SATURNO RECORDS

LE RAGAZZE DI SIVIGLIA FANNO A GARA A CHI LO PIGLIA

Era da un po’ che gli amici Antonio (Welcome In The Shit Records) e Alessio (Singing Dogs e Primitive Records) mi chiedevano di scrivere qualcosa sulla loro fanzine delinquentistica Mimetics, di cui sono uno sfegatato fan. Non potevo farli aspettare ancora così mi sono fatto una chiacchierata con un altro amico, Nacho della spagnola Saturno Records.
Per avere una copia cartacea fumante della zine scrivete a antoniomasci@live.it o acdog@hotmail.it.

Mimetics_9_rid

In seconda liceo ci portarono a vedere Il Barbiere di Siviglia in teatro. Mi feci due coglioni grossi come due hangar. Qualche mese dopo partimmo in gita scolastica. Sul Pullman qualcuno iniziò ad intonare “In Spagna c’è un torero che c’ha un cazzo lungo e nero, le ragazze di Siviglia fanno a gara a chi lo piglia…”. Divenne la canzone ufficiale della gita. Da ragazzetti stupidi e ripetitivi quali eravamo, la cantavamo sempre e in ogni occasione. Venticinque anni dopo mi trovo davvero a Siviglia. E non per vedere se le ragazze competono per pigliarselo in quel posto. Sono qui con la mia dolce metà per visitare una città e una Regione (l’Andalusia) di una bellezza abbacinante. Tra l’altro abbiamo fatto Bingo ché a Siviglia questa settimana si tiene la X Edizione del Festival De Cine Europeo.
Prima di partire, come sempre, ho fatto una ricerca sui posti fondamentali per noi drogati di r’n’r: negozi di dischi, locali, etichette. E ho scoperto con gioia che l’ottima Saturno Records fa base proprio nella città che sorge sulle rive dell’immenso biscione d’acqua che è il Guadalquivir. Contatto subito l’etichetta prima via e-mail, poi per telefono. In un inglese da comiche riesco a fissare un appuntamento. Con Nacho, uno dei due boss della label, ci vediamo a Las Setas de la Encarnación, una piazza sopraelevata coperta da una mastodontica struttura in legno a forma di fungo, frutto della mente lisergica dell’architetto tedesco Jürgen Mayer-Hermann. Nacho gestisce lì un negozietto di biscotti. Mi presento con addosso la t-shirt della Goodbye Boozy Records. Lui mi riconosce subito.
Ci abbracciamo come amici di vecchia data. Anche questo è il r’n’r, ed è la parte che mi piace di più dell’intera faccenda. Ci beviamo un paio di birre in un tavolo all’aperto. Ad un certo punto arriva anche Dario, l’altro 50% della Saturno Records, nonché cantante-chitarrista dei Picoletones, band in cui Nacho suona il basso. Non facciamo alcuna difficoltà nel comunicare tra inglese, spagnolo, italiano, persino dialetto abruzzese. Alla fine Nacho paga da bere, mi regala due 7” dell’etichetta e una fantastica spilla extra large con su scritto “I Love Saturno”. Faccio di tutto per contribuire ma non c’è verso. Tornando in hotel felice come un bambino, mi metto a fischiettare la famosa canzone della gita scolastica. E penso che le ragazze di Siviglia dovrebbero fare davvero a gara per pigliarsi uno come Nacho.

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Nacho, amico mio, quando e come sei stato morso dalla tarantola del rock’n’roll?
Be’, in realtà è successo molto tardi. Nonostante sia appassionato di musica pop e roba vecchia da un sacco di tempo, la tarantola del rock’n’roll, come la chiami tu, non mi ha morso finché io e Dario non abbiamo avuto occasione di conoscere Ernesto Ronchel e la sua fantastica band garage-beat, The Del Shapiros. Era il 2006. Da allora il rock’n’roll in tutte le sue forme e manifestazioni (dischi, concerti, studi di registrazione, ecc.) è diventato la mia vita.

Della scena garage-punk spagnola ho sempre avuto un’idea di forte adesione ai Sixties più che al punk ’77. Penso ai Doctor Explosión ma anche a Wau Y Los Arrrghs, fino ad arrivare ai The Smoggers, peraltro di Siviglia.
Sì, penso che tu abbia assolutamente ragione. La chiave sono proprio i Doctor Explosión. A partire dai primi anni ’90 sono stati una grande influenza in Spagna per tutti quelli coinvolti nel r’n’r: mods, punk, garagers, anche gli appassionati di indie-rock. E ancora oggi continuano ad essere una grande influenza. Pensa solo all’impressionante lavoro che Jorge Explosion sta facendo con il suo studio, il Circo Perrotti. Inoltre Felix organizza l’Euroyeyé Festival da 20 anni. Indubbiamente l’ombra dei Doctor Explosión è piuttosto lunga, loro erano/sono del tutto dentro i Sixties. Wuau y los Arrrghs (a proposito, di recente hanno suonato a Siviglia ed hanno fatto uno show killer!) e gli Smoggers sono i rappresentanti di una scena un po’ diversa, più garage-punk-revival anni ’80, sulla scia di Fuzztones, Gruesomes e roba del genere… comunque certamente più Sixties che punk ’77.

A proposito: c’è differenza tra il nord e il sud della Spagna?
Non direi che ci sono differenze tra il nord e il sud dal punto di vista delle band e dei generi musicali. L’unica differenza è “quantitativa”, quella sì: come in Italia il nord è più ricco e più freddo. Lassù ci sono più locali e posti dove suonare, quindi la scena è più estesa.

L’etichetta all’inizio si chiamava Monterrey Records: come è organizzata la label e perché avete deciso di cambiare nome in Saturno Records?
È partito tutto nel 2007 quando io e Dario abbiamo aperto un video-club a Siviglia: un posto dove si incontravano persone coinvolte nella musica, nell’arte, nello showbiz della città. Per qualche anno abbiamo organizzato un Festival estivo con un sacco di concerti… sai, una cosa tira l’altra. Abbiamo realizzato che dovevamo mettere su un’etichetta in furgone, destinazione Gijon, eravamo con i Del Shapiros per registrare il loro primo album. “Organizzazione” non è la parola corretta per descrivere la nostra etichetta, jajaja… Non riusciamo a viverci, facciamo altri lavori per cercare di fare il nostro meglio con la Saturno. Ti posso dire che Dario è il computer-guy mentre io sono l’e-mails-guy. Lui si occupa della grafica, del sito web e di tutta la merda simile. Io sono lì a scrivere migliaia di e-mail tutto il giorno. Nel momento dei party, dei concerti e delle registrazioni lavoriamo come un’unica persona: un’unica persona ubriaca. Abbiamo dovuto cambiare nome perché a Valencia c’è un negozio di dischi che si chiama Monterrey di cui non eravamo a conoscenza. I tipi hanno minacciato azioni legali così siamo volati verso Saturno.

