Del nostro tempo rubato e traslochi interiori

Ho visto i Perturbazione dal vivo tre volte. Sempre a Teramo. Tre contesti diversi, tutti molto belli, e tre gran concerti. Pensandoci bene forse li ho visti 4 volte: mi pare di ricordare anche un concerto a Giulianova, ma magari me lo sono inventato. Una ventina d’anni fa fui sedotto da In circolo che ci arrivò al giornale che ai tempi facevamo qui in città. A rapirmi l’abbraccio algido di Agosto, il poppettino intelligentissimo Mi piacerebbe che mi ricordava la meteora Rock Galileo (ed è un complimento), l’intramuscolo sonico Fiat Lux, il cabaret pop Il Senso della vite di cui ho molto apprezzato l’arrangiamento ramonesiano nei live. Poi trovai in un negozietto 36 nella sua bella scatolettina da pizza tutta rattoppata e via via ho preso gli album successivi, quelli su major che facevano presagire il grande salto per il gruppo torinese. Salto, non so quanto grande, che però arrivò solo qualche anno dopo con l’inaspettata partecipazione al Festival di Sanremo. L’unica partecipazione al Festival, in tutti i sensi.

Tra il salto mancato e il salto andato a buon fine i Perturbazione hanno pubblicato l’album che preferisco e che ho addirittura in triplice copia: cd masterizzato con copertina homemade letteralmente consumato dall’autoradio della mia vecchia 500, cd originale ma senza copertina e ora doppio vinile che per un po’ di giorni ho avuto timore di aprire per non sfregiare la delicata copertina in cartone.

Del nostro tempo rubato è un mastodonte di 24 pezzi, un concept pop che non conosce scivoloni verso la noia con alcune gemme preziose come Mondo tempesta, Vomito!, la Title Track, L’Italia ritagliata, Revival revolver, Buongiorno buonafortuna, La fuga dei cervelli, Partire davvero, Io sono vivo voi siete morti (tra Johnny Cash e Samuele Bersani), Promozionale, Niente eroi (da Wilco che rifanno i Denovo), Come in basso così in alto, Last minute e la mia preferita in assoluto Mao Zeitung.

Sono sincero. Ho comprato la versione in vinile di Del nostro tempo rubato approfittando di un’offerta alla London Calling di un colosso del web, ovvero doppio vinile al prezzo di uno e pure basso: “Nice Price”, rimanendo in casa Clash. Ma non è stata solo questa la molla. Quel titolo lì, e l’idea che ci sta dietro, oggi è più che mai attuale. Cosa stiamo vivendo se non uno sfibrante trasloco interiore? Quanti scatoloni si sono accumulati nelle nostre teste? Quanti ne abbiamo aperti e quanti lasciati lì a prendere polvere?

PS: ho scritto una e-mail a Rossano per chiedergli come fare a tagliare il nastro da pacchi che avvolge la copertina senza sfregiare l’album. Il Direttore ha passato la palla a Tommaso il quale educatamente mi ha fatto notare che non a caso hanno intitolato il primo pezzo (niente) Istruzioni per l’uso. Poi mi ha consigliato di propendere “per il buon vecchio cutter, usato solo con la punta, con leggiadria, recidendo il nastro adesivo sul bordo”. Alla fine me la sono cavata con un vecchio coltello da carne dell’Ikea.

Tu cavalca, cavalca mio cowboy

THE COWBOYSRoom of Clons (Feel It)

Non di rado con Arturo Compagnoni ci sentiamo per sincerarci di non star scrivendo dello stesso disco per Rumore. Di solito sono io a chiedergli se posso andare con questo o quel gruppo di un paesino sperduto dell’Australia o della profonda provincia americana. Non parlo di roba distribuita ufficialmente in Italia, ma di gruppi che ci andiamo a cercare. Di base, e penso di poter parlare anche a suo nome, siamo degli irriducibili curiosi e nonostante l’età ancora andiamo scrivendo perché ascoltare musica fresca è semplicemente la nostra più grande passione.

Bene, a ‘sto giro – Rumore di maggio – Arturo mi ha fregato sul tempo. In realtà entrambi abbiamo inviato la recensione dello stesso disco e l’ha spuntata lui perché la recensione in questione è inserita nell’ottimo boxino “Indie” che Arturo gestisce da anni.

