Space rock, talento e paraculaggine

THE LAZY EYES – Songbook (Autoproduzione)

Estetica giocosa, palloncini colorati, sorrisi impiantati su quattro belle facce pulite. I figliocci dichiarati di Tame Impala e King Gizzard & the Lizard Wizard ammollano lo space rock dentro ettolitri di limonata. Non possono che evaporare, letteralmente evaporare, melodie avvolgenti spesso sostenute da riff ipnotici che mantengono una commestibilità per qualsiasi palato.

Quando si maneggiano ingredienti del genere le bucce di banana sono dietro l’angolo… e, insomma, è un attimo scivolare o far cazzate. Qui tutto è al posto giusto, ben bilanciato, armonico. Dalla sabbia a granelli fini fini di Tangerine, al groove duro ma mai ostico di Fuzz Jam addolcito letalmente per i diabetici da una voce che più carezzevole non si può.

Nei Lazy Eyes talento e paraculaggine vanno a braccetto dal primo all’ultimo pezzo. Lo si percepisce soprattutto quando i ragazzi di Sydney cavalcano le nuvole in modalità ultra pop con leggere armonizzazioni che fanno tanto Beatles per millennials e centennials: penso a Starting Over, Nobody Taught Me e Imaginary Girl.

Al netto di quanto appena sostenuto va detto – e sottolineato con forza – che la psichedelia amica non fa mai male. Inoltre è quantomeno apprezzabile che tutto questo sia autoprodotto su vinile, cd e persino cassetta.

Cazzo all right! Andrew Moszynski e Chad Ross ancora ai controlli della cometa

In uno degli ultimi numeri di Sotto Terra intitolai la mia colonnina di recensioni “Volevo una casetta in Canadà”. Il pezzo attaccava così: “Con i suoi 80.000 abitanti di origine abruzzese Toronto è di fatto la seconda città dell’Abruzzo a un’incollatura da Pescara. Io stesso, che sono di Teramo, ho diversi parenti laggiù: ricordo che un’estate venne a trovarci una cugina di mia madre, s’affittò un’orribile Lancia Trevi e in uno slang assurdo chiese dove poteva parkare lu car. Forse per questo il Canada m’è sempre piaciuto. A casa ho più dischi di gruppi canadesi che inglesi”. Aggiungo che questa cugina di mia madre si chiama Marilena e faceva sganasciare quando ordinava il suo cono gelato al limone giornaliero prorompendo in un liberatorio “cazzo all right!”.

La colorita esclamazione la voglio dedicare a due tizi di Toronto, temo sconosciuti ai più, che si chiamano Andrew Moszynski e Chad Ross. Nella seconda metà degli anni ’90 hanno messo su quell’incredibile macchina da guerra garage rock dalle marcate tinte R&B chiamata The Deadly Snakes dove Chad si divideva tra chitarra, basso e mandolino, mentre Andrew percuoteva le pelli non disdegnando di dare il suo contributo alla terza chitarra. La loro laison musicale ha basi solide, insomma, rinsaldate nella breve ma efficacissima esperienza dei Quest For Fire con i quali hanno pubblicato due album tra il 2009 e il 2010 per Tee Pee Records.

Sempre sotto l’ombrello della storica etichetta newyorkese hanno continuato a sondare gli spazi celesti calpestando il terriccio psichedelico a nome Comet Control. Due album tra il 2014 e il 2016, poi uno stop durato quasi 6 anni. L’estate scorsa sono tornati e io, che di base sono un vecchio sognatore, ho subito pensato ai due professori dell’Università della Pennsylvania che nello stesso periodo hanno scoperto 2014 UN271, l’asteroide di una larghezza stimata tra i 100 e 200 km diretto a tutta velocità verso il sole. Ecco Inside The Sun è quella roba lì. Però senza fretta. Ok, l’iniziale Keep On Spinnin’ coi suoi 7 minuti ci catapulta dentro un vortice cinetico di heavy psych rock dalla progressione motorik e riff ipnotici che aprono come una mela la foschia shoegaze. Giusto il tempo di domare l’onda (Welcome To The Wave) che torna il super groove in groppa allo stoner adrenalinico di Secret Life. Ma fa caldo, dentro al sole. E il fuzz in punta di merletto prende il sopravvento nella ballata lunare Good Day To Say Goodbay. Così come la morbida, elegante, orchestrata grazia beatlesiana s’insinua nella conclusiva The Deserter.