Nacho&Dario_SaturnoRecords

Nel 2009 avete fatto esordire i Frowning Clouds prima con un 7” EP targato Monterrey e poi con il primo album sotto il nuovo marchio Saturno. Come avete scoperto i ragazzi australiani? Erano giovanissimi allora…
Erano i tempi di MySpace: cazzo, mi mancano davvero quei giorni! Lì sopra c’era un sacco di bella musica senza tutte le stronzate di Facebook. Roi dei Phantom Keys ci ha detto di questi ragazzi di Geelong, in Australia, che sembravano venuti fuori da Back From The Grave così siamo andati subito ad ascoltarli sulla loro pagina e wow! Siamo rimasti letteralmente scioccati. Erano molto giovani, 14 anni o giù di lì, veri teenager che suonavano 60s garage e r&b come dovrebbe essere! Non si trattava di vecchietti vestiti tipo una rivista degli anni ‘60 fingendo di essere giovani (come il 90% delle garage band europee di quel momento). E poi avevano qualcosa di speciale e tonnellate di talento. Ci hanno mandato tre brani registrati dentro un negozio di dischi che ha chiuso le porte in modo da ottenere un suono in bassa fedeltà. Ricordo ancora quando ci è arrivato il master, era un cd-r con mp3 e un disegnino squallido di Zak.

E nel 2011 avete fatto esordire anche gli ottimi The Living Eyes. Direi che vi piace molto l’Australia…
E sì, amiamo la scena garage-punk australiana attuale! Per me è senza dubbio la cosa musicale più emozionante uscita fuori negli ultimi anni. Naturalmente ci piacciono i Frowning Clouds e i Living Eyes ma anche Cobbwebbs, Ausmuteants, Hierophants, Bonniwells, Straight Arrows, Wet Blankets, Leather Towell. Amico mio è una scena incredibile, davvero travolgente, e tu lo sai bene! Chissà cosa mangiano a Geelong e a Melbourne per produrre musica del genere…

Tra le ultime uscite dell’etichetta ci sono Miri May e Los Wallas, gruppi diversi tra loro ma entrambi molto interessanti.
Sono contento che ti piacciano. I Los Wallas sono una giovane band entusiasmante, parte integrante di una nuova scena garage spagnola con gruppi come The Parrots, Terrier, Los Nastys, quasi tutti di Madrid. Abbiamo pubblicato loro il 7” “La Playa” come premio per aver vinto il 1° Battle Of The Bands all’Euroyeyé Festival. I Los Wallas hanno una speciale abilità di scrittura e cantando in spagnolo non è facile per questo tipo di musica… credo che con l’italiano succeda la stessa cosa. Il singolo di Miri May è un gioiello, una delle migliori cose che abbiamo mai pubblicato. Il disco è prodotto, registrato, arrangiato e suonato quasi totalmente da Jacco Gardner. È un peccato che Miri non stia facendo molti concerti e quindi che il singolo non stia avendo la diffusione che merita: immagino lo dovremmo tenere come un gioiello nascosto.

Ultima domanda: tu e Dario suonate nei Picoletones. A quando la prima uscita in vinile? Cosa significa Picoletones? Sappi, amico mio, che In Italia vi aspettiamo a braccia aperte…
Jajaja, incredibile! Ci piacerebbe molto venire a suonare in Italia, speriamo ci sia da qualche parte un promotor abbastanza pazzo da portarci lì da voi. Per l’occasione potremmo cambiare nome in Surfer-carabinieri o Sbirri-tones. Picoleto è il nome gergale spagnolo della Guardia Civil, una sorta di polizia militare che indossa il tricornio e guida Land Rover. Sono sicuro che voi italiani potete farvi un’idea (immaginate qualcosa tra la guardia forestale e i toreri, nda). La nostra è una band surf-punk totalmente ispirata ai Mummies. Stiamo facendo un sacco di concerti in questo periodo, penso registreremo qualcosa in estate, che peraltro è il momento migliore per registrare un disco surf. In realtà non ce ne frega molto di quello che accadrà, suoniamo solo per divertirci.

