Brindando coi demoni

Brindando coi demoniIeri, giovedì 19 luglio, sono tornato a casa dal lavoro stanco morto attorno alle 16:00… la stanchezza era dovuta al fatto che la notte precedente avevo dormito la sciocchezza di 3 ore e mezza per via delle prove con gli AmelieTritesse… insomma, metto la chiave nella toppa del portone del palazzo, pregustando già il letto, il ventilatore puntato, le serrande abbassate, la pace, il silenzio… meccanicamente apro la cassetta della posta e ci trovo un pacchetto della Coniglio Editore… sono felice perché so quello che c’è dentro… felice al punto che apro, anzi strappo, il pacchetto in ascensore… do un bacio in bocca a Barbara e subito dopo le mostro la copertina del libro… lei sorride… vado in bagno, mi do una lavata veloce e mi spoglio in pochi secondi… mi stendo sul letto, accendo l’abat-jour e inizio a leggere la gagliarda prefazione di Morozzi… maledetto Fiumani!… le pagine di Brindando coi demoni (Coniglio Editore, pp. 134, 13,50) mi risucchiano, risvegliandomi all’istante… rimango steso, immobile, in mutande, occhi sbarrati per tre ore e mezzo… finché arrivo alla fine che ne voglio ancora e ancora… poi mangio, distrutto… guardo svogliatamente l’inizio di un film su rai 3 ma non ce la faccio… muoio sul letto attorno alle 22:00, minuto più minuto meno… adesso riprendo il libro in mano… lo accarezzo coi polpastrelli come fosse la cosa più preziosa di questo mondo di merda… mi accorgo solo ora che ho fatto le orecchie a diverse pagine… mi armo di pazienza e trascrivo un po’ di queste orecchie… eccole…

Le malattie della vagina, labbra gonfie rosse, slip chiazzati di perdite e di pomate. Mi sono dedicato più al buco del culo. (pag. 17)

Un giorno la mamma di Piero Pelù venne all’ira Record Store dove io lavoravo e comprò quindici copie di “Desaparecido”: «Sono per i parenti», mi disse.
È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che mia madre compri un mio disco. Le piacciono solo due cose: la scena del video di “Siberia” in cui noi ci incamminiamo in fila indiana per una montagna e la canzone “Gennaio”. «Era una musica rivoluzionaria – mi dice – perché non ne hai più fatta?»
(pag. 23)

Ora posso dirvelo cari Underground Life: a Firenze negli anni Ottanta si rideva moltissimo di voi, della vostra supponenza, del vostro credervi depositari di chissà quale cultura. Del vostro non voler accettare critiche («Io copio John Foxx e Battiato? Ma quando mai!»). Tutte le volte che chiamavate gli uffici della ira Pirelli e Marie facevano finta di non esserci. Vi consideravano alla stregua di una malattia contagiosa. (pag. 38)

Non regalatemi i vostri dischi, giovani velleitari gruppi rock italiani, tanto non li ascolto. Io i dischi me li compro, quelli che voglio sentire. (pag. 52)

Giorni fa mi ha mandato un bel po’ di sms una certa Anna, giovanissima ragazza che ho conosciuto all’arci Taun di Fidenza, convinta che “Diciott’anni” fosse dedicata a lei. A un certo punto mi ha anche scritto: «Rispondi invece di fare il cafone». Al che io: «Il più conosce il meno», citando l’amatissimo Moravia. Federico FiumaniLe ho scritto (via sms) che ero lusingato ma che “Diciott’anni” non era dedicata a lei. Ho colto l’occasione per invitarla al mio prossimo arci Taun, soprattutto vorrei rivedere e corteggiare la sua splendida madre che l’altra volta aveva una scollatura e un tettame davvero notevole. (pag. 55)

Paolo mi chiama ieri sera per invitarmi oggi a una kermesse di cover band al Sashall, Lorenzo stasera suona al Sintetika con gli obo e mi invita. Poi c’è alla Leopolda il Festival della Creatività; che bello starsene a casa a sentire gli Eater! (pag. 69)

Nel ’98 a Milano, a un concerto dei Delta V, conobbi A., imprenditrice del mondo musicale e mia grande fan. Un mesetto dopo organizzò un nostro concerto al Binario Zero in modo impeccabile, c’era un mucchio di gente. Prese la stanza d’albergo accanto alla mia ma io ringraziai e andai a dormire. Mi fece avere dieci milioni di vecchie lire per le edizioni musicali di “Scenari immaginari” dalla emi, bastava che alzasse il telefono e tutti la stavano a sentire. Ma io niente, di scopare per riconoscenza proprio non mi è mai sembrato il caso. Mi fece avere passaggi radiofonici in rai, in tv. Poi, giustamente, si stancò. (pag. 84)

Il mio migliore amico si chiama Lexotan. Finora non mi ha (quasi) mai tradito. (pag. 101)

Allora, io coi mie fans ho sempre avuto questo rapporto io salvo voi e voi salvate me. Da che cosa? Io salvo voi dalla banalità del mondo, vi offro un po’ di sensibilità vecchia maniera, e voi salvate me dall’orribile senso di colpa per la morte di mio padre. Per essere stato felice della sua morte anche se in verità per poco, pochissimo tempo. (pag. 105)

Ai tempi della Ricordi le radio erano tenute in grande considerazione. Un giorno mi capitò di andare a Radio Subasio in compagnia di Marco Masini, ci andammo con la sua auto da Firenze per arrivare dalle parti di Perugia: Masini era al top, aveva appena vinto sanremo ’90 con “Disperato”. Ricordo quel viaggio: lui guidava a duecento all’ora cambiando continuamente stazione per sentire se passavano “Disperato”, il dito fisso sul cursore, si fermava cinque secondi sulla stazione che la trasmetteva poi ricominciava la ricerca. In più parlava al telefono con un cellulare grosso come un mattone, accettava o rifiutava le infinite proposte. Tutto il viaggio così. Cose da pazzi, da nevrotici. (pag. 115)

Nella scala gerarchica degli impieghi cui potevano essere assegnati gli avieri generici come me era considerato il gradino più basso, il peggiore (fare il barista). E invece lì stetti benissimo, mi feci un sacco di amici anche tra i militari in carriera (vendetti una cinquantina di copie di “Altrove”) e iniziai a frequentare Miro, anche lui aviere generico, che lavorava al piano di sopra come albergatore. Scendeva sempre al bar e nei lunghi pomeriggi in caserma scoprimmo di avere molte affinità in fatto di musica. Una volta congedati mi ricordai di lui e gli chiesi se voleva entrare nei Diaframma; il resto lo sapete. (pagg. 133-134)

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