Ferruccio e Luigi Quercetti, dai CUT ai TRANSEX

Il triangolo no, non lo avevo considerato… chitarre punk tra Giulianova, Roma e Bologna

Ferruccio e Luigi Quercetti

CUT – Sweet Words mp3 (da “A Different Beat”, Homesleep 2006)

Dopo Gabriele e Giustino Di Gregorio, presentati sul numero scorso, anche stavolta tocca a due fratelli della provincia di Teramo che, invece di buttarsi sulla new economy, combattono con chitarre vintage e amplificatori valvolari immergendosi dalla testa ai piedi nella cosiddetta musica alternativa. Si chiamano Ferruccio (classe ’72) e Luigi (classe ’80) Quercetti. Nomi qualunque, direte voi. Col cazzo. Per spiegarvi il perché di questa scurrile affermazione c’è bisogno di fare un piccolo salto temporale, quando l’euro ancora non ci lasciava in mutande. 5 gennaio 2001. Giulianova Lido. Tratto nord della Statale 16, quasi al confine con Tortoreto. Ben imboscato dietro alla Stazione di Servizio dell’API c’è il Tao, un localino dedito al latinoamericano che assomiglia terribilmente ad un qualsiasi club per scambisti. Sul palco quattro decerebrati ragliano il più marcio, sporco e imbecille punk ’77 che si possa ascoltare nel patrio suolo. Curiosamente, vista anche la location ambigua, la loro ragione sociale è Transex. Sono al primo concerto ma tutti, tranne il tizio alla chitarra, provengono da storiche punk rock band capitoline. Quel tizio è appunto Luigi. La cosa la appuro soltanto a fine concerto quando scambio quattro chiacchiere alcoliche con suo fratello Ferruccio, il chitarrista/cantante dei bolognesi d’adozione Cut: gruppo che mescola con piglio bastardo noise rock, post-punk e r’n’r, mandando in agitazione giornalisti in fissa per le fottute etichette e ascoltatori incapaci di guardare oltre il proprio naso. Insomma, buon sangue non mente. A sei anni esatti da quel 5 gennaio del 2001 i Transex, con due album all’attivo, sono diventati il nome di punta del punk settantasettino autoctono. I Cut, giunti oramai al quinto disco, hanno confermato il loro status di incatalogabili interpreti del r’n’r che sa essere al tempo stesso grasso e minimal. Dite che ‘sta pappardella giustifica un approfondimento sui Lennon e McCartney de la “Chippl” (fatevi tradurre da amici/parenti giuliesi!)? Io dico di sì e aggiungo che mi pare scontato partire dal momento in cui i Quercetti Bros. hanno abbandonato paletta e secchiello per imbracciare una chitarra. Ferruccio: “Ho iniziato a 14 anni sotto la spinta dei primi ascolti underground, principalmente punk ‘77 e garage-rock. Il problema è che sono finito nelle mani di un maestro di chitarra estremamente classicista, convinto che dovessi imparare a solfeggiare e a leggere la musica prima ancora di poter imbracciare la chitarra. Ovviamente ho ceduto e mollato tutto, però dopo pochi mesi mi è tornata la voglia guardando la copertina di “London Calling” dei Clash e pensando che ci dovevano essere altri modi un po’ più rudi di approcciare lo strumento. Ferruccio QuercettiSinceramente non ce li vedevo Steve Jones o Joe Strummer impegnati in lezioni di solfeggio! Così ho ricominciato da autodidatta e sono riuscito a realizzare il mio sogno: mettere insieme quattro accordi che mi consentissero di iniziare ad esprimermi attraverso la musica.” Luigi subentra di gran carriera: “Il mio big brother è stato sempre un esempio, avevo appena 10 anni e già masticavo Sex Pistols, Clash, Jesus and Mary Chain, Velvet Underground. Ferruccio, infatti, usava farmi delle compilation su cassetta che mi metteva sotto il cuscino quando io ancora ero un imberbe fanciullino. Non solo. In giro per casa trovavo strane riviste con tutti questi tipi bizzarri che negli anni si sono sostituiti ai miei professori di scuola. In poche parole, mentre i miei coetanei si gasavano per gli 883, io già sognavo il Queen di New York, le groupies, le zazzere cotonate e le Gibson Les Paul. Più tardi, quando mio fratello è partito per Bologna, mi ha lasciato una eredità di quasi mille dischi dei più svariati generi musicali che mi hanno educato ad un ascolto globale della musica, una conoscenza che non si è mai voluta fossilizzare su un unico genere. Anch’io ho iniziato a suonare la chitarra a 14 anni seguendo il dogma “questo è un accordo, questo ne è un altro, ora scrivi una canzone!”