Space rock, talento e paraculaggine

THE LAZY EYES – Songbook (Autoproduzione)

Estetica giocosa, palloncini colorati, sorrisi impiantati su quattro belle facce pulite. I figliocci dichiarati di Tame Impala e King Gizzard & the Lizard Wizard ammollano lo space rock dentro ettolitri di limonata. Non possono che evaporare, letteralmente evaporare, melodie avvolgenti spesso sostenute da riff ipnotici che mantengono una commestibilità per qualsiasi palato.

Quando si maneggiano ingredienti del genere le bucce di banana sono dietro l’angolo… e, insomma, è un attimo scivolare o far cazzate. Qui tutto è al posto giusto, ben bilanciato, armonico. Dalla sabbia a granelli fini fini di Tangerine, al groove duro ma mai ostico di Fuzz Jam addolcito letalmente per i diabetici da una voce che più carezzevole non si può.

Nei Lazy Eyes talento e paraculaggine vanno a braccetto dal primo all’ultimo pezzo. Lo si percepisce soprattutto quando i ragazzi di Sydney cavalcano le nuvole in modalità ultra pop con leggere armonizzazioni che fanno tanto Beatles per millennials e centennials: penso a Starting Over, Nobody Taught Me e Imaginary Girl.

Al netto di quanto appena sostenuto va detto – e sottolineato con forza – che la psichedelia amica non fa mai male. Inoltre è quantomeno apprezzabile che tutto questo sia autoprodotto su vinile, cd e persino cassetta.

NEUTRALS: il fantastico mondo di bugie post punk

NEUTRALS – Bus Stop Nights EP (Static Shock)

Terry Malts, Magic Bullets, Airfix Kits, Cocktails, Giant Haystacks. Come si dice dalle mie parti, “fa prova” se conosciamo solo un paio di questi gruppi che hanno schierato nelle loro fila i componenti dei Neutrals: ennesima piccola-grande band DIY da amore al primo ascolto per chi, come me, piazza sui gradini più alti del proprio podio musicale il post punk e il power pop storto di matrice indie.

Il trio di Oakland si supera nell’abbagliante Gary Borthwick Says che ha un andamento super catchy (scusate ma non trovo un corrispettivo così potente in italiano), all’incrocio tra Fall e Undertones. Il cantante chitarrista Allan McNaughton si è trasferito a San Francisco nel 1995 ma è originario di Glasgow, l’accento non tradisce, e in un modo o nell’altro Shop Assistants, Josef K e Vaselines sono nel suo dna.

A proposito di Gary Borthwick mi ha detto Allan: “Non è una persona reale ma rappresenta un certo tipo di personaggio che vive in un mondo fantastico di bugie!”. La sezione ritmica dei due Phil (Benson e Lantz) è 100% California al crepuscolo. Il risultato sono quattro pezzi scritti benissimo da gente che ha interiorizzato la lezione di Hüsker Dü e Agent Orange per poi riscoprire il movimento C86 solo dopo, molto dopo, in età giusta… se non mi credete sulla parola, chiudete gli occhi e fatevi sorprendere dal fragrante aroma Wedding Presents della title track.

Per me singolo dell’anno. Senza se e senza ma.

Una versione più sintetica di questa pur breve recensione è stata pubblicata su RUMORE di maggio col voto 82/100. A distanza di qualche mese, e più di qualche ascolto, porterei il voto a 85/100. Almeno.

Cazzo all right! Andrew Moszynski e Chad Ross ancora ai controlli della cometa

In uno degli ultimi numeri di Sotto Terra intitolai la mia colonnina di recensioni “Volevo una casetta in Canadà”. Il pezzo attaccava così: “Con i suoi 80.000 abitanti di origine abruzzese Toronto è di fatto la seconda città dell’Abruzzo a un’incollatura da Pescara. Io stesso, che sono di Teramo, ho diversi parenti laggiù: ricordo che un’estate venne a trovarci una cugina di mia madre, s’affittò un’orribile Lancia Trevi e in uno slang assurdo chiese dove poteva parkare lu car. Forse per questo il Canada m’è sempre piaciuto. A casa ho più dischi di gruppi canadesi che inglesi”. Aggiungo che questa cugina di mia madre si chiama Marilena e faceva sganasciare quando ordinava il suo cono gelato al limone giornaliero prorompendo in un liberatorio “cazzo all right!”.

