La musica pesante di David Yow

DYow_1Penso che David Yow non abbia bisogno di presentazioni. Scratch Acid e ancor più Jesus Lizard sono parte del Dna di quella musica bastarda partorita dal punk che tanto ci piace da queste parti. Ai giovani ignari ma curiosi consiglio di surfare sul web, googlare, far quel cazzo che vi pare… ma comunque recuperare.
Ciò detto in pochi sanno che il 55enne urlatore post-punk nativo di Las Vegas è anche un artista noto negli ambienti off. Sulle sue reali qualità di pittore/scultore sinceramente non saprei dirvi. Mi preme soltanto raccontarvi cosa ha combinato per il suo debutto solista, a cui pare abbia lavorato 15 anni: Tonight You Look Like A Spider, pubblicato l’estate scorsa dalla Joyful Noise Records di Indianapolis.
Ok, c’è un certo numero di copie in vinile nero. Ok pure per le 450 copie numerate a mano in vinile grigio-nero marmorizzato. La vera sorpresa sta nelle 50 copie della “Deluxe Monolith Vinyl Edition”, ovvero una lastra di cemento che David Yow in persona ha marchiato a caldo, timbrato e infine perforato col trapano per piazzarci una specie di stantuffo e appenderci il vinile. Praticamente una scultura tra la pop-art, l’informale e l’arte applicata che starebbe da dio tanto nel salotto di Renzo Arbore quanto nel cimitero di Teramo.
Sul contenuto musicale dell’album la critica è stata tranchant. E direi a ragione visto che si tratta di cut-up sonoro con velleità d’avanguardia, inzuppato di prescindibili sperimentazioni electro e vocalizzi teatrali buttati lì un po’ alla cazzo di cane. Roba noiosa piuttosto che noise, pesante quanto la lastra di cemento della sorprendente edizione deluxe.

Pezzetto, piuttosto pesante, pubblicato all’inizio di marzo del 2014 sulla defunta webzine Black Milk.

Vuotate il sacco e correte più leggeri

IL VUOTO ELETTRICO
Virale
(DreaminGorilla/Banksville)

IlVuotoElettrico_ViraleC’erano una volta gli anni ’90 del noise-rock tricolore cantato, urlato, finanche parlato nella lingua di Dante e, ahimè, di Dente.
Era la risposta rumorista e “hardcore” ai cantautori dei decenni precedenti. Fluxus, Massimo Volume, Santo Niente, Six Minute War Madness. Un vuoto elettrico, appunto, come quello di questo cazzuto gruppo esordiente che si muove sull’asse Bergamo-Brescia.
Un vuoto elettrico imbevuto di noise e post-hardcore a volte minimalista e altre massimalista, riempito da testi spesso recitati dove il confine tra la sagacia e il cut-up alla cazzo di cane è invisibile.
Per dire, Arianna tace pare una versione capovillizzata di Chiara dei Rats e non saprei dirvi sinceramente quale delle due è l’offesa e quale il complimento. Le lacrime di Dio è un bel pezzo tirato che emette quella puzza (o odore, dipende dai punti di vista) tipica di una palestra piccola e buia dove si pratica la boxe: in questo caso i contendenti sono Massimo Volume e Linea 77.
Mi piacciono le progressioni ritmiche serratissime e gli intrecci chitarristici elettropsichedelici che Il Vuoto Elettrico sfoggia, ad esempio, in un pezzo come Il tuo ego, il mio crollo. Ma la carne al fuoco mi pare troppa: c’è persino la cover di Emilia paranoica dei CCCP, invero riuscita molto bene.
Il consiglio spassionato è di cavare, limare, buttare a mare e togliersi così i pesanti fardelli che nel tempo rischiano di schiacciarli.

Italians do it better?

