Classica trafila di meravigliosi dischetti a 45 giri di riscaldamento, per poi giungere all’album lungo che non tradisce le aspettative. Sembra una storia di trent’anni fa, fatta di angoli di copertine consumati e polvere tra i solchi del vinile. E invece se ne sono già andati 10 anni del nuovo, infausto secolo. Questo giovane trio di Minneapolis dalla scanzonata ragione sociale Boys Club è fermo, immobile, cristallizzato alla fine degli anni ’70: nel look, nei sorrisi ingenui, nelle pose naturalmente goffe e, soprattutto, in quel suono power pop che si riappropriava della melodia suonando comunque punk (Right Now, Catch Your Kisses, Until The End of The Night). Nonostante la bassa fedeltà, immagino più per necessità che per scelta, attenzione a Dreaming With The Radio On. Non escluderei che prima o poi possa venire portata al successo internazionale da una nuova popstar di polistirolo. Ricordate Girlfriend di Avril Lavigne, palese plagio di I Wanna Be Your Boyfriend dei Rubinoos?
L’etichetta power pop, più di altre, significa tutto e niente. E diciamolo pure: per noi poveri pennivendoli spesso è l’ultima spiaggia, due paroline da tirar fuori quando non si sa che pesci prendere di fronte ad una melodia irresistibile che plana sulle ali di un rock bello sostenuto. Peraltro ultimamente è anche tornata di moda e fa fico piazzarla qua e là nelle recensioni. Ma state tranquilli ché non è il caso di questi 3 dischetti. Qui il power pop ci entra sul serio. Per chi crede ancora ai miracoli eccovene uno piccolo piccolo a base di melodie zuccherose, voci saltellanti e chitarrine catarifrangenti. Dopo l’album Girly Girly Girly i WHITE WIRES di Ottawa (Ontario) piazzano questo ottimo singolo su una nuova etichetta di Chicago, Trouble In Mind, messa su dai coniugi Bill e Lisa Roe dei CoCoComa con l’intento di ricalcare le produzioni garage pop dei Sixties. E infatti tutte le copertine del catalogo hanno la stessa grafica da 7” per jukebox col foro al centro che svela il buco grande nel vinile. Qui dentro sono celate due gemme senza tempo che ci ricordano quanto la “circolarità” del r’n’r abbia ancora tanto da dire e da insegnare. La title track Pretty Girl è un stompino a mollo tra il surf e il rock nostalgico molto frequentato dalla schiera dei musicisti dell’allora paisley underground. La temperatura sale nello spettacolare doo-wop Goodbye Girl capace sciogliere un iceberg. Ancora più orientati verso i meravigliosi anni ’60 questi THE SAUCY JACKS. Quattro tizi di San Francisco, esperti come capomastri di lungo corso nel progettare un grattacielo garage-beat che risponde al nome di Blown Like a Kiss, saporita title track del 7” su Chocolate Covered Records che viaggia spedita per la sua strada non sbandando di un solo millimetro. Gli fa da contraltare la più sporca e bastarda Everywhere You Go sostenuta da un riffone di chitarra carnoso come le labbra di Jimi Hendrix e profondo come le rughe di Keith Richards. Uno spettacolo. Chiudiamo in bellezza con il 7” di CAROLINE ANDERSEN su L’Edonista Records, sotto label della parmense Rockin Bones. La valchiria norvegese, spalleggiata dall’esperto boyfriend Morten Henriksen (Yum Yums, ecc.) sciorina un bubblegum punk svolazzante sulla falsariga di Nikki & The Corvettes. Il sound in verità è un po’ didattico (Birthday Suit) ma il manufatto in sé si presenta godibile e, soprattutto, godurioso. A partire dal piccolo vinile rosa, dall’artwork di copertina e dalle 5 cartoline interne che indugiano pericolosamente sulle curve burrose della bionda pornostar. Sì perché la nostra fa quei filmetti sporchi e i due pezzi in questione sono tratti, guarda caso, dalla colonna sonora della sua ultima fatica cinematografica Caroline’s Birthday Party. Un dischetto per i segaioli del power pop. È proprio il caso di dirlo.
Pezzo, senza infamia e senza lode, pubblicato su RUMORE #216 di gennaio 2010.
Tornano gli Hex Dispensers il cui album omonimo del 2007 mi aveva fatto gridare al miracolo. E, nonostante abbia poca voce, mi è toccato gridare di nuovo. Il barbuto Alex Cuervo – un tizio che ha militato in eccezionali band come Blacktop, King Sound Quartet, Feast Of Snakes, The Now Time Delegation, This Damn Town, ecc. – e i suoi sodali ne sanno una più del diavolo.
Questi misconosciuti eroi della prolifica scena di Austin fanno suonare le chitarre come pochi nel panorama “punk” odierno, riuscendo ad infilare massicce dosi di melodia agrodolce nella torbida oscurità delle tenebre. Power pop, punk, garage, r’n’r e dark wave gareggiano a chi fa il rimbalzo più alto, se capite cosa intendo.
Il poster dei Ramones appeso nella parete di destra, quello dei Misfits nella parete di sinistra, mentre loro sfondano a testate il cemento armato nel centro. Inutile citare un pezzo piuttosto che un altro. Qui dentro ci sono 12-hit-12 dal potenziale davvero enorme, compresa la cover innervata dei Devo, Gates of Steel, che chiude col botto, a mo’ di fuoco d’artificio al termine di una festa di paese. Winchester Mystery House è un disco che non fa rifiatare: provate ad ascoltarlo in apnea, se ci riuscite.
La recensione di questo disco, finito dritto dritto nella mia playlist dell’anno, è stata pubblicata su RUMORE di dicembre 2009.
Per i James mi c’intrippai nell’88-89… impazzivo per il loro primo album Stutter, soprattutto per un pezzo intitolato Scarecrow… ma non riesco a trovarne traccia… accontentiamoci di So Many Ways va’…