La colorita esclamazione la voglio dedicare a due tizi di Toronto, temo sconosciuti ai più, che si chiamano Andrew Moszynski e Chad Ross. Nella seconda metà degli anni ’90 hanno messo su quell’incredibile macchina da guerra garage rock dalle marcate tinte R&B chiamata The Deadly Snakes dove Chad si divideva tra chitarra, basso e mandolino, mentre Andrew percuoteva le pelli non disdegnando di dare il suo contributo alla terza chitarra. La loro laison musicale ha basi solide, insomma, rinsaldate nella breve ma efficacissima esperienza dei Quest For Fire con i quali hanno pubblicato due album tra il 2009 e il 2010 per Tee Pee Records.

Sempre sotto l’ombrello della storica etichetta newyorkese hanno continuato a sondare gli spazi celesti calpestando il terriccio psichedelico a nome Comet Control. Due album tra il 2014 e il 2016, poi uno stop durato quasi 6 anni. L’estate scorsa sono tornati e io, che di base sono un vecchio sognatore, ho subito pensato ai due professori dell’Università della Pennsylvania che nello stesso periodo hanno scoperto 2014 UN271, l’asteroide di una larghezza stimata tra i 100 e 200 km diretto a tutta velocità verso il sole. Ecco Inside The Sun è quella roba lì. Però senza fretta. Ok, l’iniziale Keep On Spinnin’ coi suoi 7 minuti ci catapulta dentro un vortice cinetico di heavy psych rock dalla progressione motorik e riff ipnotici che aprono come una mela la foschia shoegaze. Giusto il tempo di domare l’onda (Welcome To The Wave) che torna il super groove in groppa allo stoner adrenalinico di Secret Life. Ma fa caldo, dentro al sole. E il fuzz in punta di merletto prende il sopravvento nella ballata lunare Good Day To Say Goodbay. Così come la morbida, elegante, orchestrata grazia beatlesiana s’insinua nella conclusiva The Deserter.

Io e Andrew abbiamo deciso di scrivere e registrare il disco da soli. La maggior parte di quello che senti è stato eseguito da noi”, dice il cantante Chad Ross. Il controllo della cometa è ancora una questione a due. Questo è chiaro. Tuttavia è giusto ricordare anche la bassista Nicole Howell, il batterista Marco Moniz, il tastierista Jay Lemak e l’etereo violino di Sophie Trudeau dei Godspeed You Black Emperor.

 

Del perdere pezzi e ritrovarli dentro due piccoli dischi

Sono stati pubblicati diversi mesi fa. Zöe dei NIGHTSHIFT a fine febbraio, What’s Growing dei WURLD SERIES a metà marzo. Come al solito non sto sul pezzo, piuttosto li perdo i pezzi. Questi due piccoli album li ho scoperti solo in estate. Per caso. Girovagando su Bandcamp. E me li sono gustati in cuffia, sotto l’ombrellone, mentre vedevo scivolare passivamente ciabatte e piedi nudi sulla passerella in cemento che porta al mare.

Mi sento anche un po’ in colpa perché entrambi gli album sono stati scelta del mese nel boxino “Indie” di Arturo Compagnoni su Rumore. Una mia lettura fissa, per fiducia nei confronti di Arturo e pure perché siamo dirimpettai. Ma, come dicevo, sto perdendo colpi. Sarà la pandemia, la galoppante miopia, l’aver deviato sovente dalla sharia (leggasi retta via). Sia quel che sia, questi album qui sono stati proprio una gran bella compagnia.

