Giulio non dormiva proprio per niente e in verità – cari amici – neanche io

Non ci sono cazzi. Ognuno di noi c’ha avuto quei 2-3 anni nei quali si è sentito semi immortale. E non parlo del famoso quarto d’ora di celebrità di warholiana memoria: queste sono minchiate da aspirante valletta impegnata “che adora andare al cinema e leggere i libri di Francesco Totti e Cristina Mosca” (op. cit.). Suvvia ci siamo passati tutti. Chi credeva seriamente di poter diventare una rockstar solo perché strimpellava una vecchia Eko. O un manager della Deutsche Bank perché era iscritto al terzo anno di Economia e Commercio. Uno scrittore poiché non si perdeva una-puntata-una de Il Circolo Pickwick. O un tomber des femmes professionista dopo essersi ingarrato due fuorisede di Cerignola in una sola notte. Oppure l’erede di Renzo Piano per la perizia nel progettare le più svariate costruzioni con i pacchetti vuoti di sigarette. Mi riferisco a quel periodo nel quale pare riesca tutto, quantomeno lo si è ingenuamente portati a credere. E ha poca importanza se poi va a finire come sciabolò l’immenso Andrea Pazienza che, probabilmente dopo un trip di eroina buona, scrisse: “In questi anni ho scoperto diverse cosucce. Intanto, di non essere un genio. Perché sì, da ragazzo ci speravo.”.

E allora – cari amici – il mio, personalissimo periodo d’oro, incenso e birra, è durato dal 1995 al 1998. Pesavo esattamente 10 chili meno di ora e ci avevo il fisico sputato di Moreno Torricelli (altezza 1,85 – peso 77 Kg). Dalla fronte in su parevo il cantante dei Simply Red, dalla fronte in giù quello dei Curiosity Killed The Cat. Ero posseduto dalla cazzutezza di chi ha più di vent’anni e dalla cazzonaggine di chi ne ha meno di trenta. Con estrema nonchalance riuscivo a fare surf tra una ragazza fissa e un paio mobili, che non erano affatto delle credenze. Riuscivo a bere come una spugna e, proprio come una spugna, bastava una strizzata per tornare nuovo. Nella mia stanza da universitario c’erano un televisore a colori 21 pollici, uno stereo comprensivo di amplificatore Nad, piatto Dual, lettore cd Marantz e doppia piastra Teac; un letto matrimoniale; una targhetta in ferro battuto con su scritto “alcova”; il calendario di Max di Alessia Marcuzzi affiancato da una pergamena recante l’autografo di un “magnifico” tale chiamato Fabio Roversi Monaco.

Bel periodo. Begli anni spensierati, direbbe un azzimato cronista di rosa. Noi – simpatici lettori – eravamo un manipolo di ragazzotti forti e (un po’ meno) gentili dei gloriosi Abruzzi, catapultati nella terra del tortellino, per grazia dei nostri genitori cattocomunismi, a far finta di mettere le basi per costruirci una futura professione. E ci bastò un attimo per riconoscerci: un “mò te li diche” sibilato sotto i portici di Via Zamboni, una cena a casa di uno che conosceva uno che viveva con uno di Canzano che custodiva gelosamente il segreto del famigerato tacchino alla canzanese, uno che si era disegnato sul terrazzo un campo da calcio-tennis 1,30 x 3,00 metri che manco sul bagnasciuga di Eriberto, uno che riportava su dozzine di confezioni di Parrozzo ché pare c’avesse uno zio capo della produzione. Fatto sta che ho trascorso quasi l’intero periodo universitario bolognese, compresi gli anni d’oro ’95-’98, in mezzo a gente di Pescara e zone limitrofe. Gente con la quale ho spartito tutto, invero soprattutto inenarrabili figure di merda, ma mai la musica che piaceva a me. Oh cazzo! Ad eccezione di qualche concertino rap-ragamuffin-ska (cioè roba che ti obbliga a battere il piedino anche se sei di legno), questi compagni di sbronze dell’area metropolitana avevano la stessa cultura rock di Luciano D’Alfonso. Così mi toccava raccattare qualche sciroccato del Triveneto o delle Puglie per sconfinare a Baricella in quel meraviglioso buco chiamato Kryptonite dove atterrava il gotha dell’indie rock a stelle e strisce. Ma un bel dì – sorprendenti amici – il mio mentore Baronio (un immenso personaggio nato e cresciuto alle pendici dello stadio Adriatico, di cui un giorno scriverò approfonditamente) mi disse che quella sera, proprio quella sera, dei suoi amici d’annunziani suonavano a Bologna di spalla a Daniele Silvestri. E che ci si doveva andare assolutamente. E che ‘ngulo se mi sarebbero piaciuti. E che s’organizzava prima una cenetta da lui per scontrafarci a dovere. E che non rompessi tanto i coglioni co’ ‘sto punk di merda ché ‘sti Giuliodorme spaccavano i culi a destra e a manca.

Annichilito da cotanto rancitelliano ardore non potei che accettare. In verità più sospinto dalla curiosità di vedere sul palco quel Silvestri di cui avevo da poco acquistato la versione deluxe de “Il Dado”. Per farla breve arrivammo al concerto più sbrindellati di un cardigan made in Vietnam. Seguirono grandi baci e abbracci coi tre Giulios e il chitarrista che, con lo scatto di uno spacciatore inseguito dagli sbirri, apparecchiò svariate pinte di birra come ringraziamento per essere andati lì a sostenerli. Di quel mini concerto ricordo 4 cose: 1) le movenze del frontman tra lo shoegazing e Mick Jagger sopraffatto da coliche intestinali; 2) Max Gazzè al basso che si sforzava a far finta di divertirsi; 3) “Nulla”, un evidentissimo plagio di “Creep” dei Radiohead; 4) le orride Adidas di tela di Giulio.