Io e Andrew abbiamo deciso di scrivere e registrare il disco da soli. La maggior parte di quello che senti è stato eseguito da noi”, dice il cantante Chad Ross. Il controllo della cometa è ancora una questione a due. Questo è chiaro. Tuttavia è giusto ricordare anche la bassista Nicole Howell, il batterista Marco Moniz, il tastierista Jay Lemak e l’etereo violino di Sophie Trudeau dei Godspeed You Black Emperor.

 

49 anni x 49 album (2021)

Il tempo (s)corre. I numeri si fanno sempre più pesanti e il giochetto sull’età non può che andare avanti. Non si tratta dei 49 album più belli del 2021: non ho di queste pretese. Solo degli album che ho ascoltato con più piacere e in certi casi con più sorpresa. Buon anno e buona musica.

1. TROPICAL FUCK STORM “Deep States” (Joyful Noise)

2. PIST IDIOTS “Idiocracy” (Space 44)

3. MINI SKIRT “Casino” (Erste Theke Tonträger)

4. THE HECK “Heck Yeah!!” (Soundflat)

5. NIGHT BEATS “Outlaw R&B” (Fuzz Club)

6. DINOSAUR JR “Sweep It Into Space” (Jagjaguwar)

7. PARQUET COURTS “Sympathy For Life” (Rough Trade)

8. KIWI JR. “Cooler Returns” (Sub Pop)

9. HOORSEES “Hoorsees” (Howlin’ Banana/In Silico/Kanine)

10. DRY CLEANING “New Long Leg” (4AD)

11. POWER SUPPLY “In The Time Of The Sabre-Toothed Tiger” (Anti Fade/Goner)

12. HEIMAT “Zwei” (Teenage Menopause/Cry Baby)

13. DEGURUTIENI “Dark Mondo” (Voodoo Rhythm)

14. JOHN PAUL KEITH “The Rhythm Of The City” (Wild Honey)

15. AMYL AND THE SNIFFERS “Comfort To Me” (Rough Trade/ATO)

16. THE MONSTERS “You’re Class, I’m Trash” (Voodoo Rhythm/Slovenly/Sounds Of Subterrania)

17. NIGHTSHIFT “Zöe” (Trouble In Mind)

18. SURFBORT “Keep On Truckin’” (Inner Freak)

19. VIAGRA BOYS “Welfare Jazz” (Year0001)

20. STRANGE COLOURS “Future’s Almost Over” (Slovenly)

21. SPEED WEEK “Hey Hey It’s Speed Week” (Legless)

22. BORED SHORTS “Way Off!” (Spunk!)

23. PLASTER OF PARIS “Lost Familiar” (Psychic Hysteria)

24. THE BREAKBEAST “Monkey Riding God” (Overdrive)

25. WHY BOTHER? “A Year Of Mutation” (Feel It)

26. DAMON ALBARN “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows” (Transgressive)

27. JAMIE AND THE NUMBERS “You Don’t Love Me” (Super Fly Belfast)

28. HEY SCENARIO “Hey Scenario” (Pentagon)

29. SPRINGTIME “Springtime” (Joyful Noise)

30. COLLETTIVO GINSBERG “Kintsugi” (Ribéss)

31. S:BAHN “Queen Of Diamonds” (Polaks)

32. WURLD SERIES “What’s Growing” (Melted Ice Cream/Osborne Again/Meritorio)

33. THE FLORETS “Permanent Glow” (Autoproduzione)

34. BLAK SAAGAN “Se Ci Fosse La Luce Sarebbe Bellissimo” (Maple Death/Kakakids)

35. CRIMI “Luci E Guai” (Airfono)

36. THE LIPSCHITZ “Chevron” (Company Businesses Inc™)

37. PANTHER MARTIN “Peems” (Autoproduzione)

38. LEOPARDO “Malcantone” (SDZ/Le Pop Club/Feel It)

39. ALIEN NOSE JOB “Paint It Clear” (Anti Fade/Feel It)