The Picoletones_Nacho&Dario

LA NUOVA FILOSOFIA DELLA ROCKSTAR

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Partiamo da un dato secco sparato all’inizio del libro: “9 dischi su 10 non ripagano i costi sostenuti dalle etichette”. Lo sappiamo tutti che c’è crisi, lo cantava anche quel rintronato di Bugo, ma gli autori di The New Rockstar Philosophy, Hoover e Voyno, ci tengono a specificare che “ad essere in crisi oggi è l’industria della registrazione non l’industria musicale che sembra essere più florida che mai”. Per capire meglio cosa intendono i due canadesi e tentare di cavalcare la crisi ci ho scambiato 4 chiacchiere.
Per prima cosa chiedo chi siano realmente Hoover e Voyno che, messa così, sa un po’ di Black & Decker. Si tratta di musicisti, blogger, produttori, manager, scrittori, animali sociali o semplicemente “weird guys”. Hoover si fa una grassa risata: “Hahah Sì, siamo tutte queste cose e molto altro ancora! Entrambi abbiamo suonato in alcune band per diversi anni. Io ho fatto il manager di gruppi, organizzato concerti e per un breve periodo ho gestito un’etichetta. Abbiamo deciso di scrivere il libro all’inizio del 2008, in quel periodo mi ha ispirato molto The Four-Hour Workweek di Timothy Ferriss (storia di un 30enne che ha fatto i soldi tramite una impresa on line, pubblicata in Italia da Cairo, ndi). Voyno era in una nuova band e stava cercando le migliori tattiche da utilizzare su Internet. In giro non c’era granché che aiutasse i gruppi a navigare nel panorama digitale e noi volevamo scrivere un libro affinché le band potessero trovare delle risposte. Il blog è on line da aprile del 2008, è nato come un mezzo per dire delle cose prima della pubblicazione del libro. Abbiamo fatto le nostre belle esperienze nella scena indie, ma dovevamo dimostrare di avere buoni consigli e idee così abbiamo iniziato ad aggiornare il blog con una buona frequenza un anno prima che il libro uscisse. Ci ha aiutati ad affinare le idee e a trovare un nostro stile di scrittura”.
Voyno gli fa il controcanto: “Sì siamo tutto ciò che dici, ma soprattutto siamo dei weird guys. Ci vuole una certa dose di follia nel pensare di scrivere un libro che passi in rassegna tutto ciò che i musicisti devono “coprire” in questa nuova era digitale. Abbiamo creato il blog per essere collegati giornalmente con chi ci segue. Attraverso commenti, tweet ed e-mail siamo stati in grado di coinvolgere i nostri lettori e scoprire che cosa vogliono sapere, che poi di solito è quello che vogliamo sapere anche noi”.
Il libro parte da un assunto preciso, benché piuttosto scontato se vogliamo, ovvero che per prima cosa i gruppi devono credere in quello che fanno e pianificare ogni passo. Crederci sempre, insomma. Hoover è consapevole di aver scoperto l’acqua calda: “È un vecchio consiglio conoscono tutti, ma a volte è difficile da seguire. La convinzione in se stessi è alla base di tutto, ma penso che avere una visione sia più importante della programmazione, nel senso che un piano o un programma possono cambiare velocemente. Puoi avere un piano ma devi essere pronto a cambiarlo se non funziona o se emerge una nuova direzione più utile alla tua visione. Sulla base di un buon piano saprai quali passi compiere e perché”.
Come è ovvio gli autori si sono soffermati molto sul potere dei nuovi social media, elargendo consigli pratici sul loro corretto utilizzo. Allora faccio un giochino vecchio e infantile chiedendo quale social media sceglierebbero se avessero una pistola puntata alla tempia. E giacché ci sono mi faccio dire cosa pensano della (presunta) morte di MySpace. Voyno parte a razzo e fortunatamente non finisce a cazzo: “Prima di tutto Myspace non è morto. È coinvolto Justin Timberlake e un sacco di gente è interessata a ciò che ha da dire. Adesso è brutto e lento ma vedo che sta cambiando. I gruppi ricevono ancora un sacco di visite sui loro account di MySpace perché ci si arriva facilmente con il search di Google per questo ritengo possa essere ancora utilizzato, ma non lo consiglio ai nuovi gruppi. Se hai già un account MySpace poi usarlo per indirizzare i fan su nuove piattaforme come BandCamp, SoundCloud, ecc. Se te ne devo dire una sola rispondo sicuramente YouTube perché non c’è nulla di più coinvolgente sul web dei video, niente cementerà una relazione come un bel video.”
Anche Hoover è per YouTube: “È incredibilmente buono sia per i musicisti che per i fan i quali possono ascoltare la musica e allo stesso tempo vedere chi sta dietro. Se si è creativi e si ha la voglia di lavorarci su, si può fare moltissimo attraverso YouTube: è possibile creare un mini-reality show basato sulla propria band, pubblicare video musicali, intervistare i membri della band, fare mash up video, lavorare con registi… credo che YouTube sia il modo migliore per scoprire un artista indipendente mentre Facebook e Twitter vengono utilizzati per “tenere impegnati” i fan già acquisiti. Pensa che stiamo lavorando al nostro prossimo libro proprio su YouTube e sui video on line, speriamo di pubblicarlo nella primavera del 2012. Nella prima versione del libro c’era effettivamente una parte su MySpace ma ci siamo resi conto che era diventata irrilevante quindi l’abbiamo tolta prima della pubblicazione italiana. Come diceva Voyno, MySpace muove ancora traffico sul web ed è stato acquistato da Justin Timberlake che sta cercando di rianimarlo: vedremo cosa accadrà il prossimo anno”.

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Da amante incallito dei 7” mi trovo d’accordo con la “teoria” del 3P, ovvero il flusso costante di musica nuova, “un ep di tre o quattro canzoni pubblicato ogni tre o quattro mesi è un 3P”.
E siccome dentro sono vintage (o antico, se preferite) non posso che assimilare la teoria dei due canadesi all’invasione dei 45 giri degli anni ‘60 e ‘70. Hoover concorda: “Sì, potrebbe sicuramente essere qualcosa di simile all’invasione dei 7″ che però erano fondamentalmente dei singoli. Ciò consentiva alle compagnie discografiche di promuovere 1 o 2 pezzi a basso costo. Se il 7” andava bene era meno rischioso registrare e distribuire un album e i gruppi riuscivano a crearsi un seguito prima di avere fuori un album vero e proprio. L’idea delle 3P è valida anche perché è un modo per non essere dimenticati in questo mare di musica che circola oggi. C’è così tanta musica a disposizione praticamente gratis e dato che ci si sta indirizzando verso l’ascolto in streaming più che verso il download, diventa ancora più facile perdersi. Licenziare sempre nuova musica permette al pubblico di sapere che un gruppo è vivo e vegeto”.
La piega che ha preso la discussione mi porta a fare un’altra domanda “vintage” circa la resurrezione del vinile. Nonostante siano molto immersi dentro le nuove tecnologie, i due non tradiscono le mie aspettative. Voyno: “Non c’è dubbio che il vinile stia vivendo una sorta di rinascita, c’è un sacco di gente che rivuole i supporti fisici. Il vinile non è solo la risposta più ovvia ma chiaramente la migliore. L’audio è superiore, le foto sono più grandi e come acquirente di vinile ci si sente parte di un mondo esclusivo e di un modo diverso di ascoltare la musica. Il vinile è tornato per rimanere e direi che la situazione non può che migliorare col tempo”. Hoover si mostra ancora più entusiasta: “È un’ottima cosa il ritorno in grande stile del vinile. Molti appassionati di musica vogliono supportare i loro artisti preferiti anche con l’idea di dare maggiore valore ai soldi spesi per un disco in vinile rispetto a spendere meno per il download. Inoltre ci si sta accorgendo che l’ascolto di un disco su vinile è un’esperienza totale. Non si può passare da una traccia all’altra con facilità, bisogna ascoltare tutto il disco investendoci del tempo. Anch’io penso che la cover art di grande dimensione sia molto più affascinante e poi si sono i vinili colorati: il solo supporto è un’opera d’arte di per se”.
Pur avendo apprezzato molto l’onestà di Graham Jones che nel suo bel libro Il 33° giro – gloria e resistenza dei negozi di dischi parla del Record Store Day come di una manifestazione nata dal basso, temo che la grande industria discografica ci abbia messo più di uno zampino. Temo, cioè, il colpo di marketing in zona Cesarini. Hoover non è molto distante dalla mia posizione: “Il Record Store Day è un ottimo modo per diffondere il vinile e riunire i veri appassionati di musica. Penso che sia stato creato per promuovere i negozi indipendenti che stanno morendo a causa dei download digitali. Ovviamente tutte le etichette discografiche ne traggono benefici ma non è una cosa negativa anche se fosse solo una trovata di marketing. Non credo che questo salverà il music biz, lo trovo comunque un segnale positivo in un periodo storico nel quale le vendite dei dischi sono calate a picco”.
The New Rockstar Philosophy tratta una miriade di aspetti che le band dovrebbero prendere in considerazione, anche minuscoli: penso soltanto al consiglio di non dimenticare mai una lampada nel banchetto dei dischi durante i concerti. Tra questi l’aspetto forse determinate è la scelta del nome che deve rispecchiare esattamente la musica che si fa e quello che si vuole comunicare al pubblico. Allora chiedo di indicarmi 3 nomi di band nella storia della musica rock davvero azzeccati. Voyno: “1) The Clash: politica, rock, reggae, punk che si scontrano per dar vita ad una band sorprendente. 2) Brian Jonestown Massacre: canzoni psichedeliche, paurose, bizzarre e incredibili. 3) Rage Against The Machine: probabilmente nella storia il nome perfetto per una band perché capisci tutto quello che devi capire solo dal nome”. Hoover: “1. Radiohead: ragazzi così talentuosi dalle cui teste escono idee e musica in abbondanza. 2) Led Zeppelin: enorme e pesante. 3) The Rolling Stones: andare sempre avanti e avanti ancora”.