. Ferruccio ricambia il complimento fraterno e tesse le lodi sincere dei Transex: “Sarà anche partito dai miei dischi ma si è costruito da subito una sua strada. Come chitarrista Luigi è molto più bravo di me tecnicamente. Se io infatti posso avergli dato qualche dritta sui dischi da ascoltare, lui sicuramente continua a ricambiarmi insegnandomi qualche nuovo trucchetto con la chitarra. Per quanto riguarda i Transex posso dirti che per me sono il punk ’77 come dovrebbe essere sempre inteso. Se tutti i gruppi che dicono di fare punk suonassero come loro oggi si avrebbe un’idea un po’ più chiara e sicuramente meno annacquata di quello che punk vuol dire, sia dal punto di vista musicale che attitudinale. Musicalmente sono mostruosi: c’è qualcosa di veramente “evil” e minaccioso come un coltello a serramanico pericolosamente vicino alla gola.” Per uscire dal ping-pong di complimenti che ho innescato, chiedo a Luigi se è d’accordo sul fatto che Ferruccio rappresenta la parte adulta del punk, quella più “intellettuale” della famiglia. “A volte penso che i Cut vengano male interpretati dalla critica e dal pubblico: spesso li chiamano post-rock o noise ma, secondo me, soprattutto nell’ultimo disco “A Different Beat” si sono rivelati una r’n’r band grezza e feroce, molto meno” intellettualoide” di quello che alcuni vogliono far credere. Certo, i Transex sono più brutali ma il motivo che spinge entrambi i gruppi a suonare è il semplice amore per la musica, al di là di ogni velleità artistica.” Pur concordando con Luigi, dei Cut mi è sempre piaciuto proprio questo aspetto ibrido: ovvero l’essere sfacciatamente garage’n’roll per la scena indie e poco ortodossi per gli ultras del garage-punk. Chiedo lumi a Ferruccio: “Sono assolutamente d’accordo tanto che mi è capitato spesso di fare la stessa considerazione sia in privato che in varie interviste. Se dal punto di vista musicale questa impossibilità di catalogarci è sicuramente un elemento caratterizzante, dal punto di vista “merceologico”, diciamo così, è stato sempre un problema. Nessuno sa dove infilarci, se nel punk, nel garage, nell’indie rock, nel post punk. Sai quante volte nel contattare organizzatori di concerti o etichette mi sono sentito dire “no, siete troppo indie per la nostra etichetta” oppure “pensavamo di fare una rassegna con soli gruppi indie e voi siete punk, vero?”. In realtà noi siamo semplicemente una rock band con diverse influenze, non solo musicali, e una personalità propria. Non facciamo niente per aderire a un genere o per distanziarcene. Suoniamo così e basta, non c’è niente di premeditato.” Malgrado i Quercetti Brothers vivano da tempo al di là del Gran Sasso, sono curioso di sapere se si sentono ancora legati alla terra che li ha partoriti. Ferruccio: “Sicuramente il mio rapporto con la musica è stato marchiato a fuoco dagli anni passati a Giulianova. Nella seconda metà degli anni ’80 non conoscevo nessuno che avesse le mie stesse passioni musicali, a parte un paio di cari amici che però non si spingevano a fondo quanto me. Quando sono arrivato a Bologna ero chiaramente afflitto dalla sindrome del provinciale: dopo esser stato per anni chiuso in casa a coltivare i miei sogni, la voglia di esprimermi e assorbire tutto da un ambiente che sembrava sicuramente molto più fertile e ricettivo era enorme. Durante i primi anni a Bologna mi sembrava incredibile poter entrare in un negozio a caso e trovare quasi tutti i dischi che volevo. Anche nella mia determinazione nel portare avanti il gruppo e i miei progetti musicali l’esperienza di Giulianova mi ha segnato profondamente: ho nutrito certi desideri per troppo tempo per mollare alla prima difficoltà.” Il quasi romano Luigi dà una risposta più punk, ma d’altronde c’era da aspettarseloLuigi Quercetti: “La cittadina in cui sono nato e cresciuto ha influito molto sulle mie scelte di vita e sull’approccio musicale. Una delle ragioni per cui ho scelto il punk rock come genere musicale deriva in gran parte dalla noia che