40. IDLES “Crawler” (Partisan)

41. MÄSH “Mäsh” (Wanda)

42. RIK AND THE PIGS “The Last Laugh” (Lumpy)

43. THE THIRD SOUND “First Light” (Fuzz Club)

44. QLOWSKI “Quale Futuro” (Maple Death/Feel It)

45. MONDO WAVE “Quarantine Dream” (Monster Zero)

46. GIACOMO TONI “Ballate Di Ferro” (L’Amor Mio Non Muore)

47. MARK & THE CLOUDS “Waves” (Gare Du Nord)

48. BARMUDAS “Every Day Is Saturday Night” (Area Pirata)

49. MICHELE ANELLI “Sotto Il Cielo Di Memphis E Altre Storie” (Delta/La Distro)

Del perdere pezzi e ritrovarli dentro due piccoli dischi

Sono stati pubblicati diversi mesi fa. Zöe dei NIGHTSHIFT a fine febbraio, What’s Growing dei WURLD SERIES a metà marzo. Come al solito non sto sul pezzo, piuttosto li perdo i pezzi. Questi due piccoli album li ho scoperti solo in estate. Per caso. Girovagando su Bandcamp. E me li sono gustati in cuffia, sotto l’ombrellone, mentre vedevo scivolare passivamente ciabatte e piedi nudi sulla passerella in cemento che porta al mare.

Mi sento anche un po’ in colpa perché entrambi gli album sono stati scelta del mese nel boxino “Indie” di Arturo Compagnoni su Rumore. Una mia lettura fissa, per fiducia nei confronti di Arturo e pure perché siamo dirimpettai. Ma, come dicevo, sto perdendo colpi. Sarà la pandemia, la galoppante miopia, l’aver deviato sovente dalla sharia (leggasi retta via). Sia quel che sia, questi album qui sono stati proprio una gran bella compagnia.

Un viaggio onirico quello del combo di Glasgow tra sperimentazione, post punk, indie kraut morbido e ipnotico. Orange Juice e This Heat. Ok. Ma anche Sugarcubes, almeno nella mia testa. Degli Sugarcubes saggi e pacificati che si riformano 30 anni dopo per andare in tour sulla luna. Un piccolo miracolo l’arrivo della chitarrista, cantante e clarinettista Georgia Harris mentre la band stava scrivendo Zöe. Come sono miracolosi il basso rotondo di Fences, i sintetizzatori siderali e i droni di Outta Space e Power Cut, le voci piene di grazia che riempiono Infinity Winner, la sezione ritmica pulsante di Romantic Mud e della title track. Inedite delicatezze arty per le mie orecchie foderate d’amianto. Ma al cospetto di un’eleganza così minimalista e misurata è facile capitolare.

Altra storia quella dei Wurld Series di Luke Towart che una decina d’anni fa ha piantato baracca e burattini e dal natio Lancashire si è trasferito a Christchurch, Nuova Zelanda. Uno più uno di solito fa due. In questo caso il lirismo folky britannico si è compenetrato con il suono sghembo di marca Flying Nun. In mezzo il meglio dell’indie rock dinoccolato ma non troppo degli anni ’90: dai sempreverdi Pavement ai Superchunk, passando per i Weezer in rotta sulle Hawaii nel fulmineo chitarrismo di neanche un minuto e mezzo Grey Man.