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Prima di concludere, trattandosi di un libro uscito in Italia in anteprima mondiale, mi pare d’obbligo chiedere se apprezzano qualcosa del rock indipendente del nostro Paese. Hoover: “Sì, ci piace molto questa grande band strumentale chiamata Calibro 35 nella quale suona Tommaso Colliva, il nostro “lettore” che ci ha scoperti e ha fatto sì che fossimo pubblicati in Italia. Tommaso ci ha anche fatto conoscere i Selton, una band che mi fa pensare a Beatles e Beach Boys in salsa italiana/brasiliana”.
Da buon provinciale un po’ di coccio, un po’ antisistemico a prescindere e un po’ romantico nell’accezione rivoluzionaria, mi pareva di aver capito che il messaggio del libro fosse quello di diventare indipendenti dalla case discografiche, di tornare ad essere padroni della propria musica e della propria carriera musicale. Insomma “intu ‘u culu” alle case discografiche, per dirla alla Cetto La Qualunque. Evidentemente ho capito poco e male. Voyno mi gela con nonchalance: “Il messaggio del libro è quello di diventare consapevoli della propria carriera e capire come sia possibile utilizzare gli strumenti di questa epoca digitale per raggiungere gli obiettivi prefissati. Se un’etichetta, indipendente o major che sia, può aiutare a raggiungere questi obiettivi, be’ bisogna sfruttarla usando qualsiasi mezzo.”
Pure Hoover mi ridimensiona ma aggiusta il tiro allargando gli orizzonti: “Sì e no. Il punto principale è la propria musica, l’avere il controllo su cosa si può fare e cosa no. Questo non significa necessariamente che bisogna essere soli. Una label può essere fondamentale per far crescere la consapevolezza della propria band e darle credibilità. È come per il nostro libro pubblicato da un editore indipendente senza il quale probabilmente non saremmo intervistati da te in questo momento. Il nostro accordo con l’editore è solo per questo libro, deteniamo ancora i diritti e lo abbiamo dato in licenza per un certo periodo in Italia. NdA ci aiuta ad ottenere più visibilità e siamo entrambi parte dei proventi delle vendite. Abbiamo ancora in controllo del nostro lavoro: NdA è il nostro partner, non il nostro padrone”.
Bene è qui che volevo arrivare. Si dice NdA e si legge Massimo Roccaforte. Il quarantenne meneghino boss della Società di distribuzione, nonché casa editrice, etichetta discografica e molto altro è un tipo che, come avrebbe detto la buonanima di mio nonno in dialetto stretto, ’npò ohde. Letteralmente “non ce la fa a godere”, ossia deve fare e fare e fare ancora. Tra le tante cose che fa e/o ha fatto c’è anche un cd-libro di un complessino di read’n’rock di cui faccio parte, e ciò svela il motivo della nostra conoscenza. A Massimo chiedo come e perché ha pubblicato il libro e cosa significa “prima edizione mondiale”: “Il libro esisteva già in versione pdf e lingua inglese sul blog degli autori. Tommaso Colliva si è appassionato al lavoro dei due blogger e l’ha tradotto e curato nella versione italiana insieme a Claudia Galal. Noi siamo intervenuti su loro richiesta nella parte editoriale e finale del lavoro. Inutile dirti che mi sono innamorato subito del libro. Mi ha illuminato da tutti i punti di vista, è un manuale pratico, molto saggio, adattabile a diversi contesti del lavoro culturale. Senso del proprio progetto, umiltà e capacità di adattarsi alle situazioni sono gli aspetti che mi hanno convinto di più. Lavorando con alcuni musicisti italiani, queste caratteristiche non le ho sempre trovate e ciò si è rivelato a volte un limite sia ai loro progetti che ai nostri”.
Detto senza perifrasi Tommaso Colliva e Claudia Galal hanno fatto un eccellente lavoro in fase di traduzione e soprattutto di adattamento alla realtà italiana senza alterare il testo originale. La parola finale a Claudia: “A parte le diversità linguistiche, ci sono alcune parti trattate nel libro non sovrapponibili alla realtà italiana, per esempio quella relativa ai diritti editoriali e alle royalty. Noi abbiamo scelto di tradurre tutto in maniera fedele, senza modificare né alterare il senso, ma adattando solo l’indispensabile alla nostra situazione. Siamo consapevoli dell’enorme differenza tra l’industria musicale americana e la nostra, ma ciò non vuol dire che The New Rockstar Philosophy non possa essere di grande aiuto ai musicisti italiani, anzi! Anche per questo motivo abbiamo deciso continuare sulla strada del libro puntando ad arricchirlo di esperienze relative al mercato indipendente italiano attraverso il blog sopravvivenzamusicale.com”.

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HOOVER e VOYNO vs ARISTOTELE
Mettere ordine, catalogare, stilare classifiche è uno sport che non conosce crisi, da Aristotele a Saviano passando per Nick Hornby. Uno sport sempre diffuso, in maniera più o meno patologica, tra coloro che vivono in mezzo ad una grande quantità di informazioni. Il vero appassionato di musica non musicista e l’archetipo, nell’accezione del padre degli scum rockers Filone di Alessandria, del categorizzatore maniacale. Il musicista, che come è noto non è un vero appassionato di musica, è invece di norma uno sfaccendato cronico che non riesce nemmeno a cambiare le corde della chitarra, figuriamoci a star dietro ai dettagli per diventare una rockstar. Ecco allora che all’italico musico possono essere davvero utili alcuni consigli di Hoover e Voyno. Per la precisione 10, prendendo a prestito le famose categorie di quel’amabile peripatetico di Aristotele.

