che scrivere la propria biografia sia un processo mentale faticoso, una costruzione che parte da un’idea su cui riflettere a lungo, ma non è questo il caso: “No… l’idea m’è venuta di recente, spinto dalla voglia di puntualizzare alcune cose. Vedrai che il libro non parte esattamente dagli inizi, è più una serie di pensieri staccati che poi metti insieme come in un mosaico e viene fuori la mia storia… in realtà ci sono un sacco di buchi in una carriera perché certi anni non fai niente, invece se parli di un episodio preciso riesci sempre a mettere un po’ di vita in quel singolo episodio, anche in tre righe. L’idea era quella di andare di palo in frasca, da una parte all’altra con pensieri, episodi, racconti che poi ricostruiscono il puzzle. Da quel poco che ho imparato, la letteratura mi ha insegnato che bisogna dire la verità e ciò significa anche essere duri con se stessi. Nel mondo del rock noto una certa ipocrisia, un modo superficiale di trattare le cose”.
In palpitante attesa di vedere il libro adagiato sul mio comodino per leggerlo nell’intimità della luce di un’abat-jour, lo incalzo sul nuovo disco dei Diaframma, Camminando sul lato selvaggio, un titolo alquanto evocativo: “Sì… richiama Lou Reed, gli anni Settanta, un periodo che ho amato moltissimo, d’altronde i testi delle canzoni vanno in quella direzione: esplorano il lato selvaggio del romanticismo, degli affetti, delle relazioni”. Ho la netta sensazione che l’album prosegua idealmente il percorso del cantautorato rock tracciato dal disco solista che lo ha preceduto. Federico non è dello stesso avviso: “Me l’ha detto ieri anche un’altra persona ma non sono d’accordo, questo è un disco rock con le chitarre elettriche in evidenza… è proprio diverso lo stato d’animo. Con Donne mie ho fatto un disco cantautorale, in questo c’è tutto il gruppo e si sente”. Come disse qualcuno, sono d’accordo a metà con il mister. Ma devo convenire che, almeno in Questo ragazzo, si sente un bel tiro rock. Peraltro nel pezzo in questione non è difficile scorgere una vena autobiografica. “Sì, assolutamente sì… è una storia autobiografica, totalmente autobiografica. Il titolo riecheggia chiaramente This Boy, una canzone misconosciuta dei Beatles… a livello sonoro il pezzo ricorda addirittura gli U2, è quel tipo di r’n’r che piace alle teste di cazzo, musicalmente è una boiata immane, un rockaccio di 3 accordi… volevo prendere per il culo dolcemente i beoti del rock italiano, perché in Italia il rock è Vasco Rossi, Ligabue, questa robaccia qua. Il testo è nel mio stile, la musica, come ti ho detto, un po’ meno”. Un altro pezzo dell’album che mi ha colpito è Andrea torna al rock, un’inaspettata esortazione nei confronti dell’amico cantautore Andrea Chimenti. “In realtà è una risposta polemica al fatto che su Passato, presente gli avevo chiesto di cantare Io ho in mente te rifatta rock come ai tempi dei Moda. Le cose che fa adesso mi sembrano un po’ troppo intellettuali, ho molta nostalgia degli anni ’80, quando cantava con i Moda, aveva questa bella voce grintosa e poi lui mi stava un sacco simpatico, gli volevo bene… mi sarebbe piaciuto tornare a fare i cazzoni assieme”.
Federico Fiumani da sempre gestisce la sua carriera in completa autonomia o meglio In perfetta solitudine, per citare il titolo del primo disco dei Diaframma che lo vede impegnato anche come cantante. La motivazione di questa scelta la snocciola con estrema onestà: “Perché mi sono accorto che il mondo delle major non mi accettava per quello che ero quindi sono tornato nell’underground dove, bene o male, contavo qualcosa, dove vedevo che le persone mi volevano bene, mi riconoscevano una storia… ho iniziato presto, ho una storia alle spalle che non mi può togliere nessuno… ti dicevo che, dopo la parentesi con la Ricordi, sono tornato nel mio mondo underground trovandomi bene e guadagnando anche il giusto per vivere… devi sapere che con le major facevo la fame, un sacco di chiacchiere ma non si guadagnava niente… invece facendo le cose in piccolo sono a contatto con persone che mi piacciono, evidentemente questa è la mia dimensione ideale, evidentemente non ero adatto alle major… poi non pensare che io stia lì a studiare, prendo la chitarra e faccio tre accordi, il rock and roll è questo… ho un sacco di tempo libero e posso tranquillamente dedicarmi ad altri aspetti”.
