EMANUEL CARNEVALI, racconti di un uomo che aveva fretta

cover libro Emanuel CarnevaliChi lo aveva mai sentito prima Emanuel Carnevali? Nel 1978, a trentasei anni dalla sua morte, Adelphi aveva pubblicato Il primo dio ma, diciamolo, se non ci fosse stato Emidio Clementi a riportarlo alla luce forse non avremmo mai saputo dell’esistenza di Carnevali. Il bel romanzo di Mimì, L’ultimo dio, prendeva le mosse proprio dalla vita e dall’opera del poeta e scrittore italoamericano, così come questi noti versi in musica: “Emanuel Carnevali / morto di fame / nelle cucine d’America / sfinito dalla stanchezza / scrivevi. / E c’è forza nelle tue parole. / Sopra le portate lasciate a metà / i tovaglioli usati / sopra le cicche / macchiate di rossetto / sopra i posacenere colmi / sapevi di trovare l’uragano.” (da Il primo dio dei Massimo Volume).
La vita di Carnevali è di per sé un romanzo. Nato a Firenze nel 1987 da genitori separati, ha vissuto con una zia e la madre morfinomane che morì quando lui aveva 11 anni. Nel 1914, appena sedicenne, sbarcò a New York per inseguire il sogno della poesia in quel nuovo mondo dove imparò la lingua leggendo le insegne commerciali. Nel 1917, solo per avere un tetto sotto cui stare, sposò un’emigrata piemontese che abbandonò quasi subito. Tra mille lavoretti (cameriere, spalatore di neve, garzone, ecc.) arrivò a trovare una lingua tutta sua, uno strano slang asciutto ed essenziale, impregnato dell’odore della strada ma anche della visionarietà di Campana e della poetica di Rimbaud, che gli permise di pubblicare su piccole ma agguerrite riviste americane. Nel 1922, dopo essersi ridotto a mendicare per campare, anche a causa di una misteriosa malattia, tornò in Italia dove rimase, sballottato da una pensione ad un ospedale, fino alla morte nel gennaio del 1942. L’encefalite letargica non gli permetteva di scrivere a macchina per più di due ore al giorno, ma ciò non gli impedì di redigere il Diario Bazzanese in cui tratteggio i personaggi di quel paese nel bolognese con descrizioni fulminee e acute: la sfacciataggine della signora Rossi, l’intelligenza del giovane meccanico Piumi, il vigore dell’infermiere Gilio. La vera forza narrativa di Carnevali sta però nella trilogia Racconti di un uomo che ha fretta. Nella triste descrizione della fine dell’amore, rappresentata con estrema delicatezza evocando la morte di una colomba (Colomba). Nella pretesa di esistere e di far parte della società americana “Sono senza casa e ne voglio una.” (Casa, dolce casa!). Nello struggente racconto che scava dentro le viscere della sua formazione spirituale e che sembra scritto da John Fante con una pistola piantata alla tempia (Melania Piano).
Il volume (Racconti di un uomo che ha fretta, Fazi, pp. 195, € 15,00), curato in maniera certosina dal giornalista e scrittore argentino Gabriel Cacho Millet, è impreziosito dalle Pagine sparse di Carnevali, brevi racconti scritti tra l’America e l’Italia, da Sette testimonianze accorate di chi ha lo conosciuto e amato e dalle Lettere al padre: l’odiato e amato Tullio Carnevali, un irreprensibile ragioniere-capo di prefettura che prima condannò le aspirazioni poetiche del figlio e poi si vergognò di quel giovane gravemente ammalato da compatire e tenere recluso. “In questa stanza, ebbra del mio passato, dormo e passo la maggior parte del mio tempo. Un uomo che ha fretta, costretto dalla malattia ad andar piano. La mia macchina per scrivere attende sempre le mie dita. Essa e il grammofono danno un tocco di meccanicità all’aspetto della stanza”.

Recensione pubblicata, come libro del mese, su Rumore # 168 di gennaio 2006.

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