La sostanza
La sicurezza del cachet a fine serata è una sensazione rassicurante, perciò cercate di avere accordi scritti… un accordo che preveda in parte un cachet fisso e in parte una percentuale sull’incasso potrebbe essere una buona soluzione.
La qualità
Nasce prima l’uovo o la gallina? Vi cattura prima la musica o le parole?… nelle grandi canzoni è il perfetto matrimonio delle due a fare la magia… Light My Fire è l’essenza dei Doors. È sexy, misteriosa, rock e lisergica al tempo stesso.
La quantità
Non prendiamoci in giro: provare una volta a settimana non aiuterà molto la vostra band. Se volete avere una carriera seria e duratura, sapete già che dovete provare il più possibile. Mettiamo che vi vediate con la vostra band due volte alla settimana per due ore. Sono quattro ore la settimana, sedici ore al mese. Aggiungendo anche solo una jam alla settimana, arriverete a ventiquattro ore… i Beatles suonavano sei set ogni sera, sette giorni alla settimana durante il loro periodo ad Amburgo, ben prima di arrivare in America. E voi?
La relazione
Oltre ad essere musicisti talentuosi, è necessario che tutti siano mediamente disponibili e “affezionati alla maglia”. Se non avete i compagni giusti perdete solo tempo.
Il dove
Nel nuovo mercato della musica il punto non è semplicemente essere in rete, ma dove spendete il vostro tempo in rete… per molte band emergenti è molto più semplice, economico e produttivo usare gli strumenti gratuiti (Facebook, Twitter, Bandcamp, YouTube, MailChip) piuttosto che avventurarsi nella realizzazione di un proprio sito web… frequentando un maggior numero di network, sarà molto più facile trovarvi su Google. Naturalmente non dovete impazzire per tenerli tutti continuamente aggiornati, ma conviene concentrarsi su 3-5 siti.
Il quando
Stabilire un obiettivo ha l’enorme pregio di mettervi fretta. Se volete che il vostro singolo sia recensito da più di cinque giornalisti, datevi da fare… suddividere il vostro grande sogno in piccole parti è un ottimo modo per procedere… iniziate sezionando il sogno in periodi di sei mesi. Sei mesi è un periodo sufficiente per raggiungere obiettivi significativi, ma non lungo abbastanza da farvi perdere concentrazione ed entusiasmo. Esempio di obiettivo a 6 mesi: – registrare e pubblicare un EP; – stabilire e coltivare relazioni con altre dieci band in cinque città diverse; – fare parlare della band in queste cinque città; – tenere concerti in almeno tre delle cinque città.
Il giacere
Fare musica a tempo pieno non è certo una cosa per deboli di cuore, perciò è opportuno porsi alcune domande fondamentali. Innanzitutto, vi siete mai chiesti perché avete intrapreso questo percorso? Volete la fama, v’interessano le ragazze, la droga e le feste oppure lo fate per i soldi?
L’avere
Costruirsi il proprio studio può essere non solo un modo per registrare qualsiasi cosa vogliate, ma può anche diventare una buona fonte di autofinanziamento… se avete già un po’ di materiale per registrare, come un mixer, qualche microfono, ecc., siete già sulla buona strada…
L’agire
A volte è necessario licenziare… siate onesti con le persone che licenziate. Siete amici, ma la musica è il vostro sogno, quindi non lasciate che ci sia qualcosa o qualcuno che vi frena.
Il subire
Twitter non significa far ingoiare a forza i vostri prodotti alle persone, ma stabilire delle connessioni… per partire tre tweet al giorno sono tutto quello di cui avete bisogno per mantenere relazioni continue con la vostra fan base.

cover libro The New Rockstar Philosophy

HOOVER / VOYNO
The New Rockstar Philosophy
(NdA Press, pp. 160, € 12)

Il sottotitolo recita “manuale di autoaiuto per musicisti”. Ed è la pura verità. Che si tratti poi di un manuale davvero utile non ve lo dico solo io, lo spiega bene nell’introduzione uno col mio stesso nome di battesimo ma molto più “titolato” di me perché, fra uno scatarro e l’altro sui giovani, la vita del musicista la vive sulla propria pelle. The New Rockstar Philosophy è uno di quei libri che di primo acchito pensi che avresti potuto scriverlo pure tu; e pensandoci questo è un pregio non da poco. Un bignami di consigli pratici per i musicisti al fine di farli rimanere a galla, e magari pure sfondare, in una situazione nuova nella quale non esistono più negozi di dischi, le etichette indie stanno spegnendosi come vecchie lampadine, le major sono alla frutta e bla bla bla.
Una situazione “drammatica” per certi versi, ma anche foriera di nuove opportunità che vanno innanzi tutto comprese, poi domate e infine sfruttate. Gli autori non si perdono in sterili elucubrazioni, non divagano, sono pragmatici e diretti con invidiabile lucidità. Passano in rassegna le relazioni tra i componenti della band, i risvolti legati all’immagine e all’identità di un artista, i rapporti col pubblico, gli aspetti tecnici in sala di registrazione, la produzione di merchandising, le royalty, l’organizzazione di tour, i “misteri” delle edizioni e licenze musicali. E ancora le strategie on line, il corretto utilizzo delle mailing list, dei blog, di Facebook, Twitter, YouTube. Per non far perdere le fila, alla fine di ognuno dei 30 capitoli inseriscono anche un pratico take away allo scopo letterale di “prendere e portare a casa” i loro consigli.
Chi suona, a qualunque livello, farebbe bene a procurarsene una copia.

Il pezzo/speciale che i più curiosi hanno letto fino in fondo è stato pubblicato su RUMORE #238 di gennaio 2012.

