intervista Tritessica su SOund36
Discreti e alla mano i ragazzi della webzine SOund36 che senza tanti giri e inutili carteggi via e-mail ci hanno fatto questa bella intervistina su due piedi…. grazie mille a voi!
Discreti e alla mano i ragazzi della webzine SOund36 che senza tanti giri e inutili carteggi via e-mail ci hanno fatto questa bella intervistina su due piedi…. grazie mille a voi!
Non so perché ma, ancor prima di uscire con il cd-libro, mi ero mezzo convinto che gli Amelie Tritesse potessero essere apprezzati di più nel (nostro) meridione. E devo dire che c’ho preso. Lo dimostra la doppietta campana che ci accingiamo a fare questo week-end per la quale mi sento di ringraziare in primis l’amico Giulio dei coriacei garagers Funny Dunny e poi Emma ed i suoi colleghi della gagliarda casa editrice Ad Est Dell’Equatore.
- 20 gennaio 2012, NAPOLI @Perditempo Dante, ore 22:00

- 21 gennaio 2012, AVELLINO @Godot Art Bistrot, ore 21:30

La passione per il r’n'r e l’hobby di pennivendolo mi portano ogni anno a leggere un discreto numero di libri a sfondo musicale (biografie, autobiografie, saggi, ma anche romanzi). Dopo i migliori dischi ecco i libri r’n'r del 2001 che mi sono piaciuti di più.
GRAHAM JONES “Il 33° giro” (Arcana)
Il sottotitolo “gloria e resistenza dei negozi di dischi” dice tutto. Mi sono emozionato come un bambino leggendo le storie di questo rappresentante di dischi che si fa il giro dei migliori negozi e negozietti del Regno Unito (che ancora resistono orgogliosamente) raccontandoci la passione di chi li gestisce, la varia umanità che li popola, i magheggi delle case discografiche per truccare le classifiche e una montagna di gustosi aneddoti.
HOOVER e VOYNO “The New Rockstar Philosophy” (NdA Press)
I due blogger canadesi hanno proprio fatto centro con questa guida di auto aiuto per i musicisti (e non solo). Un libro “utile”, scorrevole e senza fronzoli, pieno di consigli pratici per tutti coloro che vivono di musica e che, volenti o nolenti, devono fare i conti con la nuova era digitale. Segnalo che per il numero di gennaio di RUMORE ho preparato un piccolo speciale sul libro con un’intervista agli autori e qualche battute dell’editore e dei curatori italiani.
DAVID NOLAN “Il concerto che ha cambiato il mondo” (Tsunami)
Il 4 giugno del 1976 i Sex Pistols fanno il loro primo concerto alla Lesser Free Trade Hall di Manchester. Ad organizzarlo sono Howard Devoto e Pete Shelley che poco dopo diverranno noti coi Buzzcocks (e i poco ricordati Magazine). I protagonisti di quella sera affidano alla penna corrosiva di David Nolan i ricordi di come anndò e di come si è poi evoluta la storia, soprattutto a Manchester che da lì in avanti detterà legge per 20 anni nell’ambito della musica cosiddetta alternativa (Buzzcocks, Joy Division, The Smiths, The Fall, New Order, Happy Mondays e tutta la scena della gloriosa Madchester).
PHILIPPE MARCADE’ “Oltre l’avenue D. Un punk a New York 1972-1982” (Agenzia X)
L’epopea drogata di un francese in America nei primi anni del punk newyorkese. Basti solo dire che alla sua festa di benevenuto si esibì un gruppo agli esordi dal bizzaro nome Ramones. Marcadé, che poi guiderà i Senders, forse per l’aria esotica ed una simpatia straripante, che mostra anche sulla carta, diventa uno dei migliori amici e compagni di vizio delle maggiori divinità dell’olimpo punk: Debbie Harry, Johnny Thunders, Richard Hell, Wayne Kramer, Lux Interior, Dee Dee Ramone, ecc. e persino di Nancy Spungen a cui tiene anche il gatto eoinomane per un breve peiodo.
(a cura di) LUCA FRAZZI “18 anni di Festival Beat” (Tsunami)
Non sono mai stato al Festival Beat, e non c’è bisogno di puntualizzare quanto sia sciocco o meglio infinitamente coglione. Fortuna che Luca Frazzi mi ha fatto rivivere la magia di questo eccellente Festival appena divenuto maggiorenne, raccogliendo le storie di chi ci ha suonato, ha venduto dischi, ha ballato sotto il palco ubriaco di r’n'r, oltre a tutte le bellissime locandine e a diverse foto. Gliene sono grato e mi riprometto di non mancare alle prossime edizioni.