Forse non tutti sanno che il disco su major del ‘90 è stato prodotto da un tal Vince Tempera. Quello che in tutti i santi San Remo sta lì in smoking con il Pippo Baudo di turno che fa: “dirige l’orchestra il maestro Vince Tempera!”. Chissà che ricordo ne ha Federico? “Sì, il caro Vince Tempera: più ribelle di me… mi sono trovato molto bene con lui, ricordo che quando stavamo facendo le voci di quel disco io cercavo di fare il melodico in stile Ricordi e lui mi diceva “vai, vai, fai il selvaggio… urla, urla!”, Era lui che m’istigava ad urlare, incredibile ma vero”. Da diaframmiano doc mi incuriosisce sapere che fine fanno i pezzi meno noti, quei pezzi che scompaiono subito dalle scalette dei live. Penso in particolare a Mi fai morire, una botta terribile in stile Cramps. “Magari Mi fai morire fosse in stile Cramps!”, sospira Federico, “no, non sono legato a nessuno di questi pezzi in maniera particolare perché evidentemente non hanno avuto la eco giusta e finisci poi per dimenticarteli… sono più affezionato ai pezzi che la gente ama perché il successo, piccolo o grande che sia, ti serve ad aver fiducia in te stesso. Per esempio Siberia che è piaciuto a così tante persone, di riflesso mi piace molto cantarlo, quando fai una canzone vuoi comunicare e se comunichi con tanti quel pezzo lo rivivi”. Oltre che un diaframmiano doc sono anche un abruzzese doc, o meglio docg. Pertanto mi rende felice il fatto che Federico si senta a casa quaggiù, come ho appena scoperto non solo per questioni legate alla musica. “Ho avuto una fidanzata abruzzese stupenda, di Giulianova. Fiore non sentirti sola e Labbra blu sono dedicate a lei quindi l’Abruzzo l’associo a questa bellissima ragazza che ho amato per due anni, che ho adorato… è una terra che ha partorito un fiore, com’era lei… c’è il mare, mi pare di ricordare che Giulianova vinse il premio per la miglior spiaggia d’Europa… venivo a trovarla con una certa frequenza, stavo 2-3 giorni poi tornavo a Firenze…”.
Federico Fiumani 3 Wake Up Durante la cena, alla presenza di un testimone privilegiato come Umberto Palazzo, parlavamo del “nuovo rock italiano” degli anni ’80 che germogliò a Firenze per poi espandersi a macchia di leopardo in tutta la penisola. Riprendo il discorso per sapere se ha ancora senso parlare di quel “nuovo rock italiano”. “No, il nostro ormai è vecchio, il vecchio rock italiano… dei nuovi gruppi mi piacciono molto i Baustelle. Comunque ognuno è figlio del suo tempo, io vorrei che la gente non si ispirasse a me, io sono vecchio… il futuro appartiene ai giovani, sta a loro raccontarlo… io faccio musica vecchia, con criteri vecchi, ma penso di potermi concedere ancora il lusso di poter fare dischi perché me lo sono meritato, di potermi emozionare e di bruciare ancora le mie passioni in attesa che questo grande fuoco diventi cenere, come me”. Citando ancora una volta il titolo di un disco dei Diaframma, butto lì a Federico “ma il futuro non sorrideva a quelli come noi?”: “È un pezzo vecchio sono passati un po’ di anni e poi, sai, una canzone è una canzone, la vita è un’altra cosa… io mi accorgo di fare musica vecchia, io voglio sperare di fare musica vecchia. Ripeto, mi concedo il lusso di poter fare ancora dischi, ed è già tanto per me, mi accorgo che i miei dischi suonano datati, perché i suoni di adesso sono diversi dai miei.. scusa che devo fare, devo scimmiottare i giovani, devo fare il rap? Farei ridere!”. Ribatto che appena due anni fa ha dato alle stampe Passato, presente, un disco gonfio di nuove sonorità, dallo struggente respiro di Cristina Donà all’elettronica spinta di Madaski e di Max Casacci dei Subsonica. “Quello è stato il tentativo di rammodernare, di fare un lifting, ma la sostanza rimane la solita. Be’, Madaski è bello stagionato anche lui… Casacci ha preso Effetto notte, roba vecchissima dell’83. È normale e fisiologico che il presente lo debbano raccontare i giovani, sarebbe un guaio se lo raccontassi io, è il loro tempo questo!”. Ringrazio Federico e gli faccio l’in bocca al lupo per il concerto. Lui, molto cordialmente, si congeda dicendomi di andare a sentire a che ora può iniziare. Mentre con la coda dell’occhio lo vedo allontanarsi, ripenso ai versi di un suo pezzo di quasi vent’anni fa: “I giovani / I giovani sono venuti a cercarmi / Ma io non ero a casa / I giovani / I giovani sono venuti a cercare me / Hanno sfondato la porta / Hanno deriso il mio letto prigione / Mi hanno detto / Cosa fai lì dentro? / Ma perché ti nascondi / Fuori il mondo cammina e va avanti / Senza te / Senza te.”.

Il pezzo/intervista sarebbe questo. C’ho messo un po’ di cazzi miei, qualche riferimento esotico e financo una citazione finale ad effetto. Ma non ho scritto nulla del concerto. Un concerto della madonna. Un gran concerto punk per sola chitarra e voce. Un concerto farcito di pezzi vecchi suonati a 300 all’ora. Un concerto che sarebbe valso la pena vedere solo per l’indomabile ciuffo di Fiumani che oscillava a ritmo new wave come ai tempi di 3 volte lacrime. A bocce ferme io e Fiumani ci siamo ritrovati al bancone con l’ennesima Heineken in mano. Gli dico: «Senti Federico, ti devo confessare una cosa… ma mi vergogno un po’!”. «Dimmi», fa lui. «Quando sei venuto a suonare a Teramo nel 2002, per tutto il concerto ti ho rotto i coglioni da sotto il palco richiedendoti Blu petrolio… be’, seppur in ritardo, volevo scusarmi!». «Non me n’ero neanche accorto». «È che, a un certo punto, sono andato a pisciare al piano di sotto e quando sono risalito ho riattaccato a urlare come un forsennato… poi qualcuno mi ha comunicato che durante la mia pisciata avevi cantato proprio Blu petrolio». «Non ti preoccupare, mi è successa la stessa cosa ad un concerto dei Rem. Ero lì che richiedevo a gran voce The One I Love finché il tipo che mi era accanto non m’ha detto che l’avevano già fatta. Sono cose che succedono!».

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