Che poi non è mica vero…

“Che poi non è mica vero che la musica italiana fa schifo al cazzo”. Fin qui la fine sentenza del mio collega incontrato per strada, non fa una piega. Il problema sorge quando aggiunge: “Biagio Antonacci, Zucchero… oh, ma che voce c’ha Giorgia!”. Di soppiatto do un colpetto a mia figlia che, da consumata attrice, si produce in una tosse isterica. Ci congediamo di corsa senza dover aggiungere inutili convenevoli. A casa, mentre riempio il freezer di Polaretti, mi dico che lo scemo non ha mica tutti i torti.
cover Movie Star JunkiesA pensarci bene anche tra le famiglie bastarde del r’n’r che bazzico io c’è sempre qualche dischetto italiano che merita. Prendiamo i MOVIE STAR JUNKIES, un nome una garanzia, che nel nuovo 7” su Goodbye Boozy ci danno da sniffare una lunga striscia di inebriante funk vellutato e notturno capace di farci toccare il cielo con un dito. Il lato B Everything Is Holy schiarisce quel che basta il mood più oscuro della title track Baltimore. Addrizzino le orecchie gli orfani di Nicola Caverna e tutti coloro che i Calibro 35 “bravi ma basta”, parafrasando quei gran poeti di Lino e i Mistoterital.
cover Sultan BatherySul versante più garage buone nuove anche dai SULTAN BATHERY che dopo l’ottimo esordio di pochi mesi fa per la statunitense Slovenly, con annesso tour tra gli yankee, bissano con un altro EP a 45 giri dato alle stampe dalla neonata Zibi Records. Lingam si presenta subito al meglio: dalla bella cover su cartoncino pesante in 3 diverse varianti, passando per il vinile colorato (il mio è arancione macchiato nero) per finire con l’attacco che più Black Lips non si può di Manimal. Con Fogg e la title track ci fanno respirare a pieni polmoni gli speziati aromi neo psichedelici di una volta, tenendo fede così alla ragione sociale, mentre nella conclusiva Wire esplode quel country’n’roll a manovella che nei primi ’80 segnò l’irripetibile stagione di Gun Club, Dream Syndacate, ecc. Scommetto che di questo trio, con l’iperattivo Matteo Muser alle pelli, risentiremo parlare presto.
cover The DancersAltro gran bel trio di cui già si parla sono i DANCERS. Anche loro vengono dal Veneto, oggi l’Eldorado per certo r’n’r non addomesticato, e vanno giù meglio del Prosecco Superiore della Valdobbiadene. Il nuovo 7” in sciccoso vinile bianco targato VID Records è un’esplosione di bollicine italiane di alta qualità. Incredibile ma vero, la botta ramonesiana The Box viene superata dal garage-punk muscolare e sorridente di Heaven Is Ok che riporta alla mente gli indimenticati Statics. Nei restanti due pezzi smazzano un energico punkarolla come dei Mojomatics posseduti dagli Hives: non a caso dietro al mixer siede proprio l’esperto Mojo Matt.
cover Digos GoatChiudo scendendo nel centro Italia profondo e montanaro da cui provengo, dove hard core non identifica solo quei filmetti amatoriali con zitelle in maschera e arrosticini nel backstage. Hard core significava e significa ancora DIGOS GOAT. La leggenda minore del Belpaese che urlava rabbia hc-punk negli Ottanta è tornata con il maxi EP di 5 pezzi, Stille, in una forma davvero smagliante. Fossi nel tour manager de Il Teatro degli Orrori obbligherei Capovilla e compagni ad ascoltare in furgone Attitutide fino allo sfinimento. Da brividi la virulenza sonora, e non solo, di Uno spirito stanco e ringhiante tuttavia la menzione speciale va alla conclusiva Liberate gli orsi con il recitato iniziale contrappuntato da una tromba narcolettica e a seguire montagne russe di hc e free noise alla Naked City alle prese con il post(rock)blues ipnotico e circolare. Il 12” registrato su un solo lato e la versione cd digipack sono orgogliosamente autoprodotti, ora come allora, sotto la sigla Furt Core (digosgoat@yahoo.it). Sottoscrivo le parole del chitarrista Gix “i Digos Goat sono stati e continuano ad essere un razzo sparato nel culo del provincialismo”.

Pezzo pubblicato su RUMORE #247 di novembre 2012.

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