I figli sopravvivono

VITTORIO BONGIORNO “Il bravo figlio”
(Rizzoli, pp. 199, € 17,00)

Vittorio Bongiorno “Il bravo figlio”Sarà che Il bravo figlio non è altro che la fedele traduzione di The Good Son di Nick Cave, sarà che dello stesso autore avevo apprezzato molto il precedente, anfetaminico romanzo In paradiso, sarà che quei due monelli che campeggiano in copertina mettono simpatia all’istante, be’ fatto sta che appena ho avuto in mano questo terzo libro del 34enne palermitano mi ci sono buttato dentro come una bestia famelica. Dentro, sì. Proprio dentro. Perché questo è un romanzo che ti risucchia sin dalle prime pagine e allora, appurata la questione, tanto vale buttarcisi subito dentro di testa. Vittorio “allegriaaaaaa!” Bongiorno tira su, mattone dopo mattone, una storia di crescita – non di formazione, attenzione! – di amicizia, di sopravvivenza e di morte, in cui s’incrociano le vite di due ragazzini apparentemente agli antipodi ma che in realtà si completano l’uno nei silenzi dell’altro (convengo che “si completano l’uno nei silenzi dell’altro” sembra una di quelle frasi dei critici paludati che non significano un emerito cazzo, sorry). Nino, figlio di un uomo dello Stato e Turi, figlio di un uomo dell’antiStato. “…Tutti cercano di non pronunciare il suo nome – o quello di suo padre – invano, come dicono i preti. Eppure Turi è sempre lì sul muretto, e io con lui.” Siamo a Palermo nella metà degli anni ’80, tra bimbetti che sputano a terra in segno di forza, giocano a pallone con le Espadrillas, si fanno le seghe sulle foto delle prime pornostar ma poi si svuotano le palle con Sciarló, un marchettaro di cuore buono che fa conoscere loro Sex Pistols, Clash, Joy Division e compagnia bella attraverso mitiche compilèscion. Rataplan si suicida buttandosi dalla finestra, qualcun altro scompare, Nino e Turi muoiono dentro un poco al giorno all’ombra di padri assenti per motivi opposti, finché le loro strade vengono brutalmente divise. Quindici anni dopo hanno solo il tempo di stringersi la mano, guardarsi negli occhi e prendere due aerei diversi, per destinazioni diverse. Proprio come i loro padri a cui, malgrado tutto, sono sopravvissuti.

PS: a fine lettura non ho resistito, ho messo su Il futuro sorride a quelli come noi dei Diaframma e ho spinto il pulsantino 9 sul telecomando… “I figli sopravvivono/non preoccuparti troppo/al freddo dell’inverno, a mille malattie/a giorni senza amore e alle malinconie/i figli sopravvivono/a tutti i tuoi discorsi passati e futuri/a tutti i tuoi progetti, a tutti i tuoi abbagli/i figli sopravvivono/a tutti i tuoi progetti/e alle tue illusioni/alla loro solitudine, a mari d’inquietudine/e alla cattiveria che il mondo insegna loro/i figli sopravvivono/a questo nostro amore sbocciato di domenica/e in cima all’hit parade delle nostre priorità/i figli sopravvivono“.

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