È bello perdere pezzi e poi ritrovarli dentro due piccoli dischi. Sì, è proprio bello.

Vita e Malavita

JOE PERRINO – Canzoni di Malavita III pergrazianonricevuta (Freecom Music)

Nicola Macciò, ai più noto come Joe Perrino, si è guadagnato il rispetto in decenni di palchi e dischi: dal garage beat dei Joe Perrino & The Mellowtones agli Elefante Bianco, passando per l’esperienza londinese con Horse London e The A.D. Show. A metà degli anni ’90 si è avvicinato al teatro canzone in un lungo percorso che lo ha portato a recuperare vecchi brani della malavita di cui oggi pubblica questo terzo volume.

In tutta onestà ho seguito poco e a distanza il dopo Mellowtones del nostro. Il fatto è che non amo i tatuaggi e non ho mai subito il fascino della malavita. Gli unici contatti per così dire criminali li ho avuti quando un mezzo malavitoso slavo importunò una mia ex fidanzata e trovandomelo di fronte mi cacai addosso e compresi al volo che era meglio girare i tacchi alla svelta; oppure leggendo i romanzi di Nicolai Lilin o guardando con le terga sul divano Romanzo Criminale (film e serie tv), Gomorra (film e serie tv), Suburra (solo film) non trovandoli poi così travolgenti. Posso aggiungere al mio pingue curriculum nel settore che di tanto in tanto sbircio sul canale Youtube del Cicalone/Scuola di Botte i video dei quartieri criminali romani, che sono stato in carcere una sola volta per via di un lavoro di ricerca e mi ha preso male persino lasciare gli effetti personali al gabbiotto dell’entrata.

Stop.

Quanto appena dichiarato mi avrebbe dovuto far evitare un disco del genere. Cosa che avrei fatto se non avessi ri-incontrato Joe Perrino in occasione del nuovo, inaspettato e spettacolare 7” del gruppo sardo, di cui ho scritto su Rumore (qui potete leggere il pezzo). È questo il motivo per il quale mi sono messo di buzzo buono ad ascoltare Canzoni di Malavita III – pergrazianonricevuta.

C’è da dire subito che più dell’eleganza di Ornella Vanoni – con la complicità di Giorgio Strehler – e del sentire profondo di Gabriella Ferri, in questo album c’è piuttosto il zum zum di paese in una centrifuga di Vinicio Capossela, Castellina-Pasi e Bandabardò con un tocco di De André: con i pro e i contro del caso (a proposito: mi spiace molto per la prematura scomparsa di Erriquez, nonostante la sua Banda mi abbia sempre detto poco più di nulla).

Graziella, recuperato dalla tradizione carceraria orale, è il pezzo più deandreiano con il suo carico di insicurezza, perdita e tremenda vendetta. Liscio a go-go in Sangue Innocente che, a dispetto di un incedere da sagra paesana annaffiata di vino e colori estivi, disegna a carboncino una storia di autolesionismo figlia della detenzione.

Per quanto mi riguarda va molto meglio quando Joe veste i panni del crooner sentimentale a cui hanno spaccato i denti in carcere, come in pergrazianonricevuta, title track dell’album e dell’ominimo film, “che racconta di un viaggio nelle carceri sarde a bordo di un’Ape Piaggio, decorata e trasformata in una sorta di carro votivo di oggetti ricevuti direttamente dai detenuti”. Oppure nella conclusiva Ricominciare Da Capo che inizia con i versi “La felicità è un poliziotto con la pistola” e prosegue con “La felicità è un rapinatore con una bomba” cantati qualche tono sopra, chiudendo la partita con l’auspicio di una rinascita lontano dai guai.

In finale: un album per fan della prima ora e galeotti, meglio se insieme. Io non sono né l’uno, né l’altro. Ma, in fondo, l’ho apprezzato lo stesso. E non è detto che prima o poi non decida di tatuarmi una bella pistola sul braccio circondata dalla scritta Gun Club.