Un viaggio onirico quello del combo di Glasgow tra sperimentazione, post punk, indie kraut morbido e ipnotico. Orange Juice e This Heat. Ok. Ma anche Sugarcubes, almeno nella mia testa. Degli Sugarcubes saggi e pacificati che si riformano 30 anni dopo per andare in tour sulla luna. Un piccolo miracolo l’arrivo della chitarrista, cantante e clarinettista Georgia Harris mentre la band stava scrivendo Zöe. Come sono miracolosi il basso rotondo di Fences, i sintetizzatori siderali e i droni di Outta Space e Power Cut, le voci piene di grazia che riempiono Infinity Winner, la sezione ritmica pulsante di Romantic Mud e della title track. Inedite delicatezze arty per le mie orecchie foderate d’amianto. Ma al cospetto di un’eleganza così minimalista e misurata è facile capitolare.

Altra storia quella dei Wurld Series di Luke Towart che una decina d’anni fa ha piantato baracca e burattini e dal natio Lancashire si è trasferito a Christchurch, Nuova Zelanda. Uno più uno di solito fa due. In questo caso il lirismo folky britannico si è compenetrato con il suono sghembo di marca Flying Nun. In mezzo il meglio dell’indie rock dinoccolato ma non troppo degli anni ’90: dai sempreverdi Pavement ai Superchunk, passando per i Weezer in rotta sulle Hawaii nel fulmineo chitarrismo di neanche un minuto e mezzo Grey Man.

È bello perdere pezzi e poi ritrovarli dentro due piccoli dischi. Sì, è proprio bello.

THE HECK – stile e ferocia del garage punk sonico

Il 7 maggio uscirà su Soundflat Heck Yeah!!, il nuovo album degli olandesi The Heck, che ho avuto la fortuna di ascoltare in anteprima: ed è una bomba. Così mi è tornata in mente la breve chiacchierata con il cantante-chitarrista Henri Sulmann finita su Rumore di settembre 2020.

Non occorre tornare indietro fino agli Outsiders per parlare di dutch garage rock. Due dei più interessanti gruppi garage contemporanei arrivano proprio dall’Olanda: mi riferisco a E.T. Explore Me e agli Heck di Henri Sulmann, il trentottenne consulente finanziario del nord est dei Paesi Bassi, a uno sputo dalla Bassa Sassonia, che negli ultimi 15 anni ha fatto pratica con No-Goods, Miracle Men e De Keefmen. Dal 2017 Henri guida l’incendiario power trio con la divisa d’ordinanza da cameriere Sixties. Uno stile vintage che va di pari passo con la ferocia sonica ben distribuita nel primo album Who?, pubblicato nel 2019 dalla Dirty Water, e nei due singoli che anticipano il nuovo album in uscita a primavera sulla tedesca Soundflat.


“Il nostro ultimo singolo Shit On The Radio è un atto d’accusa contro l’attuale sistema radiofonico olandese”, mi dice Henri, “dove passano sempre gli stessi artisti paludati 24 ore al giorno. Nemmeno un’ora alla settimana è dedicata a gruppi più piccoli, e non parlo solo di Sixties garage ma anche di hip hop. Fa male l’idea che tutto debba adattarsi al formato radio”.
Anche perché quello degli Heck non è un garage vetusto e derivativo tout court. I tre prendono a morsi la modernità e shakerano melodia indie, facendosi guidare dalle buone vibrazioni del passato. Il bassista René Katerbarg suona un vecchio quattro corde Crucianelli, Henri imbraccia una Eko 500 del 1962: “Adoro il suono caratteristico delle chitarre vintage. Questa Eko mi ha rapito immediatamente e poi ha un aspetto fantastico con tutti quei bottoni e la finitura gold glitter. Nei live porto un’altra chitarra italiana, una vecchia Welson color red sparkle”.