Seguono a ruota Simon Reynolds “Retromania” (ISBN), Impact “Realtà mutabili” (Linea BN), Paolo Dovico e Luigi Riganti “Vinile italiano” (Goodfellas/Spittle), Tom Graves “Robert Johnson. Crossroads – Il blues, il mito” (Shake), Claudia Attimonelli e Antonella Giannone “Underground Zone. Dandy, Punk, Beautiful People.” (CaratteriMobili), Philip Shaw “Horses – Patti Smith” (No Reply).
Ci tengo a segnalare anche un bel romanzo musicale pubblicato nel 2006, scritto davvero bene, che ho letto quasi per caso questa estate: Tony Parsons “Tutto in una notte” (Barbera) ambientato a Londra il 16 agosto del ‘77, il giorno della morte di Elvis Presley. Un romanzo a tre voci, quelle dei giornalisti musicali Terry, Ray e Leon, anfetaminico come il punk che ancora esplode nelle viscere della città mentre i tre corrono a perdifiato incontro al futuro, bruciando il presente e dovendo fare i conti con il passato.
È stata una discreta annata per il r’n'r con dei gran bei dischi d’esordio e buone conferme. Come sempre nutrita la schiera degli italiani che, devo dire, non mi deludono mai.

• MIKAL CRONIN – S/t (Trouble in Mind)
• CLOUD NOTHINGS – S/t (Carpark/Wichita)
• BLASTED CANYONS – S/t (Castle Face)
• SHAPES HAVE FANGS – Dinner In The Dark (The Reverberation Appreciation Society)
• IDOL LIPS – Scene Repulisti (White Zoo/NerdSound)
• INDIAN WARS – Walk Around The Park (Bachelor)
• INTELLECTUALS – In The Middle Of Darkwhere (Jeetkune)
• JACUZZI BOYS – Glazin’ (Hardly Art)
• BARE WIRES – Cheap Parfume (Southpaw)
• UMBERTO PALAZZO – Canzoni della notte e della controra (Discodada)

• THE SICK ROSE – No Need For Speed (Area Pirata)
• TY SEGALL – Goodbye Bread (Drag City)
• MIND SPIDERS – S/t (Dirtnap)
• GIUDA – Racey Roller (White Zoo/Dead Beat)
• BLACK LIPS – Arabia Mountain (Vice)
• THE FEELING OF LOVE – Dissolve Me (Born Bad)
• GAZEBO PENGUINS – Legna (To Lose La Track)
• THE STEAKNIVES – Devil Inside (White Zoo)
• SINGING DOGS – Dejavoodoo Blues (Primitive)
• SAINT IN A ROW – S/t (Foolica)

L’esordio sulla lunga distanza di MIKAL CRONIN è il disco che mi ha gustato di più nel 2011 per tanti motivi. Alcuni li ho elencati nella recensione, pubblicata su RUMORE di novembre 2011, e nel breve pezzo dedicato al ragazzo californiano pubblicato sempre su RUMORE, nel numero di dicembre che trovate in edicola ancora per qualche giorno. Buona lettura, buon ascolto e, soprattutto, buon anno.
MIKAL CRONIN
(Trouble in Mind)
A breve distanza dal disco della svolta “cantautorale” di Ty Segall, il partner in crime Mikal Cronin licenzia il suo primo album solista, guarda caso prodotto da Ty. Ancora una volta i due amici viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda dato che pure Mikal svicola dal caos surf-punk (prodotto finora con Moonhearts, Party Fowl e Okie Dokie) puntando tutto, o quasi, sulle architetture acustiche e sulle armonie vocali (Apathy, Get Along, Again and Again, Situation, Hold On Me). Occhio, però, ché è proprio quel “quasi” a far la differenza permettendogli di superare per una volta l’amico Ty. Tra celesti acusticherie scorre infatti psichedelia spruzzata di Velvet e J&MC (Green and Blue) e grandioso alt-rock anni ’90 su un tappeto soffice, ma pur sempre graffiante, di garage-pop (Gone) che è una bellezza. Un gran disco e soprattutto una ventata d’aria fresca, come Cloud Nothings e Wavves, che conferma l’elevato valore della nuova nidiata di ventenni weird garagers californiani.