TY SEGALL – dal garage-punk al Dio chiamato Neil Young

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Ha solo ventitre anni e se la matematica non è un opinione ne aveva appena diciassette quando nel 2005 incise l’EP Evil Robots con la sua prima band chiamata Epsilons. Sto parlando di Ty Segall, il biondino di San Francisco dalla faccia pulita che da queste parti seguiamo con attenzione da quando, nel 2007, l’italiana Goodbye Boozy ha dato alle stampe lo split 7” tra i Primate V ed i Traditional Fools di cui Ty era il cantante-chitarrista. La puntina sui solchi di quel vinilino nero come la pece scintillava primitivo garage-punk in bassa fedeltà, che dopo pochi secondi divampava in un incendio crampsiano in piena regola. Un incendio appiccato da giovincelli californiani a metà strada tra surfisti albini, skater dinoccolati e nerd all’ultimo stadio.
L’anno successivo Ty ha avviato la carriera in proprio con il 45 giri Skin, sempre sulla micro label di casa nostra. Di lì in poi non si è più fermato. Prolifico come un coniglio con la bandana, negli ultimi tre anni ha pubblicato una decina di 7” e quasi altrettanti full length tra dischi ufficiali, split album, cassette e live. Tutti urgenti, straordinariamente approssimativi, cotti e mangiati in poche ore, figli di quel lo-fi buono che solo gli americani sanno fare.
Tutti tranne l’ultimo Goodbye Bread di cui vi racconterà più approfonditamente il direttore. Vi anticipo soltanto che si tratta di un album meno furioso dei precedenti, ma ancora abrasivo e storto, incentrato di più sulle canzoni e con una maggiore attenzione ai testi. Quando lo contatto Ty è alle prese con un lungo tour europeo che purtroppo non toccherà l’Italia. Rompo il ghiaccio chiedendogli proprio se non teme che i fan possano storcere il naso di fronte alla sua svolta, per così dire, cantautorale: “Spero che la gente apprezzi il cambiamento, per me si tratta semplicemente del disco che avevo bisogno di fare… volevo staccare un po’ dal fare musica troppo aggressiva come in passato. Sai, a volte questa aggressività ti prende male. Quando finisci un live, ad esempio, stai giù di brutto, ti senti a terra: spesso ci metto tutto me stesso per non staccarmi dalle emozioni che la musica mi trasmette. Mi fa piacere che l’abbia notato perché su questo album ho lavorato tantissimo sui testi e spero che anche gli ascoltatori se ne accorgano.
Ty Segall è uno che la gavetta l’ha fatta sul serio, partendo dal basso con minuscole label come Goodbye Boozy, Castle Face, Wizard Mountain, Chocolate Covered, per poi approdare alla rispettata Goner ed ora alla “grande” indipendente Drag City. Un percorso tanto lineare quanto naturale di cui, immagino, sia soddisfatto: “Yes Sir!. Sono molto felice di come sono andate le cose. Tutti quelli con cui ho avuto il piacere di lavorare in questi anni sono stati fantastici, non cambierei una virgola di quello che ho fatto e che sto facendo ora.

Ty Segall

Solo gli sciocchi coi paraocchi possono pensare che l’abbassamento di toni e decibel in Goodbye Bread sia una sorta di tradimento perché, a ben vedere, non si tratta di un passo così inaspettato, piuttosto del passo verso la definitiva maturità. Nonostante i suoi esordi garage-punk decisamente cessofonici, Ty ha sempre tenuto alla forma canzone ed ha più volte dichiarato di essere cresciuto a pane e classic rock, soprattutto Cream e Black Sabbath, con una madre artista in fissa per Mötley Crüe e Guns n’Roses, per poi appassionarsi nell’adolescenza all’hardcore-punk degli ’80 e al garage psichedelico che si respirava in città. Per la cronaca il padre è un avvocato tutto d’un pezzo e lui pare non fosse granché socievole prima di andare al College e laurearsi in Scienze della Comunicazione all’Università di San Francisco. Un tipo timido e regolare, con il coraggio di dichiarare candidamente che ancora oggi la sua maggiore aspirazione è quella di essere una “persona normale”.
Un ventenne come tanti, partito dal punk e caduto in seguito nella rete dei cantautori con la C maiuscola, Bob Dylan, lo zio Tom Waits e soprattutto Neil Young, di cui dà un giudizio lapidario e definitivo: “Gli artisti che hai citato hanno avuto una grande influenza su di me, su tutti Neil Young … Neil Young è Dio!”. Se Neil Young è Dio non è poi così blasfemo ritenere Jay Reatard, a cui in molti lo abbiamo paragonato, Gesù Cristo: “Anche la musica di Jay Reatard mi ha influenzato molto ma onestamente non vedo tutte queste similitudini, tuttavia è un onore essere paragonato a lui. Purtroppo non ho avuto modo di conoscere Jay prima della sua morte.
Come molti della sua generazione invischiati nella nuova esplosione garage, anche Ty Segall ha l’endemica propensione per le collaborazioni più disparate. Su tutte è da citare quella con l’amico Mikal Cronin dei (Charlie and the) Moonhearts, con cui ha firmato un grande album a doppio nome (Reverse Shark Attack su Kill Shaman), per non dimenticare la breve parentesi nel 2008 coi Party Fowl, scombiccherata macchina da rally dalla carrozzeria garage e il motore hardcore, che vedeva Ty dietro i tamburi: “Io e Mikal abbiamo in mente di registrare questa estate un altro album che uscirà su Goner: sarà un concept fuori di testa, ne sono molto entusiasta. Inoltre la In The Red ristamperà Reverse Shark Attack all’inizio del prossimo anno. Purtroppo ho da darti brutte notizie sui Party Fowl perché il gruppo non esiste più.
Dato che gli Oh Sees fanno bella mostra su queste stesse pagine, lo congedo chiedendogli quali sono i suoi rapporti con John Dwyer e, più in generale, che aria si respira nella florida scena di San Francisco: “John Dwyer è come un fratello maggiore per me e lo stesso vale per Mike Donovan dei Sic Alps. La scena di San Francisco è come una grande famiglia allargata, mi sento estremamente fortunato di farne parte. Tra le nuove band cittadine vi consiglio di prestare attenzione ai Royal Baths.
I tre giovani cessi reali, con all’attivo un paio di singoli e l’ipnotico album Litanies su Woodsist, sono portatori sani di una cupa psichedelia garage, vagamente somigliante ai Velvet Underground. Bella dritta, Ty, li cercheremo.

Il pezzo che avete appena letto è stato pubblicato su RUMORE #233 di luglio-agosto 2011.

Cani cantanti, etichette primitive e babbi natale appesi ai balconi

Come tutte le piccole Regioni di frontiera, a cavallo tra sud e nord, il nostro Abruzzo (forte e gentile, paesani… non scordiamolo!) è sempre stato in balia delle mode musicali alternative. Lasciando da parte i generi “strutturati” tipo metal e hardcore o realtà oramai ben definite (alcuni promoter, etichette e gruppi storici), per il resto sembra di essere sempre in equilibrio precario su un Tagadà, vale a dire sballottati da una sponda all’altra e risucchiati dal genere che tira. Con tutto il rispetto che posso avere per giovani rocker che ci danno dentro su un palco, è mai possibile che siamo più conosciuti per le cover band di Franz Ferdinand e Strokes piuttosto che per gruppi di base con un repertorio originale? Ciò dovrebbe farci pensare, a tutti i livelli: appassionati, scribacchini, musicisti, promoter, gestori di locali. Poi, magari, organizzare un incontro, inginocchiarci in circolo e frustarci vicendevolmente fino a procurarci piaghe sulla schiena. In attesa di sapere data e luogo di questa penitenza collet(alterna)tiva, sarebbe opportuno andare a scovare quei gruppi e gruppetti che se ne infischiano delle mode del momento e vanno avanti a testa bassa senza fare compromessi con la propria anima. Per esempio approfondire la conoscenza di Alessio Cretoni e dei suoi Singing Dogs, band di “punk” molto virgolettato, dotata di arrembante furia iconoclasta targata ’77 a mollo in una pozzanghera di bassa fedeltà, mentre un temporale bluesy rende l’acqua ancor più torbida.

