Evviva la deriva derivativa!

WINTER BEACH DISCO
After The Fireworks, We’ll Sail
(Black Candy)
cover_WinterBeachDiscoMalgrado il cosiddetto noise non sia da tempo la mia tazza di tè preferita, tre anni orsono rimasi piacevolmente colpito dal mini cd omonimo dei Winter Beach Disco. Il dischetto era impacchettato con una scarnissima copertina a mo’ di 45 giri, in cartone bianco e nero. Dentro poco più di un quarto d’ora di odio puro. Noise, post-punk o vattelappesca cos’altro sull’onda della roba americana targata Amphetamine Reptile, Dischord, Touch & Go. Pochi calcoli e zero pose, solo una gran botta alle coronarie.
Ora i ragazzi viterbesi sono cresciuti, hanno trovato un’interessante label che ha messo mano al portafoglio ed ecco il primo vero album After The Fireworks, We’ll Sail. Dentro ci sono 10 canzoni molto diverse da quelle degli esordi, più composite, arrangiate, ragionate, più alt-rock, ma ciò non è di per sé negativo.
Come succede appena m’arriva un disco, lo metto su per 2-3 giorni prima di capirci qualcosa. Proprio il terzo giorno, dopo un’overdose del full length in questione, mi ritrovo casualmente a cena con un noto rocker alternativo per il quale ho stima (e si spera sia reciproca). Si beve, si chiacchiera, si cazzeggia finché il discorso non scivola sui nuovi dischi italiani di un qualche interesse.
Io, forte del fresco ascolto, butto lì il nome dei Winter Beach Disco.
L’amico Friz si adombra e grugnendo, con un livore che mi pare eccessivo, fa lapidario: «Questo disco fa proprio cacare!»
«Ma dai…», replico sbuffando ironico.
Non c’è verso di fargli cambiare idea. My friend Friz inizia una tiritera esagerata su quanto sia debole il disco e su quanto cazzo siano derivativi ‘sti poveri ragazzi.
Solo per educazione lo sto a sentire qualche minuto fintamente interessato. Sinceramente me ne strasbatte il cazzo se un gruppo è derivativo o meno. Una delle mie band preferite sono i Sonics e di Frank Zappa ho sempre apprezzato più i baffi della musica, tanto per esser chiari.

Quella che avete appena letto è una specie di recensione che ho scritto alla fine del 2007. Non ricordo il perché sia rimasta inedita. Qualcuno potrebbe chiedersi il motivo del tirarla fuori proprio adesso. Per un incontro casuale, del tutto casuale: il 28 novembre, alla fine della trasmissione a Radio Sonora dove ero a presentare il libro Andare in cascetta, ho scoperto che uno dei ragazzi lì in studio era stato il bassista dei Winter Beach Disco e che si trovava da un po’ in Romagna per lavoro. Abbiamo chiacchierato del più e del meno e gli ho detto che mi era piaciuto assai il loro primo EP del 2004 di cui, peraltro, avevo scritto su Punkster, un bimestrale collegato a Rumore per un paio d’anni in edicola. Mi ha fatto piacere scambiare quelle due chiacchiere e anche sapere che ha messo su un nuovo progetto, direi piuttosto interessante a partire dalla definizione che hanno scritto sulla loro pagina Facebook: “Ian Curtis Mayfield duo punk and paste”. Si chiamano Il cloro. Qui sotto potete vedere un bel video taglia e cuci.

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