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Per darvi la misura di quanto m’è piaciuto l’album d’esordio di Mikal Cronin, basta sfogliare il giornale fino alle chart personali.
Un album “costruito” in acustico sulle armonie vocali, pensato e scritto durante gli ultimi scampoli di carriera universitaria quando il nostro era combattuto sulla strada da intraprendere nel futuro. Un album nostalgico ma graffiante, “sofferto” per stessa ammissione di Mikal: “Il disco l’ho scritto in questo piccolo paese chiamato Val Verde, a nord di Los Angeles, mentre andavo ancora all’Università. Ho attraversato un periodo stressante, mi sentivo isolato e chiudermi nella mia stanza con la chitarra acustica mi faceva sentire felice, rilassato. È stato tutto molto veloce, nel giro di un paio di mesi l’album era finito”.

Impossibile parlare di Mikal Cronin senza tirare dentro Ty Segall dato che le “veline” del nuovo weird garage a stelle e strisce (Mikal bruno come la Canalis e Ty biondo come la Corvaglia) si frequentano dai tempi del Laguna Beach High School ed hanno incrociato più volte le chitarre.
“Ho registrato tutto con Ty ed Eric Bauer a San Francisco nel piccolo studio di Eric. Solo l’organo di Slow Down è stato registrato nel mio soggiorno a Val Verde. Io è Ty la pensiamo musicalmente allo stesso modo, di lui mi fido ciecamente; più che il classico produttore il suo ruolo è stato quello del consigliere. Ty ha anche suonato la batteria in diversi brani dell’album”.
Un altro pezzo da 90 presente sul disco è John Dwyer degli Oh Sees che fa il cameo più fuori di testa. “È di John l’assolo di flauto nella parte finale di It Is Alright. Sono davvero contento perché immaginavo il flauto in quel pezzo ma non lo so suonare, al contrario del sax che ho suonato in Apathy. John ha registrato due tracce che abbiamo sovrapposto per ricreare una sorta di duello”.
La cosa davvero affascinante dell’album è che Mikal Cronin ricalca sì le orme del Sixties pop malinconico di Beatles e Beach Boys ma lo fa in modo molto personale, un po’ lo-fi garage e un po’ alt-rock anni ’90 alla Pixies, e non solo a quanto pare: “Ho ascoltato molto Beatles e Beach Boys, soprattutto Pet Sounds, ma in realtà sono stato letteralmente ossessionato dalle armonie vocali e dai sontuosi arrangiamenti di Del Shannon e nel disco ho cercato di fare qualcosa di simile”.
Per la cronaca Mikal Cronin ha già messo in piedi una nuova band chiamata Toad con il vecchio compare Charlie dei Moonhearts, gli stessi Moonhearts pare registreranno un nuovo album a breve ed è in programma il secondo full length a doppio nome con Ty Segall. Magari sarà la volta buona per vederli dal vivo in duo, magari in Italia, magari il prima possibile, magari…
Dopo aver partecipato alla rassegna estiva “Stasera vi Presento”, venerdì 30 dicembre torniamo a suonare con molto piacere ad Ortona per l’inaugurazione di “ALTRISUONI – rassegna di altre musiche possibili” curata sempre dall’etichetta indipendente I DISCHI DEL MINOLLO con la collaborazione dell’ABBEY ROAD, un nuovo locale che si trova in Via Cavour 19. L’ingresso è gratuito, lo spumante immagino a buon mercato.
SCENE REPULISTI
(White Zoo/NerdSound)
L’esordio del 2006, Too Much For The City, aveva la forza dirompente di una martellata sui denti che manda in frantumi incisivi e canini in un solo colpo. Difficile ripetersi, se non al limite dell’impossibile. Questi ragazzi ciociari, nel frattempo divenuti un quartetto col chitarrista Tony Volume passato alla voce principale, ce l’hanno fatta alla grande mostrandoci che il punk può ancora essere eversivo ma anche dannatamente “maturo” (Down By L.U.V., Don’t Want You Around, You Gotta Choose). Gli Idol Lips sono una perfetta macchina da guerra che va dritta per la sua strada, sbranando a morsi il proto-punk dei New York Dolls e poi pulendosi con i lustrini e le paillettes del glam. Coriacei, quadratissimi, senza la minima sbavatura e stupidi sorrisi stampati in faccia, riescono a rendere personali e magnifiche anche due misconosciute cover (Soul Power di Rik L. Rik e Rockin’ On A Rock dei romani Fire). Alquanto arduo volere di più da un disco rock’n’roll punk. Da avere incondizionatamente.
