come Folgore dal cielo, come Folgore di morte

UNA STORIACCIA ITALIANA… IRRISOLTA E IRRISOLVIBILE

Sei lì che hai appena finito i tuoi 3 libri scrupolosamente selezionati per le vacanze agostane. E allora esci e vai alla ricerca di una libreria, ben sapendo che nelle località turistiche puoi trovare al massimo un Edward Bunker in economica o qualche vecchio romanzo italiano della Mondadori a metà prezzo. Dopo mezz’ora stai quasi per cedere al primo romanzo di Sergio Caputo, Disperatamente (e in ritardo cane), ché lui ti è sempre stato simpatico anche per via di una tua vecchia fidanzata che lo adorava. Ma non sei convinto, così ti fai un altro giro nel raffazzonato reparto della saggistica. E te lo trovi di fronte. Fa caldo, hai le dite sudaticce, la canottiera che aderisce sulla schiena come pellicola trasparente per gli alimenti. Ti passi i polpastrelli sui pantaloncini prima di afferrare il libro. Fai tutto con molta attenzione. Ti pare una forma di rispetto. Fissi la foto di copertina ispezionando i particolari: la piega dei pantaloni, l’orologio al polso sinistro, i bottoni della camicia, le stellette sul colletto, l’inclinazione del basco spagnolo, gli occhi stropicciati dell’allievo paracadutista Emanuele Scieri che fissano l’obiettivo.

Folgore di morte e di omertàStrane coincidenze. Nemmeno un mese fa stavi ripensando a quella storiaccia. Ed eri stato un intero pomeriggio a cercare notizie sulla rete. Ora c’è un libro che ricostruisce l’assurda morte del giovane siracusano: “Folgore” di morte e di omertà – L’allievo parà Emanuele Scieri, ucciso da nessuno nella caserma “Gamerra” di Pisa (Kaos Edizioni, pp. 260, € 16,00). Lo hanno scritto i genitori Isabella Guarino e Corrado Scieri, per non dimenticare quel figlio che aveva scelto volontariamente di svolgere il servizio militare nei paracadutisti e ci si era ritrovato a ventisei anni con in tasca una laurea in giurisprudenza.

Al povero Scieri toccò una sorte atroce. Atroce e incredibile. Finito il CAR al 78° Reggimento Lupi di Toscana di Scandicci, fu trasportato assieme ad una settantina di commilitoni alla Gamerra di Pisa. Già nel percorso si consumò il primo, folle, atto di nonnismo. I caporali addestratori obbligarono gli occupanti di uno dei due pullman a stare seduti senza poggiare la schiena. Poi misero l’aria calda al massimo. Era il 13 agosto del 1999. Arrivati a destinazione e terminate le incombenze burocratiche, attorno alle 17:30, chi non poté godere della licenza per il fine settimana (era un venerdì) andò in libera uscita. Emanuele Scieri cenò in caserma prima di andare a visitare la torre di Pisa. Rientrò alla Gamerra alle 22:15, ma prima di salire in camerata rimase a fumarsi una sigaretta all’aperto. Poco dopo il compagno che era con lui – un testimone chiave alquanto contraddittorio nel corso dell’inchiesta – lo lasciò solo. Da qual momento non si ebbero più notizie del giovane siracusano. Pare assurdo che, a parte le comunicazioni del mancato rientro, nessuno si preoccupò di cercarlo nonostante i suoi compagni avessero fatto presente al contrappello che Emanuele era regolarmente rientrato in caserma. Tre giorni dopo, del tutto casualmente, attorno alle 14:00 di lunedì 16 agosto, il corpo di Emanuele fu trovato in avanzato stato di decomposizione ai piedi della scala di una torre per l’asciugatura dei paracadute. L’indagine dimostrò che il ragazzo era caduto da un’altezza presumibile di 5-7 metri dopo essersi arrampicato nella parte esterna della scala.