cover Elli De Mon Di certo non siamo noi italiani quelli che lo facciamo meglio, tuttavia bisogna ammettere che in Veneto lo fanno proprio bene. Fate poco gli spiritosi, sto parlando di rock and roll. E che non si tratti di celodurismo di ritorno ve lo dimostro partendo dal bel 7” autoprodotto della one girl band ELLI DE MON. Evito di dilungarmi perché ne ha già scritto Frazzi, dico solo che il (Delta)blues-punk scarnificato e a tratti paisley imbastito da questa ragazza vicentina già nei Le-Li, sbrana il cuore lentamente ma inesorabilmente. Se Margaret Doll Rod e la sua musica evocano sesso da una botta e via, i tre pezzi chitarra, voce, grancassa e sonagli di questo singolo fanno pensare ad una storia duratura.
cover The DancersBe’, in caso di nozze, eccovi la party band perfetta: THE DANCERS, già dei piccoli eroi da queste parti. Il poker di pezzi del loro nuovo 7” su VIP Records (il mio è di color verdone trasparente) blandisce gli animi dei punk-rocker di ogni età come pochi altri dischetti in circolazione oggi. Più che i Ramones, a cui in molti li accostano, nella title track It’s A Shame il trio di Mestre ricalca la meravigliosa spavalderia melodica di Buzzcocks e Beat. Don’t Be Scared e When I’m Wrong sono due scosse di italico Flower Punk (ricordate i Senzabenza?) da rimanerci secchi. Chiude il rockarolla Watching My Baby Get Ready con quella sua rozzezza candida e mai forzata che mette i brividi. Adesso aspettiamo solo l’album: in vinile, che ve lo dico a fare.
cover Gli SportiviAltro gruppo veneto da seguire con scorte di alcol nello zainetto sono GLI SPORTIVI: coriaceo duo che si muove tra Venezia e Padova, ma se qualcuno mi avesse detto tra Nashville e Memphis ci sarei cascato con tutte le scarpe. In Crazy Love Collection, spettacolare 12” EP in vinile bianco su Flue Records, ampliano il loro spettro sonoro infilandosi nelle pieghe del blues d’antan, ora più roots tipo Mojomatics (Mexicali Baby forte di un bel piano salterino), subito dopo smaccatamente r’n’r come degli Oblivians alticci che suonano ad un addio al celibato (Crazy Hazy Kisses), poi dannatamente crampsiano (Boom Boom) e infine psicotico e hard (I Fell Ok). Gran botta davvero.
cover Gli EbreiPer tirare il fiato cambiamo aria e scendiamo nel centro Italia a conoscere GLI EBREI che nel mini CD Disagiami (Tannen/V4V) infilano 6 pezzi in poco più di 10 minuti. Cosa che depone subito a loro favore, ché almeno hanno il merito di non tirarla tanto per le lunghe. Guasconi come I Fichissimi, strampalati come il primo Bugo, questi giovani nichilisti della provincia marchigiana sono affatto male nella loro totale cazzonaggine. Invero sono piuttosto interessanti quando fanno il verso ad Alberto Camerini in modalità post-hardcore (Scatola nera) e si travestono da Baustelle che hanno fatto le scuole basse e il militare a Cuneo (I miei vicini). Musica per web-ziners disagiati, hipster fagocitati e impiegati deviati.

Questo articoletto è stato pubblicato su RUMORE #255 di luglio/agosto 2013. Ed è l’ultimo di una serie, interamente leggibile navigando su questo sitarello, che durava da qualche anno. Dal numero successivo il giornale è cambiato e le recensioni dei singoli sono tornate ad essere singole, appunto.