pervade la sonnolenta Giulianova. Dieci anni fa in tutto il teramano trovare un punk era come cercare un cammello al polo nord. Per questo mi sono buttato sul genere musicale più violento che esista e ancora oggi ritengo che il punk rock sia un approdo per molti giovani che, come me dieci anni fa, si annoiano nei piccoli borghi di tutta la Penisola. Qualcuno diceva che il vero punk sta in provincia… e io concordo.” Chissà, allora, da emigranti come vedono questa immensa provincia che è l’Abruzzo dal punto di vista della scena musicale indipendente? Ferruccio: “Beh, le cose sono molto cambiate rispetto ai miei tempi. Il Grunge, Mtv, Internet hanno modificato il modo di recepire e vivere la musica radicalmente. Già nei primi anni ‘90, quando mio fratello iniziava a muovere i primi passi sia come chitarrista che come punk, mi accorgevo che c’erano diversi ragazzini con i quali poteva condividere almeno una parte delle sue passioni musicali. Ai miei tempi questo era impossibile, se ascoltavi gli U2 o gli Smiths eri già considerato un mezzo criminale, figurati se andavi in giro con una maglietta dei Pistols o dei Clash. Questo non vuol dire che la mentalità fosse cambiata ma qualcosa almeno a livello di fruizione stava cambiando. Diciamo che c’è stata una fase di grande attività fino alla fine degli anni ’90 con un bel po’ di locali attivi in cui anche noi abbiamo suonato spesso e ora c’è una fase di netto riflusso dove il pallino è tornato in mano alle iniziative personali di individui illuminati. C’è Umberto Palazzo a Pescara che continua ad agitare la scena con i concerti al Wake Up, Clap Dance sempre a Pescara che organizza ottime iniziative, nel teramano c’è il grande Giustino Di Gregorio (e suo fratello), Tito & The Brainsuckers, i Bebe Rebozo di Roseto, i nostri amici Marigold a Lanciano, l’immarcescibile punk hero Marco Sigismondi con la sua Furt Core Records a Cermignano e poi tanti altri…” Luigi la vede un po’ meno grigia del fratello: “Sicuramente rispetto a prima la situazione è molto cambiata. Ci sono molti più locali in cui suonare e, anche grazie ad Internet e alle nuove tecnologie, i giovani abruzzesi possono andare in cerca di gruppi musicali che prima erano sconosciuti ai più. Quando torno in estate, mi accorgo che la costa è sempre più piena di band che fanno serate, che ci sono adolescenti che iniziano ad ascoltare la musica punk ed il rock in generale molto di più rispetto a prima. Ma soprattutto, noto che questo tipo di (contro)cultura è molto più accettata (sarà forse “merito” dei Finley?), mentre prima era davvero dura per noi punx della prima ora. Per quanto riguarda le etichette non so dirti molto, a parte la Goodbye Boozy non mi sembra di conoscerne altre.” La chiacchierata è giunta al capolinea, ma c’è un dubbio che ancora mi attanaglia. Forse sto invecchiando, non so. Fatto sta che dalla bocca mi esce una domanda alla Luzzatto Fegiz imbottito di mescalina, ve la riporto paro paro: ma nella vostra famiglia stanno ancora bestemmiando perché si ritrovano due punk impenitenti invece di musicisti-da-matrimonio? Ferruccio, passatemi l’aggettivo, è collodiano: “Nella vita dei nostri genitori la musica non ha sicuramente svolto un ruolo così centrale sia per questioni generazionali che per la loro storia personale. Tuttavia si sono dimostrati sempre molto comprensivi nei confronti della nostra passione e in molte occasioni ci hanno aiutato e continuano ad aiutarci. Certo scommetto che a volte vorrebbero che dedicassimo più tempo al lavoro che alla musica, ma non hanno mai fatto pesare le loro normali preoccupazioni di genitori su di noi quindi non posso che ringraziarli per il sostegno e la pazienza…” Luigi, sornione, taglia corto: “Be’, forse la mamma sarebbe più tranquilla se la domenica andassimo a messa invece che girare per l’Italia con furgoni scassati e chili di amplificatori sulle spalle. Però almeno ora possono leggere questo articolo, no?” Verissimo. Ora mi rivolgo a lei signora: deve esser fiera dei suoi pargoli… se l’immagina che vergogna se avessero scelto di fare i promotori finanziari e si fossero arricchiti fregando la povera gente?