 

Alessio - Singing Dogs

Incontro Alessio a casa sua, ad Alba Adriatica, durante un pomeriggio pre-natalizio infestato da luminarie di cattivo gusto ed una pletora di orribili babbi natale appesi ai balconi. Fuori fa un freddo che squarcia le nocche delle mani, dentro un caldo simil africano rende paonazzi all’istante. In sala noto una specie di volta rivestita di legno tipo baita di montagna. Strano. E pensare che siamo a meno di cento metri dal mare! Nonostante conosca Alessio da un po’, non ho la più pallida idea di quanti anni abbia e di come sia rimasto invischiato nelle pieghe più nascoste del punk’n’roll. “Ho 31 anni, ma puoi scrivere 22 che fa più giovane!” Le mie gote infuocate si gonfiano dal ridere. “Da adolescente ho iniziato ad ascoltare i Sex Pistols che mi hanno fatto scoprire certi suoni per la prima volta, cambiandomi la vita… da lì sono passato a Ramones, Clash, insomma ai classici gruppi punk… poi, durante i pomeriggi passati a casa di Gabriele (il boss della Goodbye Boozy Recs, ndi) ho scoperto i Rip Offs, i Mummies di cui conservo gelosamente i singoli. Parliamo di 10 anni fa quando ancora non si usavano le e-mail e si aspettavano le lettere cartacee, i pezzi di carta… per dire, quando è uscito il nostro primo 7”, la Ken Rock m’ha mandato una lettera scritta sul retro copertina di un disco dei Take That: sui volti della boy band c’erano disegnati i baffetti alla Hitler.

Trovandoci ad uno sputo dal negozio di dischi Erre Disco Effe, che per il sottoscritto ha rappresentato nella seconda metà degli ‘80 la prima educazione musicale, chiedo se anche Alessio si è fatto le ossa in quel meraviglioso punto di ritrovo del rock obliquo. “Ero troppo piccolo allora… quando ho iniziato a frequentare il negozio Rino (uno dei commessi con più cultura musicale del pianeta, ndi) se ne era già andato, ma ho respirato un po’ quella aria tra cugini, fratelli e amici più grandi appassionati della scena dark tipo Joy Division e Throbbing Gristle. Tuttavia mi sono fatto le ossa più a Giulianova dove c’erano dei ragazzi con i miei stessi gusti. Nei primi anni ’90 ho formato un gruppo assieme a Luigi dei Transex, che cantava in italiano, ci chiamavamo Marzapunk. Poi a metà anni ‘90 ci sono stati i Creptones, due chitarre e una ragazza di Alba alla batteria, eravamo totalmente incapaci di suonare.

I Singing Dogs sono nati nel 2000 e le cose si sono fatte un po’ più serie, solo un po’ in verità. Prima che scoppiasse a livello planetario la moda dei duo, trainata dai White Stripes, nella profondissima provincia dell’impero due ragazzi come tanti stavano precorrendo i tempi senza saperlo, almeno in Italia. “Il nome lo abbiamo preso dai New Bomb Turks che, all’uscita del loro primo disco “!!Destroy-Oh-Boy!!”, si definirono appunto Singing Dogs… quella definizione mi piacque subito… abbiamo iniziato come duo, ispirandoci soprattutto agli Oblivians e ai gruppi della Rip Off Records come The Statics. Ai tempi non conoscevo neanche i Bassholes (immenso duo americano che ha influenzato i White Stripes, ndi), la scelta di rimanere in due è stata una necessità non una scelta, chiunque provavamo non andava bene.

 

Singing Dogs

Chiudersi in un garage a rigirare come un calzino cinquant’anni di r’n’r ha dato i suoi frutti. Evidentemente, seppur sgualcita all’inverosimile, la stoffa c’era. In meno di due anni i Singing Dogs hanno pubblicato quattro 45 giri per le migliori etichette di genere europee.Registrammo il primo demo con otto pezzi, quattro sono andati a finire sul singolo della svedese Ken Rock… ero felicissimo, quasi da non crederci. Come ti dicevo prima, comunicavamo ancora tramite lettera quindi i tempi sono stati più lunghi di ora che con internet e myspace è tutto più immediato. Dopo circa un mese dall’uscita del singolo mi chiamò il tipo dell’etichetta tedesca P.Trash che era interessato a farci un singolo. Gli altri 4 pezzi del demo sono finiti appunto sul nostro secondo singolo edito dalla label tedesca. Poi è stata una catena… mi ha contattato la Lo-Fi Records su cui è uscito il nostro terzo singolo e poi il nostro quarto e ultimo singolo ancora con la P.Trash. Gli ultimi due 7 pollici li abbiamo fatti come trio, perché nel frattempo avevamo trovato un bassista. Pensa che la P.Trash voleva farci fare un LP però all’epoca non avevamo i pezzi pronti, il bassista era uscito dalla band e così via. I nuovi pezzi registrati non ci soddisfacevano perché gli studi di registrazione quaggiù tendono a fare cose troppo professionali, che non servono specialmente per un gruppo come il nostro.

Nel 2004, proprio nel momento più favorevole, i Singing Dogs sono andati in stand by. E ciò la dice lunga sull’attitudine del gruppo. “Dopo l’ultimo singolo abbiamo provato con un altro chitarrista… addirittura il batterista, Gabriele, s’è messo al basso e abbiamo inserito un nuovo batterista ma non è andata… è un fatto di attitudine, se si perde lo spirito iniziale non ti obbliga nessuno a continuare: questi sono stati i motivi dello stop. Da un po’ abbiamo ripreso io e Gabriele dicendo “vaffanculo”, abbiamo iniziato in due e così possiamo continuare. Come all’inizio è una necessità non una scelta. Faccio per dire: se trovassimo una ragazza che viene a cantare, lascerei senz’altro il microfono a lei, oppure una bassista, magari! A fine novembre abbiamo suonato a Bologna, il primo febbraio suoneremo all’Orange di Pescara, insomma siamo di nuovo attivi a tutti gli effetti. Non abbiamo intenzione di registrare nuovo materiale a breve, adesso ci interessa provare e suonare il più possibile.

