ANDREA BAJANI ci manda i suoi più Cordiali saluti

“Cordiali saluti” Andrea BajaniIl trentenne Andrea Bajani, oltre ad essere un ottimo critico letterario (per esempio sulle colonne di Pulp), è anche uno scrittore che merita appieno cotanto sputtanatissimo appellativo. Di quelli che hanno fatto le scuole regolari e il giusto praticantato senza bruciare le tappe. Con il primo romanzo del 2002, profeticamente intitolato Morto un papa, ha fatto il suo ingresso direttamente nei professionisti, nel piccolo ma agguerrito club Portofranco. L’anno dopo Qui non ci sono perdenti ha sancito il suo trasferimento nella serie B della letteratura italiana, esattamente per i lungimiranti tizi di PeQuod che da buoni provinciali preferiscono fare sempre campionati della madonna, rivendendo poi i pezzi pregiati alle grandi squadre. Così è stato. Lo scrittore torinese si è infilato la maglia bianca con uno struzzo al centro e combatte ora per la zona Uefa . E non è detto che prima o poi non faccia la sua prima apparizione in nazionale. Questo agile romanzo (Einaudi, pp. 99, € 9,50) ha tutte le carte in regola per spalancargli le porte. In un centinaio di pagine, asciutte come una modella anoressica e fluide come gli umori di una ninfomane, Bajani racconta la piatta esistenza di un impiegato deputato a scrivere fantasiose lettere di licenziamento che terminano con un laconico “cordiali saluti”. Lettere di un cinismo spietato come quella indirizzata all’ex segretaria del direttore del personale, sbattuta fuori perché divenuta paralitica agli arti inferiori – quindi non più “sbattibile” dal suddetto direttore – e risarcita con una carrozzella da corsa con cui dedicarsi allo sport per disabili. O la strepitosa lettera ad Ines Citterio, colpevole di non rispondere alle telefonate notturne dell’azienda. In mezzo a questa ecatombe collettiva, lo scrivano al soldo del potere licenzia anche l’ex direttore delle vendite: un povero cristo afflitto da una brutta cirrosi che, costretto su un letto d’ospedale per il trapianto del fegato, lascia in custodia al “killer” i suoi due figli piccoli. La retorica del mors tua, vita mea viene superata da slanci di sincera umanità e da un finale prevedibile ma non banale. Un po’ come nel film Volevo solo dormirle addosso. Nell’unica scelta possibile. Quella della redenzione e della fuga. Questa volta senza i “cordiali saluti” di rito.

Questo bel libretto – che or ora mi accorgo essermi stato ciulato da mio cognato dimari – si meritava una bella recensione… e tanto è stato… da Rumore # 160 di maggio 2005.

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