25° Festival Beat: incontri r’n’r

Foto di Tommaso Donghi

Stamane ho letto sull’internet post di diversi amici e conoscenti che onoravano il Festival Beat per il senso di comunità che si respira e per l’occasione di rivedere/incontrare persone affini e affette dalla stessa patologia: il rock and roll.

Sarò retorico e arriverò ultimo, come sempre del resto. Ma la penso così anch’io. Voglio dire che il prossimo anno tornerò a Salsomaggiore pure se richiamano sul palco le impalpabili (e con questo aggettivo sono stato molto carino, proprio un amore di ragazzino) 5.6.7.8’s. Non ho voglia, tempo ed energie sufficienti per fare un report della kermesse festivaliera. Sulla musica suonata dico solo che i Rippers hanno spaccato il culo a tutti, che gli Archie And The Bunkers mi hanno fatto venire i brividi iniziando con la cover di Sonic Reducer e che i Temporal Sluts hanno rosolato a dovere il Devil’s Den. A margine aggiungo che mi sta molto simpatico Dan Kroha, e non solo perché ha imbracciato una fantastica chitarra Billy Boy per tutto il set dei Gories. Che l’eleganza di Graham Day & The Forefathers non si discute. Che il Reverendo Beat-Man è sempre una cazzo di sicurezza. E che l’assai stiloso King Automatic ci ha una gran bella Volvo station wagon.

Foto di Maurizio Bilanceri

Siccome mi dicono che ho una memoria prodigiosa – per le cazzate, ovviamente – di seguito i nomi in ordine sparso di tutte le persone che ho avuto il piacere di rivedere o incontrare per la prima volta alla 25esima edizione del Festival Beat. Con diversi ho chiacchierato un po’ e a diversi ho stretto la mano, sempre con piacere.

Luca Frazzi e signora, Roberto Calabrò, Carlo Bordone, Diego Ballani, Tony Face, Enrico Lazzeri, Davide Zolli, Franz Barcella, Michele Bevoni, Luigi Quercetti, Beppe Capinch e famiglia, Carlo della Surfin’ Ki Records, Claudio dei Rippers, Giovanni e Michela dei Magnolia Caboose Babyshit, Stefano Toma dei Chronics, Massimo Scocca dei Lame, Pierluigi e Chicca di Hate Records/Soul Food, Andrea e Johnny della mai dimenticata Alphamonic, Daniela e Filippo dei Plutonium Baby, Giuliano e Luna di Polarville Books & Records, Marco Turci e famiglia, Peter della Slovenly Records, Mass Guidone, Massimino e Valentino dei Barsexuals, Damiano dei Bee Bee Sea e Yonic South, Tiziana, Miguel Basetta, Andrea Badii, Nicola degli Avvoltoi, Fabio/Billy Boy, Nicola e Luca Cascino (con consorti), Humbert Smendock dei Barmudas, Alessio dei Killer4, Paolo dei Wah ’77. Poi ho salutato anche un ragazzo che lo scorso anno era alla presentazione del libretto Andare in cascetta ma, ahimè, non so come si chiami (se leggi, amico, fatti sentire).

Con i prodi Jacopo e Tiziano di Area Pirata, assieme a Francesco dei Capt Crunch and The Bunch, ci ho persino condiviso un bel pranzetto a base di affettati misti e ricordi familiari legati alle salsicce spalmabili immerse nel grasso di mio nonno Oplà: altro che il Lardo di Colonnata!

Tengo per ultimi, ben sapendo che gli ultimi sono i migliori, Max Garage, Mauro “Il Sindaco”, Fiorindo, i due Davide, Gionni e il resto della compagine del vero Abruzzo r’n’r, gente sempre presente al Festival Beat, birra alla mano e via andare.

È stato un piacere infine condividere il viaggio con l’amico fraterno Gabriele della Goodbye Boozy e con sua moglie Mira.

Viva il rock and roll. Alla prossima.

Foto di Maurizio Bilanceri

 

Who the fuck is Billy Karloff?