La rinascita dei Cani Cantanti è coincisa con la creazione dell’etichetta discografica Primitive Records, a dimostrazione che quando si vende l’anima ad un diavolo vestito di pelle nera e col ghigno di Screamin’ Jay Hawkins stampato in faccia, è alquanto difficile riaverla indietro. AA.VV. Sick of Being SickIl primo e finora unico parto discografico griffato Primitive è il long playing “Sick of Being Sick”, album in rigoroso vinile che raccoglie il meglio/peggio del trash-garage-punk-rock and roll italico. “L’etichetta l’ho messa su assieme ad un mio amico di Giulianova che lavora e vive a Bologna. Io avevo ripreso a suonare, lui per un periodo è tornato quaggiù, ci siamo rincontrati e, non avendo nulla da fare, c’è venuta in mente questa pazzia. L’idea è quella delle autoproduzioni di primi anni ’80, delle compilation Killed By Death, di dare voce alla Blank Generation (chi bazzica il punk capirà!, ndi). Nella gestione ci siamo divisi i compiti: io mi occupo più della distribuzione, lui dei suoni e della parte legale… volevamo semplicemente fare una cosa che parlasse di noi, non ci interessava un’etichetta classica, tant’è che i distributori ci stanno chiedendo quali saranno le prossime uscite ma noi non sappiamo se e quando uscirà il secondo volume. Oltre che nei Singing Dogs suono anche negli Yobs e nei Gang of Saints, band nate e morte in brevissimo tempo… ci sono molti gruppi dell’area bolognese come Tunas, Signorine Taytituc, Jack & The Themselves perché il mio socio ha contatti lassù. Per il resto abbiamo semplicemente scelto i gruppi che ci piacciono, senza criteri particolari, prediligendo chi aveva fatto poco o era ingiustamente poco considerato, ad ogni band abbiamo chiesto due pezzi inediti proprio per avere un margine di scelta… i miei preferiti sono Tunas, Movie Star Junkies e il folle one man band veneto Wasted Pido.

Nel 2007, in occasione del trentennale del punk, sono uscite nel Belpaese un altro paio di compilation a tema. Dischi certamente validi, ma su cui incombe l’ombra del grande fratello marketing. Non è il caso di “Sick of Being Sick” che, a ben vedere, si chiude proprio con un pezzo dell’ospite Sonny Vincent: un vero eroe del punk americano degli anni ’70 che ha collaborato con membri di Velvet Underground, Stooges, Sonic Youth, Damned, Television e pochi anni fa, si è tolto lo sfizio di incidere un disco con un tal Jimmy Page. “Che la compilation sia uscita a 30 anni dalla nascita del punk è solo una coincidenza, non c’è stato nulla di studiato. Soltanto sul titolo abbiamo ragionato un po’, “Nauseato di essere nauseato” riflette la realtà nella quale viviamo, volevamo dare risalto a gruppi validi che si disinteressano totalmente del commercio e del consenso a tutti i costi… Sonny Vincent ne è un esempio, lo abbiamo sempre stimato così abbiamo provato a contattarlo tramite myspace: lui è un grande, nell’arco di una settimana ci ha mandato due pezzi e un pacco di sue vecchie foto, mentre alcuni gruppi italiani se la sono tirata… pazzesco!

La chiacchierata volge al termine. Mi abbottono l’Eskimo fin sotto al mento nella speranza di non ritrovare due pinguini appollaiati nella mia vecchia Toyota e chiedo ad Alessio come si sta nella nicchia della nicchia, per di più in un posto di provincia come questo. La sua lapidaria risposta la sottoscrivo in pieno, alla faccia di tutti gli pseudo artisti locali che ritengono frustrante per la loro (presunta) attività culturale vivere nella terra del parrozzo e degli arrosticini. “Si sta bene… la vivo come una cosa positiva perché, non avendo tutti ‘sti gran svaghi, ti puoi concentrare sulle tue cose senza problemi. E poi i Singing Dogs così come l’etichetta sono nati e vanno avanti per puro piacere, non sono le priorità delle nostre vite. A noi ha spinto la noia, e va bene così.

Intervista pubblicata sulla rivista abruzzese Mente Locale #6, gennaio 2008.

Il nuovo-vecchio rock italiano dei Diaframma: una serata con Federico Fiumani, l’ultimo dei mohicani!

 

Federico Fiumani 1 Wake Up

Tornare a parlare su questo blog di Federico Fiumani dà la misura della mia sconfinata passione-dipendenza per i Diaframma. Ma ne torno a parlare molto volentieri anche per un altro motivo, vale a dire per unirmi gioiosamente al coro di quegli scribacchini musicali che oggi paiono non “vergognarsi” più di questa loro passione per troppo tempo nascosta: a dire il vero io non me ne sono mai vergognato, al contrario l’ho sempre sventolata anche quando uno scemotto della scenetta punk tricolore, una sera di qualche anno fa, mi urlò in faccia che era ora che quel vecchio sul palco la facesse finita, e io mi allontanai evitando saggiamente di assestargli un cazzotto sul suo bel nasino da coglione in All Star. Ma torniamo a noi… dovete infatti sapere che, dalla seconda metà dei ’90, i dischi dei Diaframma sono passati quasi tutti sotto un vergognoso silenzio. Ora, complice la nuda e cruda autobiografia di Fiumani, Brindando coi demoni edita da Coniglio Editore, pare che tutti vogliano recuperare il tempo perso ad esaltare potenziali, fumose next big thing persesi dopo il primo disco. La paginata de Il Mucchio, gli specialoni su Rumore e Rockstar ne sono la prova. Bene, bene così. Seppur con colpevole ritardo a Cesare è stato dato ciò che gli spettava. E allora m’inserisco anch’io riproponendovi il pezzo-intervista pubblicato su Mente Locale # 4, uscito a giugno 2007. Le foto sono di The Flying Dutchman. Buona lettura.

Quando ci si sceglie l’insano hobby di pennivendolo del rock and roll e si scribacchia di musica con una certa regolarità si è sottoposti spessissimo alla fatidica domanda: “Qual è il tuo gruppo preferito?” La risposta non è affatto immediata. E nemmeno semplice. Io ho tergiversato per anni. Oggi una mezza risposta l’ho trovata: “Diaframma”. Il perché è presto detto. Posseggo tutti i dischi della band fiorentina. Fino a Non è tardi in vinile, da lì in poi l’industria discografica mi ha obbligato a prendere i cd. Quando Fiumani sforna qualcosa di nuovo vado in fibrillazione. Se non riesco a recuperare il manufatto musicale aumma aumma, metto mano al portafogli con molto piacere. Questo è quanto. Federico Fiumani l’ho conosciuto esattamente un anno fa, Continue reading