C’è da chiedersi perché un ragazzo di 26 anni avrebbe dovuto compiere un gesto del genere. Le alte sfere militari hanno fatto ipotesi deliranti. C’è chi ha cercato di far passare l’ipotesi del suicidio. Chi ha persino ipotizzato che Emanuele si fosse arrampicato perché il suo telefonino non aveva campo. Alla fine la sua morte è stata archiviata, sia dalla giustizia militare che da quella civile, come un incidente a cui non erano presenti altre persone. A parte il fatto che l’ipotesi “incidentale e solitaria” lascia alquanto perplessi, ciò che fa più male è che la sua agonia sia durata ore e che se qualcuno avesse dato l’allarme Emanuele si sarebbe potuto salvare. Questo, almeno, sostengono le perizie medico-legali.

Nei paracadutisti ti ci eri ritrovato anche tu, nonostante non lo avessi scelto, a 26 anni suonati e con una laurea in tasca. Eri arrivato alla Gamerra esattamente un mese dopo il fattaccio, in un clima surreale di silenzio, circospezione e l’ultima coda di giornalisti appollaiata fuori ai cancelli della caserma. Nessuno parlava di quella morte che sembrava essere mai avvenuta. Avevi la netta sensazione che il nonnismo – una pratica quotidiana, accettata da tutti anche da chi la subiva – si fosse preso una vacanza forzata per i noti accadimenti. Anche se la prima notte te la vedesti bruttina. Eri stato destinato alla banda musicale della Folgore che, in quel periodo, alloggiava in una palazzina fuori mano. Le camere erano da 8, avevano armadietti più grandi del normale, si chiudevano a chiave ed erano fornite di un bagno interno in cui c’erano persino le docce. Da un lato era una comodità assoluta. Dall’altro eri cosciente che lì dentro sarebbe potuto accadere di tutto. In realtà non accadde nulla fino alle 23:30. Erano quasi tutti napoletani, paciosi e sovrappeso: uno dei più anziani aveva persino un piccolo televisore di fronte al letto. Si limitavano a scroccare sigarette, barare a scopa e far finta di saperla lunga. Poi, un paio di minuti prima del contrappello, irruppe un cretinetto che ordinò ai presenti di fare le flessioni. Tutti per terra a pompare. Tranne tu. Il “nonno” (per dio! aveva 20 anni, pesava 60 Kg ed era poco più alto di un cazzo) se la prese ed iniziò ad inveirti contro con un’odiosa cantilena toscana. Il resto della piccola camerata assisteva in silenzio. Provò a ordinarti di scendere da quel cazzo di letto e fare 20 flessioni. Tu, sforzandoti di essere garbato, gli facesti notare che non se ne parlava. Lui ti promise che non t’avrebbe fatto chiudere occhio, che nella notte te l’avrebbe fatta pagare. E tu non chiudesti occhio. La mattina dopo il cretinetto rifece il giochetto delle flessioni. Di nuovo tutti a terra, in mutande. Tu andasti a lavarti i denti guardandoti le spalle. Dopo l’alzabandiera il tipetto ti mise una mano sulla spalla. Sorridendo ti disse che così non andava, che sarebbero stati cazzi amari per te. Allora, con una scusa, allungasti il passo costringendolo a seguirti. Al riparo dagli altri gli accarezzasti la testa con una certa energia, e lo fissasti negli occhi: “ragazzino… vediamocela da soli in libera uscita… alle sei e mezzo ti aspetto fuori ai cancelli”. Eri nervoso perché temevi il branco. Ma lui lo era più di te. Lì fuori non si presentò mai. E pochi giorni dopo si congedò, dicendoti pure che eri un tipo massiccio. L’unico nonnismo che “vivesti” tu fu quello. All’acqua di rose. Ragazzetti fagocitati dall’ambiente e dalle “regole” della Folgore. Regole tramandate oralmente e persino messe nero su bianco nell’ignobile Zibaldone del generale Celentano. Ti andò bene, molto bene. Non come a quel povero ragazzo siracusano che aveva la tua età e la tua stessa voglia di vivere.

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