Mi riferisco a Room of Clons dei Cowboys, gruppo di Bloomington, Indiana, il capoluogo della Contea di Monroe che ha dato i natali anche ai grandi e sottovalutati Gizmos, come ricordavo nella recensione del loro quarto album, Volume 4, finita in testa al mio boxino “Weird RnR” su Rumore di novembre 2017. Esattamente un anno fa, a maggio, 2019, sempre su Rumore scrivevo del loro quinto album, The Bottom Of A Rotten Flower, chiudendo così: “La scrittura è più classica, più a fuoco, gli arrangiamenti non sono telefonati e le dinamiche hanno un ottimo respiro. I ragazzi mettono tanta carne al fuoco, forse troppa, ma che sappiano il fatto loro è indiscutibile”.

Il punto è che i Cowboys dal 2014 hanno pubblicato più di un album l’anno. Una prolificità che indurrebbe ad allentare la presa – è oggettivamente difficile stargli dietro – a maggior ragione per chi come me (e Arturo) si eccita ascoltando nuovi gruppetti di base. Eppure, c’è un eppure, è proprio avvincente seguire passo passo le loro orme perché nello sparigliare le carte in tavola questi ragazzi qui mostrano la classe cristallina dei (cattivi) maestri.

E allora partiamo dall’inizio di Room of Clons, dai 47 secondi strumentali di Clon Time: praticamente una falsa partenza, l’attacco di un pezzo synth punk melodico abortito sul nascere. La vera partenza è il fulmine Wise Guy Algorithm che porta Billy Childish nella sala prove dei PUSA. Molto bene, ma ecco che arriva il primo salto mortale nella calda foschia wave di The Beige Collection e subito dopo lo scherzetto Days che con quel kazoo impertinente non può che fare pensare alla geniale goliardia di Jonathan Richman. Poi tocca alla ballata da accendino al vento A Killing e alla tysegallata dolceamara intitolata Devil Book. L’andazzo lieve, nostalgico, si fa improvvisamente zuccheroso con il gran numero garage pop Martian Childcare che punta dritto all’ahinoi ostracizzato Matthew Melton, finché le spazzole jazzy non accarezzano il rullante in Sweet Mother Earth e s’alza silenziosa la preghiera al pianoforte Ninety Normal Men. E sono solo i primi nove pezzi, ne mancano altri quattro. Per chiudere cito quella che considero la perla più preziosa dell’album: Susie, Susie, la nuova Lola dei Kinks in salsa indie destinata a un sereno insuccesso.

47 morto che parla: i miei migliori album del 2019

Ecco l’immancabile classificone di fine anno. Ho 47 anni e questi sono i 47 album che hanno solleticato di più i miei padiglioni auricolari nel 2019. Di molti ho scritto su Rumore. Ascoltateli, se potete.


1. PIST IDIOTS TICKER (AUTOPRODUZIONE)
“Due EP alle spalle e ora un terzo mini album di sette pezzi che li pone tra i migliori interpreti del garage r’n’r in senso molto lato. Una marea che monta e spazza via tutto”
2. AMYL AND THE SNIFFERS AMYL AND THE SNIFFERS (ROUGH TRADE/ATO)
“Undici pezzi che entrano in tackle scivolato, tagliando letteralmente le gambe. Impossibile abbassare il livello di adrenalina”
3. URANIUM CLUB THE COSMO CLEANERS (STATIC SHOCK)
“La cosa migliore l’ho letta in una recensione che dice: “C’è la netta sensazione che gli Uranium Club si sentano più intelligenti di te”. Non è una sensazione, tantomeno una pretesa, è la verità”
4. TROPICAL FUCK STORM BRAINDROPS (JOYFUL NOISE RECORDINGS/FLIGHTLESS)
“Un miscuglio di chitarrismo sghembo ed elettronica imperfetta, afro beat, soul distopico e spoken word ipnagogici tra ESG e Sleaford Mods con testi alla Kurt Vonnegut”
5. DOTS WEEKEND OFFENDER (SLACK)
“A due anni da Hangin On A Black Hole i mantovani tornano a sorprendere con un secondo album che WOW! Se c’è qualcuno in Italia capace di restituirci i Beastie Boys di Sabotage, innalzando il cazzeggio a disciplina accademica, sono di certo loro”
6. ET EXPLORE ME SHINE (VOODOO RHYTHM)
“Il trio di Harleem, Olanda del nord, fa vibrare space garage psichedelico farcito di fuzz restandosene ai margini. Questo è il primo album in quasi vent’anni d’attività, ma l’attesa è stata pienamente ripagata. Citando il sommo Celenza: Ollolanda che disco!”