Sul numero 8 di Sottoterra, fresco di stampa tipografica (e che stampa!), c’è una nuova puntata delle “Cronache del (mio) juke-box”. Precisamente la terza puntata, che è un po’ diversa dalle precedenti. Stavolta mi sono divertito a ciarlare del juke-box che entra nei dischi, passando in rassegna le copertine e una quarantina di canzoni che lo celebrano dagli anni ’50 ad oggi. Canzoni spesso oscure, mi pare pleonastico ribadirlo, da Radio Jukebox and TV di Jimmy Donley a The Jukebox Will Cure My Ills di Al Bird Dirt, passando per Human Jukebox degli Scientists e Jukebox Lean dei New Bomb Turks. Ne avrò dimenticate diverse, questo è certo, ma mi spiace in particolare non aver citato Juke Box Hit che chiude The Maniac, il primo e unico album della Billy Karloff Band.

Cerco di rimediare subito con qualche flash su questo vecchio punk londinese, che in realtà nasce come John Osborn. Nella seconda metà degli anni ’70 si è ribattezzato Billy Karloff in onore dell’attore di film horror Boris Karloff. L’esordio è del 1978 con il singolo bomba Crazy Paving di cui si ricorda di più il lato B Back Street Billy: un pezzone in seguito coverizzato dai The Business. Sempre nel ’78 è uscito il già citato album The Maniac, curiosamente pubblicato solo in Spagna, Germania e Svezia.

A cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 John Osborn/Billy Karloff sembrava potercela fare. Iniziò a collaborare coi Damned e nel 1981 pubblico l’album Let Your Fingers Do The Talking a nome Billy Karloff & The Extremes addirittura su Warner Bros.

Ma è rimasta una meteora. Una splendida meteora che ancora calca i palchi di mezzo mondo (soprattutto le periferie del mondo) sventolando il vessillo, invero un po’ sbiadito e farlocco, del glorioso punk inglese.

 

L’apocalisse a Venezia

DESTROY ALL GONDOLAS

Laguna di Satana

(MacinaDischi/Sonatine Produzioni/Death Crush Distro/Crampi Records/Shyrec)

Nome del gruppo e cognome – il titolo del disco – sono tutto un programma. I ragazzi veneti (de)cantano gli aspetti più sporchi e paludosi della Serenissima, vampirizzando l’hardcore per piegarlo alle logiche sconclusionate della musica surf stritolata dal thrash e dal noise. Visioni apocalittiche, violenza spasmodica ma anche tanta ironia, a mio avviso, in questo bell’ellepì nero come la pece. Un album che mi fa dire/scrivere “dal tramonto all’alga” per raccontarlo in estrema sintesi da gonzo di provincia quale sono.

I Destroy All Gondolas sono in tre, tutti con significative esperienze musicali alle spalle. Alcune delle precedenti band in cui hanno suonato Enrico, Andrea e Corrado e che ho amato sono Hormonas, John Woo, Gonzales e Il Buio. Per saperne di più ascoltate il disco sulla pagina Bandcamp in free download, leggetevi tutta la loro storia, dall’esperienza Black Flag Revival in poi, e magari se ne trovate una copia compratevi il vinile prodotto da una bella cordata di etichette/distro italiche. Ne vale la pena.

https://macinadischi.bandcamp.com/album/md12-laguna-di-satana

Viva i papattoni dell’indie rock

Pare sia diventato sconveniente tirar fuori l’etichetta indie rock in una conversazione, metterla nero su bianco in un articolo, addirittura avere la sfrontatezza di scriverla in un post di Facebook.

Il prefisso indie è bandito. I talebani del garage punk lo detestano, così come i machi del r’n’r e i nuovi santoni della psichedelia krauta e/o occulta. I critici musicali dei quotidiani lo ritengono sorpassato ché oggi – che fa scherzi – non esistono più differenze tra Calcutta e Marco Mengoni. I più incarogniti sono gli ascoltatori-professori, quelli sempre sul pezzo che di cognome fanno Spotify, quelli che dettano i trend (o vorrebbero farlo) sui social, che la menano sul fatto che il rock non è più la priorità dei giovani e bla bla bla.

