Bologna sì Bologna no Bologna forse

cover libro MorozziTra Jerry Calà di Professione Vacanze, Frassica di Indietro Tutta, il Bologna di Maifredi e capitan Villa, Beavis & Butthead, Sabina Ciuffini, Andrea Pazienza, Happy Days, Brizzi e la Ballestra, Woody Allen e Nanni Moretti, si dipanano le storie contenute in Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte (Fernandel, pp. 157, € 12,00) di Gianluca Morozzi: quelle cose abbastanza vergognose di cui però non ci si deve obbligatoriamente vergognare. Tipo telefonate, lettere anonime e pedinamenti per far tornare all’ovile una ex che se la fa con un capobanchiere della Coop, per di più leghista. O trombare da ubriaco su un lettino di un affollatissimo lido di Marina di Ravenna, durante un happy hour. E ancora, scendere fino a Taranto al seguito del Bologna calcio per poi gustarsi la partita da una collinetta, o peggio rimanersene a mollo, nudo come un verme, nel mare di Silvi Marina mentre un indigeno del luogo confonde Ecce Bombo con Bingo Bongo.Mai come in questo caso lo scrittore bolognese appare voglioso di coinvolgere il lettore, richiamandolo spesso all’attenzione e usando un tono confidenziale, a dire il vero, leggermente paraculo. Che dire? Morozzi sta tra Paolo Nori e un Bukowski dipendente dai ciccioli che si rifà più all’immaginario di Gigi & Andrea che a quello di Céline. Di certo le poco più di 150 pagine di Dieci cose… si fanno fuori veloci come mezzo litro d’acqua dopo una partita di calcetto. Narrativa “sborona”, né più né meno.

cover libro Francesco TripodiDa un bolognese doc come Morozzi passiamo ad un emigrato siciliano che vive nella città del tortellino oramai da una trentina d’anni: Francesco Tripodi, partito da Sciacca nel lontano ’77 con la voglia di rivoluzione che si è poi ritrovato a sopravvivere a stento nell’indiscussa patria dell’opulenza. Ne Il Mite Migrante (DeriveApprodi, pp. 149, € 11,00), lucido e spietato romanzo – trattato – autobiografia sull’e(s)tica delle migrazioni, si è tolto qualche macigno dalle scarpe ritraendo una Bologna gelida e molto meno democratica di quel che si crede. “Una città di mercanti gentile con chiunque abbia soldi da spendere. Altrimenti feroce e manesca”. L’autore, che sin dalle prime battute sostiene di essere emigrato più per l’ansia che per la disoccupazione, sa essere di un sarcasmo raggelante, centrando in pieno i tic dei bolognesi e la loro falsa apertura verso l’altro: studente, negro, terrone, ecc. E se da una parte, per esempio, loda la Bologna colta ed estrosa di Bifo, tira poi il freno a mano sberleffando lo stesso intellettuale di sinistra circa le esigue dimensioni del suo strumento d’amore. Semplicemente geniale! Ma il vero capolavoro sta in questa semplice affermazione: “Casarini chiude la manifestazione con delle frasi a effetto, tipo: ‘La Bologna del 2 agosto oggi ha vinto! Questo è il nostro 25 aprile!’ Minchia! Quasi mi manca l’aria. La retorica è peggio dei lacrimogeni.” È proprio vero che la retorica è peggio di qualunque cosa, in politica come in letteratura, e del libro di Tripodi tutto si può dire tranne che sia retorico.

Questo pezzetto che accoppia due “libri bolognesi” l’ho scritto nell’estate del 2003 ed è rimasto inedito fino ad ora… appunto, fino ad ora…

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