logo Mente LocaleIl pezzo che avete appena letto è apparso sul terzo numero di Mente Locale, ancora per un po’ nelle edicole e librerie abruzzesi. Per ovvie questioni di spazio ho dovuto omettere alcune battute che vi riporto di seguito.

Ferruccio’s bonus tracks

Che ricordi hai del Festival giuliese Rock Roads e del mitico Malaria? È passata anche da qui la tua educazione musicale alternativa?
Rock Roads è stata un’iniziativa fantastica che mi ha cambiato la vita. Non potevo credere che tanti dei gruppi di cui leggevo sui giornali e di cui cercavo disperatamente e spesso invano di procurarmi i dischi potessero suonare così vicino a casa mia e che dei Giuliesi (tutti però molto più grandi di me) potessero organizzare una cosa del genere. In realtà la prima edizione del festival che ho seguito è stata quella dell’87 se non ricordo male (il festival ha resistito tre anni dall’87 all’89). Io avevo 15 anni e l’anno prima avevo iniziato a seguire maniacalmente la musica ma ero talmente isolato dai miei simili e così piccolo (e comunque pochissimi Giuliesi erano interessati al festival, se non per raccontare le gesta dei “drogati”) che non ne venni a sapere niente. L’edizione dell’87 fu un evento spettacolare: mi limiterò all’elenco dei gruppi per farvi capire: Gun Club, Fuzztones, Dream Syndicate (ancora oggi tre dei concerti più belli della mia vita)., Housemartins (anche loro simpaticissimi e grandi dal vivo), Go-Betweens, Kim Squad (di Francois Regis Cambuzat), Michelle Shocked, Elliot Murphy e tanti altri… non potete immaginare la mia eccitazione. È stato bellissimo scoprire che non ero solo, che in giro per l’Italia c’erano persone disposte a fare chilometri pur di vedere gli stessi gruppi che io amavo e che apparentemente nessuno dei miei coetanei di Giulianova conosceva. All’epoca non c’era internet anche solo vedere un musicista salire sul palco e vedere da vicino come era fatto fisicamente era un’emozione incredibile. L’immagine di Kid Congo Powers vestito come un gangster portoricano con in braccio la sua Gibson è stata per me la folgorazione sulla via di Damasco: non sarei mai più stato la stessa persona e il rock and roll sarebbe stato la mia vita. Ovviamente andai al festival anche l’anno successivo (protagonisti: Primal Scream, Wedding Present e tanti altri) e fu bellissimo ma il fascino di quella prima edizione (per me) è rimasto inarrivabile. Il Malaria invece era off limits per me. Se non ricordo male la sua attività di locale underground finì più o meno nell’87 e io ero troppo piccolo per frequentare un locale del genere anche se le gesta leggendarie del Malaria, dei suoi concerti e dei suoi avventori si sono tramandate per molti anni. Purtroppo dopo queste due esperienze a Giulianova non c’è stato più niente di significativo per molto tempo…

