Bang Bang… my name is Lester Bangs

Lester Bangs

Breve storia del bisonte che inventò la critica rock

“Sento di avere un Suono che non è ancora nato, e quel Suono, per capriccioso che sia, è la cosa di cui sono più orgoglioso, perché preferisco scrivere come un ballerino che agita il culo ballando il boogaloo nella mia mente, e magari raggiungere solo quei lettori a cui piacciono i libri che gli fanno dimenare le chiappe”

Poco incline all’igiene personale, così come a leccare il culo alla major di turno o alla star del momento, bevitore incallito e gran consumatore di Darvon, Leslie (poi trasformato in Lester, forse in onore del sassofonista Lester Young) Bangs è stato uno dei precursori del new journalism, inventando letteralmente la critica rock che con lui oltrepassò se stessa divenendo un vero e proprio genere letterario. “A colpi di rasoiate” si potrebbe dire parafrasando uno stereotipo del Punk di cui fu un grande estimatore, almeno fino a che anche questa sottocultura non si piegò alle più becere regole del music biz. Lucida, poetica, spietata, iconoclasta, politicamente scorretta, la scrittura di Lester Bangs toccò le corde di centinaia di migliaia di lettori, infrangendo la retorica del peace & love buonista e accomodante del periodo, divenendo musicale e urticante come un buon blues. Buffone di corte come pochi, sempre pronto a scroccare alcolici e cibarie ai party delle case discografiche, questo bisonte di un centinaio di kg per 1,85 d’altezza e un bel paio di baffi da pornoattore, incarnò in pieno il R’n’R, vivendolo sulla propria pellaccia fino all’ultimo giorno, come scrisse poco prima di lasciarci le penne: “Il rock’n’roll è un modo di vivere, non una rigida forma musicale. È un modo di fare le cose, di avvicinarsi alle cose. Anche scrivere può essere rock’n’roll o un film, ad esempio. È un modo di vivere la vita”.

Nato nel 1948 in un posto sperduto del sud della California, Lester Bangs fa i conti prestissimo con la perdita del padre (un ubriacone morto in un incendio durante il sonno), crescendo a fianco di un’anziana madre più attenta ad idolatrare il culto di Geova che a sostenere le legittime aspirazioni del figlio.

Dal canto suo Lester se ne sta in solitudine, passa gran parte del tempo a leggere i Classici Illustrati a fumetti e inizia persino a scrivere le sue prime storie popolate da fantasiosi supereroi. Ad appena 12 anni incontra il jazz con Birth of the Cool di Miles Davis e da lì in poi niente è più lo stesso. Segue l’infatuazione per il misticismo di Kerouac e i perversi cut up di Burroughs, fino a quel fatidico 1964 quando scopre il R’n’R dei Rolling Stones in tutta la sua dirompente violenza. Nei due anni successivi, inconsapevole che proprio quella sarà la sua futura strada, inizia a scribacchiare di musica sul giornale del Liceo Cajon.

Lester Bangs

Nella seconda metà dei Sixties la cultura rock, in tutte le sue sfaccettature, esplode inesorabilmente investendo in pieno volto un’intera generazione di teenagers e, con essa, la sonnolenta industria musicale. Escono le prime riviste underground di un certo spessore come Crawdaddy! (1966) e Rolling Stone (1967), e proprio da un annunciò di quest’ultima che cerca nuovi collaboratori, Lester si decide ad inviare un po’ dei suoi lucidi deliri. Nel 1969, circa 6 mesi dopo aver inviato la prima lettera, iniziano a comparire regolarmente le sue recensioni sulla rivista quindicinale e, nell’autunno dello stesso anno, il ragazzaccio di El Cajon viene persino invitato a San Francisco a visitare la redazione. La speranza disattesa che gli venga offerto un posto fisso e la stantia aria politically correct che soffia sempre più forte all’interno di Rolling Stone, lo convincono ad inviare i suoi pezzi anche alla neonata rivista Creem di Detroit. A circa trenta miglia della Motor City, non distante dalla fattoria nella quale vive l’editore Barry Kramer, sorge una fatiscente costruzione di due stanze che funge sia da redazione che da abitazione dello staff. Dal 1971 al 1976 Lester soprav(vive) allo stato brado nella “Creem community”, sommerso da pile di dischi, lattine di coca cola e bottiglie di alcolici; lavora sodo al mensile del Michigan ma cerca contemporaneamente di incrementare le sue scarse entrate scrivendo per altre riviste come Fusion, Penthouse, Ms e la già citata Rolling Stone.