Tuttavia, seppur leggerino e ancora acerbo, non mi dispiacque affatto il loro pop-rock venato indie. Si vedeva lontano un miglio che stavano provando a sfondare e che erano felicissimi dell’opportunità concessa loro dall’entourage di Silvestri. Più tardi ci dissero che seguivano la carovana in treno, che i soldi erano pochi e che o così… o così. Pensai che tutto ciò fosse assolutamente rock and roll. Ragazzi qualunque, e pure con un discreto talento, che inseguivano un sogno. Ci stava tutto.

Qualche tempo dopo inforcai il mio sfavillante Ciao blu del 1976 e raggiunsi Sesto Senso, un posto dove si poteva noleggiare più o meno qualsiasi cd di area indie rock presente sul patrio suolo. Arrivai a casa e lo doppiai subito su una cassetta che depositai nel portaoggetti della mia Fiesta scassata. In macchina quella cassetta la ascoltai parecchio. Forse per ripulirmi dai quintali di noise rock che ascoltavo al tempo, forse perché i ragazzi mi erano simpatici, chi lo sa! La ascoltai al punto che, di dritto o di rovescio, avevo imparato quasi tutti i testi. Mi piaceva l’andamento sbarazzino, un po’ beatlesiano, pre cesarecremoniniano, di Goodbye; la cavalcata dalla giusta epicità Sette anni; il singhiozzo rauco di Ti lascio stare.

Non ricordo di preciso quanto tempo passò. Comunque, sempre con la combriccola di pescaresi avvinazzati, rividi i Giuliodorme a Bologna in un Estragon semi gremito. Sembrava che i ragazzi ce la stessero facendo sul serio. Ero sinceramente felice per loro. Frotte di ragazzine adoranti sotto il palco. Un tipo, mi pare di Padova, che faceva le tessere per il fan club ufficiale. Noi teramopescaresi con due bocce di Montepulciano nascoste nei giacconi. Max Gazzè non c’era più. A fine concerto una minorenne molto carina mi chiese se conoscevo Giulio. Mentendo le dissi che sì, che eravamo stati compagni di scuola, che se voleva glielo presentavo, che non ci stavano problemi. Lei si sciolse, ridacchiò e piagnucolò in 3 secondi netti. Glielo presentai sul serio, poi non ricordo come andò a finire la serata. Ma ricordo perfettamente come andarono a finire i Giuliodorme. Per un po’ non si sentirono più. Evidentemente l’album Venere non aveva venduto un cazzo e la major di turno li tenne in naftalina. Nel ’97, in Zona Cesarini, erano stati sbattuti fuori da Sanremo Giovani assieme a gente di tutto rispetto come Mario Venuti, Le Voci Atroci, Mao, per lasciare il palco dell’Ariston nelle mani di tali Eramo & Passavanti, Percentonetto, Nitti e Agnello. Cioè, ci rendiamo conto?

Scusate la divagazione – meravigliosi amici – e torniamo dove eravamo rimasti. Dopo Venere il cantante e il tastierista se la filarono e non fummo in pochi a pensare che dal sonno i Giuliodorme fossero passati naturalmente alla morte. Ma non fu così. Nel 2002 i nuovi Giulios ci salirono davvero su quel cazzo di palco di Sanremo, nell’edizione che vide il ritorno del Pippo nazionale. Però si palesarono subito 2 problemi: 1) della formazione originale c’era rimasto solo il chitarrista Andrea Moscianese, che si mise persino a cantare; 2) la canzone che presentarono, Odore, per quanto gradevoluccia non aveva nemmeno una goccia del sudato pathos degli esordi. Andò a finire che come calpestarono le tavole dell’Ariston, vennero fatti accomodare all’uscita assieme ad un imbarazzante Giacomo Celentano: un mezzo matto sputato il padre ma che canta(va) come la madre quando ci aveva ancora le mestruazioni.

Questa fu davvero la fine. Arrivare all’apice, per uno strano scherzo del destino, coincise con toccare il fondo. I Giuliodorme si erano bruciati. Il fuoco era stato appiccato dal mainstream (la major, Sanremo, ecc.), ma la benzina se l’erano cosparsa addosso da soli. Succede, è sempre successo, continuerà a succedere. E, non essendo esattamente “mitologici”, sapevano che risorgere dalle proprie ceneri era alquanto improbabile. Anche perché, va detto, all’inizio degli anni 00 l’industria discografica entrò in quel coma vigile che, ahinoi, ancora persiste.

Ora Giulio Corda è di nuovo in pista: il profilo è più intimo e la scrittura decisamente più matura. Andrea Moscianese, dopo aver fatto degnamente il turnista con Marina Rei e Tiromancino, è rientrato dalla finestra col nuovo, interessante progetto di cantautorato elettroacustico Mughen. Bene, bene così. Le cose sono tornate al loro posto. Nell’ordine che si conviene. Ma – perdonatemi, sorridenti lettori – mi manca ancora un tassello: Paolo, il tastierista. Che fine ha fatto? Dov’è ora? Mi piace immaginarlo appesantito, con qualche capello in meno, a sfangarsela sui palchi più improbabili dei nostri gloriosi Abruzzi con una compassata band di progressive rock, come un novello Keith Emerson di provincia.

Si torna a scrivere (postare è un termine del cazzo!) su questo spazio dopo una discreta pausa. Spero ne sia valsa la pena. Il pezzo in questione è apparso su Mente Locale #7 febbraio 2008.

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