La recensione di “Scene Repulisti”, che per la cronaca è il mio disco italiano dell’anno, è stata pubblicata su RUMORE #231 di maggio 2011. Sotto trovate un botta e risposta col bassista Luca in parte pubblicato all’interno di uno speciale sul punk romano che ho fatto per la gagliarda webzine BLACK MILK.
Il titolo dell’album è tutto un programma, a cosa alludete? Ci entra anche il fatto che siete rimasti in quattro cambiando la voce?
Sei proprio cattivo (si scherza!)… no, l’abbandono del cantante e il cambio di formazione non c’entrano niente con il titolo. Scene repulisti è quello che ha subito il punk rock (quello vero) negli ultimi tempi, ormai è talmente fuori moda che è uscito da qualsiasi circuito. E poi capirai, noi veniamo dalla provincia, e a volte riuscire ad organizzare solo un concerto è un’impresa. Il rock’n’roll sembra non far battere il cuore più a nessuno. Se già qualche anno fa i Dictators si chiedevano chi avrebbe salvato il Rock’n’roll… Per fortuna ci sono persone (o supereroi?) come Sergio di White Zoo, con tutte le “persone informate sui fatti”, che cercano di “salvare il mondo un disco alla volta”.
Siete cresciuti molto nel songwriting senza perdere nemmeno un grammo della vostra “forza punk”. Mi pare che Scene Repulisti sia un album molto quadrato e più a fuoco del precedente…
Paradossalmente da quando suoniamo in quattro siamo molto più “quadrati”, con le spalle al muro gli Idol Lips tirano fuori il meglio. Il disco è stato concepito tutto nel giro di quest’ultimo anno, abbiamo trovato (o perfezionato) la nostra sintonia, siamo più affiatati. Abbiamo lavorato tanto sui pezzi, ma è stato molto più facile rispetto ai dischi precedenti, proprio perché sapevamo tutti e quattro dove volevamo andare, che tipo di pezzi volevamo fare… quando siamo entrati in studio per registrarlo avevamo tutto già in mente, non è stato lasciato nulla al caso, tant’è che tutto il disco è stato registrato in meno di una settimana: questo è il punk rock, almeno noi così lo intendiamo, si trattava solo di portare su un pezzetto di vinile l’energia che tiriamo fuori sul palco. Ti confesso che siamo molto soddisfatti di come è venuto fuori poi in concreto. È vero, il disco è più “a fuoco”, ma è anche molto più “raffinato” (se non ruffiano, nel senso buono del termine) rispetto ai precedenti, i pezzi hanno una struttura più New York Dolls (se ci scusi l’immodestia del paragone) rispetto alle altre nostre cose. Considera questo: dopo aver registrato la chitarra Tony Volume è volato a New York e ha portato un nostro disco e un paio di bacchette sulle tombe di Johnny e Jerry: il tributo è pagato.
Che mi dite delle due ottime cover presenti nel disco?
Soul Power è un pezzo del 1982 di Rik L. Rik, ex F-Word e Negative Trend, (all’anagrafe Richard Brian Elerick, morto nel 2000 a soli 39 anni per un maledetto cancro al cervello, ndmanwell). Tra l’altro lo abbiamo mandato al suo chitarrista che ha molto apprezzato la cover, e s’è pure un po’ commosso che dopo tanto tempo c’è stato qualcuno che ha ripescato un suo pezzo. Rockin’ on a Rock invece ha una storia un po’ più complicata. Il pezzo è dei Fire, un gruppo di Roma dei primi anni Ottanta che non incise mai nulla di ufficiale, compreso questo pezzo. i Fire però fecero una comparsata nel film “Delitto sull’autostrada” con Tomas Milian, dove suonano proprio Rockin’ on a Rock (Qui, dal minuto 7:19, potete vedere suonare questo pezzo nel film “Delitto sull’autostrada” mentre Tomas Milian batte i pezzi a Viola Valentino sui divanetti del locale, ndmanwell). È stato vedendo il film che ci è venuto in mente di coverizzare il pezzo e tramite un’operazione “Chi l’ha visto?” siamo riusciti a contattare uno dei Fire che ci ha raccontato tutta la storia.”