7. WIVES SO REMOVED (CITY SLANG)
“Cosa c’è di nuovo? Assolutamente nulla. C’è un gran buttato via nella voce indolente di Jay Beach, c’è della lattiginosa precarietà, c’è il r’n’r dal motore a scoppio, c’è la chitarra singhiozzante, c’è la melodia acidula e lo-fi che sa di canzoni meravigliose di cui non ricordiamo i titoli. C’è che mischiano molto bene le carte”
8. THE STROPPIES WHOOSH! (TOUGH LOVE)
“Gli Stroppies ci fanno ripiombare con tutte le scarpe nel piccolo mondo antico della Flying Nun Records, fatto di armonie garbate ma comunque acidule e graffianti”
9. EDDY CURRENT SUPPRESSION RING ALL IN GOOD TIME (CASTLE FACE)
10. WOLFMANHATTAN PROJECT BLUE GENE STEW (IN THE RED)
11. JEREMY TUPLIN PINK MIRROR (TRAPPED ANIMAL)
“Il cantastorie del Somerset torna sulla terra con un album che pesca con una mano nell’autobiografia con l’altra nei temi sociali. Musica evocativa, spirituale, intensa, eppure estremamente pop e armoniosa. Una rarità trovare nel cantautorato un bilanciamento così compiuto di integrità e mistero, emotività e humour”
12. LOVE TRAP ROSIE (WILD HONEY)
“Poesia minimalista, flusso di coscienza e melodie beatlesiane soffocate nella culla. In lontananza si scorge una sagoma caracollante che fai fatica a capire se è Nick Cave o il sosia anoressico di Elvis”


13. CORNER BOYS WAITING FOR 2020 (DRUNKEN SAILOR)
“I ragazzi dell’angolo pubblicano l’album della conferma, tirando fuori dal cilindro dieci pezzi uno più anthemico dell’altro che stimolano il sistema nervoso simpatico con un punk melodico ma comunque ruvido, capace di tenere costantemente alti i livelli di adrenalina”
14. THE CAVEMEN NIGHT AFTER NIGHT (SLOVENLY)
“Come suonerebbe un gruppo r’n’r dei primi anni 60 completamente sfatto alla festa di una confraternita studentesca incline a iniziazioni violente? Semplice: come i 13 pezzi del quarto album dei selvaggi neozelandesi”
15. SENZABENZA GODZILLA KISS! (BAD MAN/STRIPED)
“Un mix perfetto di freschezza ed esperienza, Ramones da una parte e Beatles dall’altra. Un suono derivativo ma così riconoscibile, anche nella voce di Nando, da essere un marchio di fabbrica. Come cantano in We Never Get Played On The Radio, un mistero che siano rimasti solo un gruppo di culto”
16. DIIV DECEIVER (CAPTURED TRACKS)
17. R.M.F.C. HIVE – VOLUMES 1 & 2 LP (ERSTE THEKE TONTRÄGER)
“L’acronimo sta per Rock Music Fan Club, lui è Buz Clatworthy: un annoiato millennial punk australiano che ha consumato i dischi di Jay Reatard senza farsi le pippe su cos’è punk e cos’è indie”
18. REVEREND BEAT-MAN AND IZOBEL GARCIA BAILE BRUJA MUERTO (VOODOO RHYTHM)
“La musica che vorrei ascoltare quando percorrerò il viale che conduce all’altro mondo”


19. BOOJI BOYS TUBE REDUCER (DRUNKEN SAILOR)
“Immaginate i Guided By Voices che si danno appuntamento con gli Hüsker Dü a casa di Greg Lowery alle prese con le prime prove dei Supercharger in uno scantinato dove campeggia il poster gigante dei Creedence Clearwater Revival”
20. AUSMUTEANTS … PRESENT THE WORLD IN HANDCUFFS (ANTI FADE)
“Un incredibile concept su un poliziotto violento. Da Hate The Police dei Dicks a Police Story dei Black Flag, il punk ha denunciato spesso la brama di controllo, la corruzione e l’abuso di potere delle forze dell’ordine. Ma questo è un quadruplo salto mortale e mezzo carpiato”
21. ALLAH-LAS LAHS (MEXICAN SUMMER)
22. SANTAMUERTE KONOKONO (GO DOWN/MIACAMERETTA)
“Il gruppo di Mola di Bari ha alzato l’asticella. È evidente sin dalla botta d’elettricità hard garage My Pills più Oh Sees che Black Lips, a cui i nostri sono spesso accostati”
23. SURF CURSE HEAVEN SURROUNDS YOU (DANGER COLLECTIVE)
“Non sono un grande fan dell’indie pop edulcorato da cameretta, eppure questi due mi hanno rapito con la loro eleganza epica d’altri tempi
24. UV RACE MADE IN CHINA (AARGHT!)
“Falce e martello nel centrino del vinile, inserto con testi in cinese, una copertina che sembra opera di Remo Squillantini risucchiato dalle pagine di Bret Easton Ellis. Gli Uv Race sono una delle più strane band australiane di area post punk”