China Gate "Hunca Munca"

Per come la vedo io possono bellamente andare a fare in culo tutti quanti. A me l’indie rock piace ancora tanto, forse oggi più di ieri. E oggi più di ieri penso ce ne sia bisogno, magari mischiato con dell’altro. Replacements, Pastels, Guided by Voices, Pixies, Shudder to Think, Wedding Present, ma anche fIREHOSE e Hüsker Dü: questo è l’indie rock che segu(iv)o e che mi ha fatto crescere. Mi piaceva e mi piace il diy, l’idea di musica storta, di musicisti dinoccolati ma melodici, asciutti ma zuccherosi, punk ma anche pop, distanti ma anche molto empatici, fuori forma eppure in salute, avulsi dalla moda ma a loro modo stilosi. Parlando dell’oggi Mac DeMarco, Cloud Nothings, Mikal Cronin, Ariel Pink, Parquet Courts, Car Seat Headrest, Wavves, giusto per fare dei nomi.

Ecco perché ho avuto un sussulto quando mi sono imbattuto nel video di Whether You’re Coming or Not dei CHINA GATE – nome scelto in omaggio a Sun Ra – quattro ventenni comuni, pure troppo comuni, che si sono conosciuti all’Università di Memphis.

L’anima è il cantante e chitarrista ritmico Tiger Adams, un tipo introverso, grassottello, fan di Big Star, Elliott Smith e Magic Kids, che scrive tutti i pezzi del gruppo nella sua cameretta da studente fuorisede. Esteticamente Tiger mi fa impazzire: è il tipico papattone, totalmente uncool, vestito come un assicuratore boyscout. Un’altra cosa che mi fa impazzire e che pare siano i Diarrhea Planet il gruppo più grande per cui i nostri hanno aperto.

Nel video live sotto, sempre alle prese con il pezzone Whether You’re Coming or Not, i ragazzi si mostrano in tutta la loro splendida e contagiosa normalità. Di Tiger Adams ho già detto. Alle 4 corde Conner Booth che sembra un bassista di liscio con cappellino e capigliatura improbabili, in preda a tic nervosi. Alla chitarra solista – una splendida Mondial Deluxe Italia – Walt Phelan, shoegazer fuori tempo massimo col fisico di una tavola da stiro. Alla batteria un tipo che non so chi sia che al minuto e 18 inizia a picchiare come un dannato.

I ventenni di Memphis hanno all’attivo l’album Hunca Munca, nome di un topino scovato in un libro per bambini, pubblicato nel 2015 su cassetta e su cd in edizione limitata dalla piccola Pizza Tape Records di Nashville che il 19 maggio darà alle stampe il nuovo EP intitolato Good Grief.

Quattro pezzi di Hunca Munca potete ascoltarli qui, volendo: https://chinagate.bandcamp.com/

Lo strano classic rock degli Sheer Mag

Sheer Mag
La comparsa sulle scene degli Sheer Mag la equiparerei a un mezzo miracolo. Forse esagero ma per me è stato così. Non saprei come altro definire un gruppo dedito fondamentalmente al classic rock – genere che detesto – ma con una spiccata attitudine garage punk diy, (ci)piglio indie, caramellosità power pop e una cantante esplosiva come Tina Halladay: praticamente una Cindy Lauper con la cassa toracica di Aretha Franklin, o viceversa.
Dietro di lei i fratelli Hart e Kyle Seely, basso e chitarra solista, Matt Palmer alla chitarra ritmica e l’ultimo arrivato Ian Dykstra alla batteria. I quattro componenti originari si sono conosciuti al Purchase College di New York. Al tempo Hart e Kyle suonavano nei Sirs mentre Matt nei Weird Korea, due gruppi di area post punk e hardcore che giravano spesso assieme. Tina cantava invece negli Shakes, una sorta di turbo Motown band votata a un soul punk niente male: potete ascoltare il loro unico 7” del 2012 qui.