L’unico frutto del r’n’r è la banana

cover Trio BananaMi sa che la colpa è tutta di quel Warholaccio quando ha infilato la sua banana nello storico album dei Velvet Underground. O forse dei Pretty Things che, sempre nell’anno di grazia 1967, diedero vita al progetto parallelo The Electric Banana. Fatto sta che la Musa acuminata è diventata il frutto del r’n’r deviato ben prima di diventare l’unico frutto dell’amor scanzonato: The Bananas, Bananamen, Melt-Banana, Bad Banana, Black Bananas, ecc.
Anche nel Belpaese non ci siamo fatti mancare la nostra putrida banana r’n’r. Potrei parlarvi del singolo Banana rock di Clem Sacco datato 1959, ma lasciamo perdere. Meglio cianciare del TRIO BANANA, tre folli come gli unici tre che qui sopra a Rumore (chi vi scrive, Pecorari Scanio e quella gloriosa vecchia talpa di Frazzi) escono pazzi per i rifiuti solidi sonori della Bubca Records, l’etichetta del Trio. Tab_Ularasa alla sei corde e alla voce da tossicomane, Wolfman Bob al basso e Doctor Dead alla batteria srotolano tappeti polverosi di psichedelia come un venditore ambulante del Gran Bazar di Istanbul colpito da ictus e subito dopo persosi nella liturgia decrepita degli Spacemen 3 (I Can Find The Way In The Sky, Cactus). cover Lady BananaChi sbava per la roba della Sacred Bones e per lo shitgaze dopato farebbe bene ad avvicinarsi al Trio Banana partendo da In My Life, terzo e ultimo splendido pezzo di questo EP chiamato Arthur Dent come il personaggio uscito dalla penna di Douglas Adams.
Saliamo fino in Svezia dove il duo LADY BANANA scorrazza senza una meta precisa sul terreno del blues-punk in bassa fedeltà, tanto che più di qualcuno li ha accostati agli Oblivians. Per il feeling che hanno con la melodia slacker e per le potenti sgommate di hard feedback, invero ci trovo più similitudini con i coevi Bass Drum Of Death. In tal senso mi pare vada la title track di questo 7” EP su Frantic City Records, Adult Rock, così come la sforbiciata sonica dritto per dritto di Not Much Of A Man. Bel dischetto da apprezzare appieno ad alto volume.
cover The Cavemen VChiudo invitandovi a lasciarvi andare alle danze più sfrenate e selvagge con questo bel singoletto da juke-box dei THE CAVEMEN FIVE su Howlin’ Banana Records. Nel combo garage di Lione c’è gente che ha militato nei Slow Slushy Boys, uno delle neo Sixties band europee più sensuali e divertenti degli anni ’90. E ciò si sente sin dall’attacco di sax nell’originale Be My Cavegirl che, detto senza perifrasi, è un pezzone di garage’n’roll salterino in puro stile Sonics. Il livello non si abbassa nel lato B dove svetta They Prefer Blondes, cover di un vecchio singolo della Sixties garage-band di San Francisco The Banshees, di cui ricordo una versione altrettanto bella dei nostri B-Back.

Pezzo pubblicato su RUMORE #254 di giugno 2013.

Santo & Johnny, Santo Barbaro, Santo subito

SANTO BARBARO
Geografia di un corpo
(diNotte)

santobarbaro_geografiadiuncorpoQualche giorno fa mi è capitato di rimettere sul piatto uno dei primi singoli di Santo & Johnny, il celeberrimo Sleep Walk/All Night Diner del ’59 a cui mi sono subito abbandonato lasciandomi cullare. Per assonanza ho pensato al nuovo album dei Santo Barbaro che da circa un mese staziona sopra la piastra per le cassette: posto dove lascio a bagnomaria i cd che mi sono piaciuti per tenerli a portata di mano e orecchie, o quelli che non mi hanno convinto ma a cui sento di dover ridare una chanche.
Geografia di un corpo, terzo o quarto album del duo di Forlì, non lo so di preciso, rientra appieno nella prima categoria poiché mi ha convinto sin dal primo ascolto. Un disco che fa pensare alla solitudine esistenziale di Michel Houellebecq e dei Joy Division. Non il massimo dell’allegria, d’altronde c’è poco da stare allegri. Suonerà retorico eppure mi sento di dire che i Santo Barbaro incarnano alla perfezione questi nostri tempi confusi e alquanto barbari, appunto. E lo fanno con una poetica personale, spingendo il cantautorato verso il baratro, nelle oscure sperimentazioni psych-tribali della wave e del post punk. Pieralberto Valli usa le parole da scrittore vero (qual è, in fondo), col contagocce, giocando di sottrazione e reiterazione immaginifica: penso a Pavlov, Zolfo e soprattutto a Finché c’è vita, un pezzo che i vecchi fan dei vecchi Marlene Kuntz stanno ancora aspettando invano.
Geografia di un corpo è un disco di rock eruttivo, vulcanico, magmatico (che poi sono la stessa identica cosa ma la tripletta rafforza l’idea), dove giganteggiano la virulenza opalescente di Ora il presente e Corpo non menti che mi ha fatto immaginare i CCCP rapiti e costretti a suonare in una balera romagnola degli anni ’70 sotto LSD.
I titolari della sigla Santo Barbaro sono due, il già citato songwriter Pieralberto Valli e Franco Naddei che maneggia l’elettronica. Con l’aiuto di amici per questa occasione sono diventati nove: 2 chitarre, 2 bassi, 2 batterie, 2 percussioni e 1 synth. Una bella squadra di musicisti che si sono chiusi per tre giorni in un casolare di campagna dove hanno registrato live, in presa diretta, gli undici pezzi di questo disco. Che è un gran bel disco, se non lo si fosse ancora capito.

Recensione pubblicata esattamente un mese fa su BLACK MILK di uno dei più bei dischi italiani cantati in italiano dell’anno passato, secondo me.