Quali sono stati i “rapporti musicali” tra te e tuo fratello?
Tra me e mio fratello ci sono 8 anni di differenza. Ovviamente ho cercato di indottrinarlo sin da piccolo anche se da subito Luigi dimostrava una spiccata personalità: non tutto quello che gli passavo gli piaceva, anche se ha voluto ascoltare tutti i miei dischi per farsi un’idea. Io mi sono sempre chiesto cosa poteva significare per lui avere quei dischi in casa quando io avevo dovuto iniziare praticamente da zero (i miei genitori non ascoltavano musica rock)… comunque diciamo che lui si è specializzato da subito su certo hard rock, punk classico (anche quello cosiddetto minore) e hardcore, colmando molti vuoti della mia discografia e facendomi scoprire tante cose che forse non avrei mai approfondito senza il suo apporto.

Luigi’s bonus tracks

Eri impegnato anche nel progetto Champagne Monroe ma non ne ho saputo più nulla: esiste ancora? Oltre ai Transex suoni attualmente in altre band?
Purtroppo i C.M. si sono sciolti senza aver fatto nulla di significativo. Poteva essere un buon progetto, ma ci sono stati un po’ di eventi nefasti che ci hanno spinto alla decisione di non suonare più. Per adesso sono concentrato solo sui Transex che, dopo una fase di transizione in cui abbiamo dovuto cambiare il batterista (ora è Larry, già Serial Kreepers), sono pronti a tornare in pista. Abbiamo alcune nuove canzoni e qualche concerto in vista. Tenetevi forte!

Come mai sei andato a studiare a Roma e non a Bologna dove già c’era tuo fratello?
Bologna è stata la meta preferita di molti studenti abruzzesi per più di dieci anni. Avevo parecchi amici, oltre a mio fratello, che vivevano a Bologna. Quindi conoscevo l’Università, gli universitari e la scena musicale. Roma invece, al tempo, era un terreno vergine e, dato che sono uno a cui piacciono le sfide, ho deciso di andarmene all’ombra del cupolone a godermi un po’ di rovine: trasferirmi in una città dove non conoscevo nessuno e dove nessuno mi conosceva mi è sembrato altamente stimolante.

Che differenze vedi tra le scene musicali delle due città?
Bologna, come dicevamo, è la città degli Universitari. La presenza di alcune facoltà come il Dams hanno influito molto sulla vita culturale di Bologna. La cultura alternativa ha assunto subito una dimensione “accademica” che, se da una parte ha favorito le novità e le innovazioni (musicali e non solo), dall’altra ha permesso la formazione di movimenti e di stili musicali, a mio modesto parere, sgradevolmente artistoidi. Roma, invece, è più “de core”. Chi suona punk-rock spesso non viene dalle Università, ma dalla strada. I conflitti sociali, le contraddizioni proprie di ogni metropoli, le risse, l’ignoranza e la strafottenza romana sono confluite in alcune band sui generis che vantano molti tentativi di imitazione in tutta Italia (vedi per esempio i Bingo, i Taxi, gli Ufo Dictators). Ancora oggi la scuola romana continua a sfornare validissime band, i cui componenti, almeno all’apparenza, vivono la musica che cantano e che suonano. Il problema principale, però, è che la musica suonata nelle cantine di Roma non riesce ad uscire fuori dalle mura capitoline. Nonostante la bravura di questi gruppi, troppo spesso le band non riescono a mettere in piedi tour o concerti in Italia. I bolognesi invece riescono ad avere un approccio più manageriale alla musica e durano per anni, mentre i gruppi romani spesso hanno vita breve.

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