Gli Sheer Mag li ho scoperti nell’ottobre del 2014 dopo uno dei miei soliti giri in rete. Mi hanno flashato subito, che vi devo dire. Appena ho ascoltato i pezzi del primo 7” EP omonimo ne ho scritto su Rumore appioppandogli un 8 tondo tondo. Eccovi la breve recensione pubblicata sul numero di dicembre 2014.
Portare il power-pop verso altri lidi è una scommessa difficile, quindi vale doppio quanto fatto dalla band di Philadelphia che stende i nervi senza mai perdere in melodia, senza mostrare inutilmente i muscoli o svicolare nel noise. Eccellente il lavoro della chitarra che procede per strappi e riff a mo’ di mini assoli bluesy. I 4 pezzi dell’EP ci dicono che potrebbe essere nata una nuova grande stella: nel senso di Big Star.”

Evidentemente tanto sciocco non sono visto che il gruppo di Filadelfia dopo quel primo EP ha iniziato rapidamente a far breccia nei cuori di migliaia di persone, calcando i palchi di festival importanti come Coachella, SXSW e Primavera Sound, nonché guadagnandosi le attenzioni di Rolling Stone che all’inizio del 2015 li ha inseriti tra le band da tenere d’occhio. E il tutto senza sputtanarsi, attenzione.

Sheer Mag - 7" EP

Nelle recensione del primo EP tiravo fuori i Big Star anche per l’allettante gioco di parole, non lo nego. Oggi per sbrigare la pratica comparativa, ineludibile per noi scribacchini musicali, compro una consonante, la T, e dico Thin Lizzy e Television: pur sapendo che il gruppo preferito di Kyle, il compositore principale degli Sheer Mag, sono i fottuti Fleetwood Mac. In più sottoscrivo parola per parola questa frase che ho letto da qualche parte sul web: “Le loro canzoni trasudano la beatitudine del power pop e la ribellione del punk”.
Ineccepibile anche la scelta di pubblicare un 7” EP di quattro pezzi l’anno, praticamente autoprodotto con il marchio Wilsuns Recording Company e una grafica di copertina simil seriale curata dalla band stessa. Così come starsene in disparte ed evitare di ciarlare sui social, alimentando così l’alone di mistero che sta alla base del rock and roll.

Sheer Mag - Compilation LPLe 12 canzoni dei tre EP pubblicati nel 2014, 2015 e 2016 sono state rimasterizzate e da poco raccolte su un bel vinile 12” che non aggiunge nulla ma accresce il mito della band di Philly. Neanch’io aggiungerò qualcosa sui pezzi. Mi preme solo dirvi che i riff di Fan The Flames, la hit dal secondo EP, li vedrei perfetti per i titoli di coda del remake del telefilm Il mio amico Arnold.
Il punto è che trovo la portentosa Tina Halladay e i ragazzi che smazzano rock senza tempo nelle retrovie inafferrabili, ecco. La loro musica è la rivincita dei gregari, la calma apparente del secondo portiere: do you know Renato Copparoni? Perennemente in panca ma con una laurea in tasca. Quindi ha vinto lui. Anche se noi non lo sapevamo e schifavamo la sua figurina Panini.

Degli Sheer Mag invece sappiamo tutto, o meglio sappiamo quel poco che c’è da sapere. Non dico di svenarvi per far vostri i tre 7” originali, ma portarsi a casa il 33 giri che li raccoglie sarebbe cosa buona è giusta. In giro si trova l’edizione americana su Wilsuns RC; a breve sarà disponibile l’edizione europea su Static Shock Records, l’ottima etichetta indipendente inglese che negli ultimi anni sta tirando fuori un disco migliore dell’altro. I feticisti sappiano che sono disponibili anche due edizioni nel formato cassetta, dal titolo First Three E.P.S., sull’indonesiana Necros Records e su Exit Music della Malesia.

Sheer Mag - First Three E.P.S. cassette

PS: per chi se lo stesse chiedendo Mag sta per Magnitude. Sheer Magnitude si potrebbe tradurre con “vastità” ma non ne sono così certo.