25. GOOFY AND THE GOOFERS EDILPITTURE ORLANDI & F.LLI OMEZZOLLI (WALKMAN)
“Otto pezzi come sampietrini punk in mezzo a una gragnòla di wah wah, decelerazioni funk, coretti dall’armonia acidula soffocati dagli spasimi, noise blues a doppi giri e solenne melodia weird”
26. THE ORWELLS THE ORWELLS (AUTOPRODUZIONE)
27. THE WORLD REDDISH (MICROMINIATURE/LUMPY)
“I World sono un bizzarro collettivo artistico di Oakland a trazione femminile, delle tre donne in formazione una suona persino due ridicoli bonghetti e un campanaccio con le bacchette”
28. THE COWBOYS THE BOTTOM OF A ROTTEN FLOWER (FEEL IT)
“Melodia a catinelle, echi Paisley Underground, chitarre acustiche, surf, falsetti e la malinconia sottopelle di un Townes Van Zandt cresciuto a botte di hardcore punk”
29. RAVI SHAVI BLACKOUT DELUXE (ALMOST READY)
“La miscela di classic punk, indie moderna e new wave con una botta di r’n’r fa dei Ravi Shavi la punta più acuminata del garage pop di oggi”
30. THE HECK WHO? (DIRTY WATER)
“Un’idea di garage punk sonico e affilatissimo così lontano così vicino dai padri del genere”


31. FONTAINES D.C. DOGREL (PARTISAN)
32. TH DA FREAK FREAKENSTEIN (HOWLIN’ BANANA/BORDEAUX ROCK/FLIPPIN’ FREAKS)
“Il ragazzo di Bordeaux tesse un album di psichedelia indie pop dai colori autunnali, notevole per la scrittura mai fuori misura e per la giocosa saudade in filigrana”
33. UNOAUNO BARAFONDA (RIBESS)
“Rispetto al promettente esordio sono evoluti senza spostarsi di un millimetro. Mi spingo a dire che sono tra i più credibili’parlatori rock’ italiani degli ultimi vent’anni”
34. UROCHROMES TROPE HOUSE (WHARF CAT)
“Il duo chitarra, voce e drum machine del Massachusetts finalmente incanala la violenza hardcore e post punk dentro un vero album che è un campo minato con schegge di sperimentazione a mo’ di dardi infuocati”
35. INUTILI NEW SEX SOCIETY (AAGOO)
“Gli Inutili sono ancora uno dei segreti meglio custoditi del nostro rock alternativo. Certo non aiuta l’indole appartata e un’attitudine free punk che s’infrange sugli spigoli acuminati del noise d’avanguardia”
36. CEREAL KILLER BEGINNING AND END OF CEREAL KILLER! (ANTI FADE/DRUNKEN SAILOR)
“Un album hardcore punk profondamente moderno, arcigno, storto, lo-fi. Un paio di punti in più perché coglionano il prossimo appellandosi Geelong stadium rock band


37. ANDY HUMAN & THE REPTOIDS PSYCHIC SIDEKICK (TOTAL PUNK)
“Post punk obliquo ma così maturo da non dover cedere al cliché dell’aggressività, robotico, spruzzato di psichedelica sulfurea, che segue le orme di Devo e Gang Of Four impresse sull’argilla molle del suolo lunare”
38. COSMONAUTS STAR 69 (FUZZ CLUB/BURGER)
“I losangelini ciondolano in quella terra di mezzo tra il garage punk e il dream pop, con l’arroganza degli Stone Roses tenuta a freno dalla droga dei Primal Scream dell’89-91 e la psichedelica stratificata degli Spacemen 3”
39. THE HUSSY LOOMING (DIRTNAP)
“Bobby e Heather Hussy ingrassano il suono e pigiano sull’acceleratore hard in quello che potrebbe essere l’album mai realizzato di Kim Shattuck assieme ai Mudhoney”
40. THE KAAMS KICK IT (AREA PIRATA)
“Fanno musica fuori moda, musica di genere che, come la narrativa di genere, dai più viene considerata di serie B. Questo per dire che gli orobici sono gli Scerbanenco del garage punk, se capite cosa intendo”
41. JOSY & PONY EPONYME (FREAKSVILLE/ROCKERILL)
“Il groove zampilla tra flutti shoegaze sotto un cielo terso di psichedelia, con l’organo Sixties garage che tiene testa all’esuberanza French touch”