Nella prima metà degli anni ’70 la scrittura rock è sulla bocca di tutti; a fianco degli “Accademici” capeggiati da Greil Marcus e degli “Storici” à la Greg Shaw, irrompono sulla scena i cosiddetti “Noise Boys”: John Mendelssohn, Richard Meltzer, Nick Tosches e l’onnipresente Lester Bangs. Caciaroni, sempre pronti a mettersi nei guai ma anche a portare alla ribalta nuovi fenomeni underground, i quattro “gonzi” rappresentano da subito un pugno allo stomaco per il sistema e la critica prezzolata. Lester continua nel suo rapporto di odio/amore con Lou Reed, si appassiona della sublime poetica di Patti Smith e inizia a guardare con interesse anche i nuovi fuochi rock and roll della Grande Mela. Nel 1977 si trasferisce a New York, interrompendo suo malgrado la collaborazione con Creem; in compenso trova uno spazio quasi fisso sulle pagine del Village Voice. L’esplosione furiosa del Punk gli sembra la migliore cosa avvenuta al R’n’R dopo gli Stooges e, come prevedibile, ci si butta a capofitto con l’entusiasmo di un ragazzino. Pare che in quel fatidico 1977 trascorresse ogni notte al CBGB, che descrive come: “Un rifugio dove i miti hanno finalmente guadagnato una piccola porzione di mondo, rivestiti in pelle e con collari per cani”. Il 5 maggio si esibisce pure in una allucinata performance insieme ad un supergruppo estemporaneo formato da membri di Television, Patti Smith Group, Dictators e Blondie. Un po’ come succede ad un altro campione del calibro di Bukowski, frotte di giovani fan sgomitano per ubriacarsi o ingurgitare pasticche con lui alimentando ancor di più la sua già spiccata vena autodistruttiva. Su finire del 1978 però qualcosa si incrina. L’omicidio di Nancy Spungen e la successiva scomparsa di Sid Vicious lo allontanano dal Punk. L’anno dopo scrive uno sprezzante articolo sul razzismo di questa sottocultura, attirandosi non poche critiche dal movimento, critiche che aumentano nel 1980 in occasione dell’uscita del suo libro sui Blondie, a cui fa seguito la “marchetta” Rod Stewart, pubblicazione del 1981 a quattro mani con Paul Nelson. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 Lester Bangs si defila dalla scena, dedicandosi meno alla scrittura e più alla musica suonata: ne sono prova il 7″ Let It Blurt/Live del 1979 su Spy Records, l’album con i Delinquents, Jook Savages on the Brazos, pubblicato nel 1981 e il LP dei Birdland, Birdland whit Lester Bangs, uscito postumo nel 1986. Nel gennaio del 1981 il ritrovamento del cadavere dell’editore di Creem, Barry Kramer, lo colpisce così a fondo da spingerlo a frequentare gli Alcolisti Anonimi. Sembra finalmente ripulito ma un’altra brutta tegola non tarda a cadergli in testa: il 13 marzo del 1982 lo avvisano della morte della madre Norma che, malgrado tutto, rimaneva una delle sue ultime ancore di salvezza.

Poco più di un mese dopo, intorno alle otto di sera del 30 aprile, Lester Bangs viene visto per l’ultima volta da un vicino di casa. Barcollando, a fatica, sta salendo le scale per raggiungere il suo appartamento. Quarantacinque minuti dopo lo trovano supino sul divano, con gli occhi aperti e la mano sinistra penzolante: la causa del decesso viene attribuita ad una overdose di Darvon e Valium.

Lester Bangs - Coney Island

Se la storiella appena narrata vi ha minimamente incuriosito, vi farà piacere sapere che le gesta del più grande e “brillante fallito di successo” della critica rock sono racchiuse in un corposo volume biografico uscito agli inizi del 2003 (Firmato Lester Bangs, Arcana, pp. 379, euro 19). Il mastodontico puzzle è stato messo insieme con amore e dovizia di particolari da Jim DeRogatis, oggi affermato critico rock che, da sbarbato studente del liceo Jersey City, incontrò per la prima volta Lester Bangs appena due settimane prima che lo scrittore morisse. Passando dalla teoria alla pratica, un gustoso aperitivo, ma nulla più, è Il Lester Bangs portatile (Arcana, pp. 86, euro 7,50), libricino contenente 5 pezzi di bravura di uno scrittore tanto creativo quanto essenziale, che è andato sempre dritto al bersaglio: mirabile in tal senso il pezzo Protopunk e garage rock. Ma il vero capolavoro, la bibbia, che ci mostra il verbo e ci risucchia definitivamente nel vortice della “scrittura gonza” è la recente traduzione del celeberrimo Psychotic Reactions and Carburetor Dung. Finalmente, a quasi venti anni dall’edizione americana curata da Greil Marcus, un editore italiano si è degnato di acquistare i diritti del superclassico bangsiano e lo ha poi fatto tradurre come cristo comanda. Che aggiungere su questo capolavoro che non è stato già detto? Forse possiamo invertire l’opinione comune che “Lester Bangs ha fatto assurgere la critica rock a letteratura” dicendo che il Nostro “ha fatto della letteratura critica rock”, tuttavia cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia: Guida ragionevole al frastuono più atroce (Minimum Fax, pp. 440, euro 16,50) è un’incredibile raccolta di racconti, mettiamola così, che trae forza narrativa nel mix tra alto e basso, elegia poetica e slanci lisergici, cazzeggio puro e prese di posizione morali, autobiografismo spinto e lucida osservazione sociale. Agli appassionati di punk consiglio di iniziare dal lungo reportage sui Clash, poi leggere via via l’intervista ad un “isolato” Richard Hell, il commovente ricordo di Peter Laughner dei Rocket from the Tombs ed il pezzo sui Count Five che dà il titolo al libro.
So perfettamente che siamo al cospetto di una ragguardevole quantità di carta, ma da bulimico fan di Lester Bangs mi auspico che queste tre pubblicazioni rappresentino soltanto l’inizio: come una specie di antipasto, nella speranza che le prossime portate ci vengano servite al più presto, o meglio, come un’ostia appena poggiata sulle labbra da pasteggiare con attenzione. Anche perché Lester Bangs spirò mestamente a 33 anni. Sarà un caso o c’è da aspettarsi di vedere prima o poi i suoi baffoni unti far capolino nei crocefissi appesi nelle scuole pubbliche (se ci saranno ancora: le scuole pubbliche, non i crocefissi…)?

Lester Bangs and The Clash

Questo articolo, in una versione leggermente più smilza, è stato pubblicato nell’estate 2005 su BAM # 4: gran bella zine rock and roll del bergamasco che ha l’unico difetto di uscire soltanto una volta l’anno.

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