 

42. GONZO DO IT BETTER AGAIN (ANTI FADE)
“Saints ed Eddy Current Suppression Ring sono state due grandi rock band australiane. Dico rock non a caso. I ragazzi di Geelong ne seguono le orme, rifiutando le etichette punk, indie, psych, ecc.”
43. NEUTRALS KEBAB DISCO (EMOTIONAL RESPONSE)
44. MUDDY WORRIES THIRD DEGREE (ARAGHOST)
“Una balugine nel mezzo della foschia: questo è l’esordio lungo del trio bolognese d’adozione”
45. FERRO SOLO ALMOST MINE: THE UNEXPECTED RISE AND SUDDEN DEMISE OF FERNANDO – PART II (RIFF/WE WORK/FERNANDO DISCHI/AREA PIRATA/DEAMBULA)
46. NEW BERLIN MAGNET (GOODBYE BOOZY)
“Il secondo album del trio texano è asciutto, minimale, ultrabasico. Non c’è trucco e non c’è inganno in queste 11 canzoni che durano appena 17 minuti”
47. JESUS FRANCO & THE DROGAS NO(W) FUTURE (BLOODY SOUND FUCKTORY)
“Frattanto che la civiltà si sgretola i nostri Melvins di provincia, cresciuti a colpi di stoccafisso all’anconetana e Verdicchio dei Castelli di Jesi, continuano a menare r’n’r granitico liscio come pietra levigata dal mare”

Entusiasmo garage r&b dall’Olanda

THE TAMBLES
Don’t You Want To Know?
(Bickerton)

Per fortuna di gruppi così ne nascono sempre e ovunque. Gente che dà il one-two prima di iniziare, fa suonare le chitarre che più r’n’r non si può fregandosene dell’originalità e chiude con cori in falsetto, mentre il batterista porta il tempo sul campanaccio: sto parlando del singolo Steady Love e potrei chiuderla qui. Ma farei un torto ai quattro olandesi che nell’album d’esordio c’infilano di tutto e di più, compresi i fiati a dare un bel sapore r&b all’intera faccenda.
I ragazzi di Gouda, la cittadina nota per l’omonimo formaggio di latte vaccino intero con l’aggiunta di caglio di vitello, portano il garage dei Sixties dentro il power pop, passando attraverso il pub rock più facile e la new wave meno umbratile.
Sulle pagine di Rumore il mio collega, amico e “mentore” Luca Frazzi ha tirato in ballo Elvis Costello, Joe Jackson e Graham Parker per la loro vena black. Poi però li ha stroncati rifilando una sonora insufficienza per l’ingiustificato (e forzato) entusiasmo che perdura per tutto l’album. Penso anch’io che il troppo stroppia e che c’è poco da stare allegri. Ma, in fondo, mi sembra un peccato veniale e a Don’t You Want To Know? un 7 glielo do con piacere.

Pop da camer(ett)a iperbarica

SURF CURSE
Heaven Surrounds You
(Danger Collective)

Dal Nevada alla California il passo non è così breve, anche se i due Stati confinano. Soprattutto dalla desertica Reno, “la più grande-piccola città del mondo”, all’assolata Los Angeles il passo non è affatto breve. Qualche anno fa il chitarrista Jacob Rubeck e il cantante-batterista Nick Rattigan (titolare quest’ultimo anche dell’interessante progetto Current Joys) si sono trasferiti nella città degli angeli e in men che non si dica sono diventati una sorta di faretto alogeno della scena indie cittadina.
Non sono un grande fan dell’indie pop edulcorato da cameretta, eppure questi due mi hanno rapito con la loro eleganza epica d’altri tempi. Al punto che Heaven Surrounds You l’ho ascoltato non so quante volte e continuo ad ascoltarlo con piacere misto a struggimento. A farmi prigioniero è stata soprattutto la grazia cinematica di River’s Edge e di Safe che mi ha idealmente trasportato in un pianeta popolato da cloni di Robert Smith dove lupi e squali annaspano sospesi a tre metri da terra: vedi, o meglio ascolta, Hour Of The Wolf.