Andare in cascetta al Festival Beat di Salsomaggiore

AIC - Festival Beat 2016

Evitiamo giri di parole: presentare Andare in cascetta al Festival Beat è per me un onore, una ficata, un privilegio. Lo scorso anno mi sono così divertito a Salsomaggiore Terme da buttar giù un report tra il serio e il faceto che, volendo, potete leggere sul sito di Rumore, qui.

Onore, ficata e privilegio che aumentano di molto dato che sarò in compagnia del (mio) cattivo maestro Luca Frazzi che parlerà del numero 6 della sua nuova creatura editoriale Sottoterra, a cui do anch’io il mio piccolo contributo in nome e per conto dell’unica religione che seguo: il rock and roll.

Non ci poteva essere chiusura migliore per il libretto. Sono rimaste pochissime copie di Andare in cascetta e probabilmente quella dell’1 luglio sarà l’ultima presentazione.

PS: questa la gagliarda formazione del Festival Beat 2015 di cui ho cianciato sul report di Rumore. Da sinistra il Sindaco, Max Garage, Davide, io.

Il Sindaco, Max Garage, Davide, io - Festiva Beat 2015

 

 

Due di due: la palla e il canestro

Seattle SuperSonics

Ci sono cose che mi piacciono ma che non seguo, chissà perché. Una di queste è la pallacanestro. Sport che ho praticato da ragazzino per poi mollarlo in favore della più gaia pallavolo. Eppure per anni ho goduto bazzicando i campetti di periferia, i playground come direbbero quelli che parlano alla moda. Per tutto il periodo universitario ho frequentato a Bologna il campetto sotto il ponte di Via Libia a San Donato: per dirne una, ero lì a far a sportellate sotto i ferri il pomeriggio che Biagio Antonacci girò il pessimo video di una sua pessima canzone. Tornato a Teramo ho frequentato per un po’ il campetto dell’Acquaviva dove mi è stato affibbiato il soprannome “Il Guerriero” – immagino per prendermi per il culo – ché, seppur scarso, davo tutto fino allo sfinimento.

Non ho mai avuto modelli nella vita, figuriamoci nello sport. Ma se proprio devo fare dei nomi di giocatori a cui sono legato non avrei dubbi: John Stokton con la sua intelligenza sopraffina e quei pantaloncini corti da maratoneta, Shawn Kemp con la sua ignoranza altrettanto sopraffina e la meravigliosa canotta dei Seattle SuperSonics.

Tutta ‘sta pappardella per arrivare alla recente vittoria dello scudetto dell’Olimpia Milano, squadra e città che, per inciso, non amo. Soprattutto “non accetto” dal punto di vista estetico. Sono nato con squadre che sulla canotta avevano impressi marchi di cucine ed elettrodomestici (Snaidero, Scavolini, Ignis, Berloni) e vederci sopra Emporio Armani mi procura formicolio alle mani.

A parte le cazzate… sono felice e pure un pochino fiero che una (buona) parte della vittoria dell’Olimpia porti la firma della mia città. Anzi due firme. Quella dell’assistente allenatore Massimo Cancellieri e quella del preparatore atletico Giustino Danesi: due teramani purosangue e, cosa più importante, due punk… oddio, proprio punk no ma appassionati e grandi cultori di rock alternativo sì.

John Stockton e Karl Malone

DIRTY FENCES… testosterone’n’roll

DirtyFences_

Per età e attitudine preferisco ascoltare musica nel formato fisico, principalmente su vinile. Tuttavia, anche per il lavoretto di recensorino che faccio, utilizzo di frequente le diavolerie tecnologiche: Bandcamp e affini. Me ne servo soprattutto per cercare/ascoltare cose nuove. Un bel giorno di circa due anni fa mi imbatto nel secondo 7” EP di ‘sti Dirty Fences a cui do fiducia anche per l’etichetta di tutto rispetto che ha stampato il piccolo vinile, la Oops Baby Records di Brooklyn.

I tre pezzi del 7” dei quattro debosciati di New York mi colpiscono per l’innata ignoranza che li accompagna al punto di scriverne su Rumore di febbraio 2015. Qualche mese dopo esce il loro secondo album, Full Tramp, sulla benemerita Slovenly. Il full length ha addirittura una promozione italiana, cosa più unica che rara per gruppi del genere, mi arriva a casa il cd-digipack e ne scrivo ancora su Rumore (nel numero di giugno 2015). L’album non è male ma lo trovo molto paraculo e lo metto nero su bianco senza giri di parole.

L’ascolto attento di Full Tramp mi convince sul fatto che un gruppo così vada visto dal vivo, per capire se ci sono o ci fanno. L’occasione mi si presenta martedì 7 giugno al Beaches Brew di Marina di Ravenna. I quattro salgono sul palco-tettoia per primi alle 19:30 che c’è ancora il sole, gente in ciabatte sulla passerella e sportivi fuori tempo intenti a scannarsi a racchettoni poco distanti dal palco. Nella sua brevità e in condizioni ambientali non ottimali, il concerto è perfetto. Rock’n’roll dall’alto tasso di testosterone con dentro della buona melodia agrodolce, non melensa come quella degli Audacity che di lì a poco calcheranno le stesse tavole dell’Hana-Bi.

La mattina dopo al mare incrocio un paio di volte il cantante chitarrista, quello biondino col baffetto e la faccia da pornoattore anni ’70. Si aggira in jeans e t-shirt logora, perso tra i pochi bagnati abbronzati che si godono la tintarella. Pare il tipico redneck dell’Alabama spaesato da quel po’ di fica presente nei paraggi. Sto lì lì per andare a complimentarmi con lui e dirgli che ci rivedremo molto presto ma non lo faccio.

Lo farò domani 13 giugno visto che i newyorkesi suoneranno a Teramo, al quinto appuntamento della Fazenda.

DirtyFences_7_RumoreFebbraio2015_OKDirtyFences_LP_RumoreGiugno2015

Il mito della Fender Telecaster da Muddy Waters ai Franz Ferdinand

Forse non tutti sanno che il marchio più famoso di chitarre al mondo è nato sul finire degli anni ’30 a Fullerton, un’anonima cittadina nei pressi di Los Angeles. Dietro al negozietto di riparazioni elettroniche e strumenti musicali chiamato Fender Radio Service, il proprietario Leo Fender aveva attrezzato una fatiscente baracca di lamiere dove sperimentava la costruzione di strumenti musicali e produceva lap-steel e amplificatori dopo l’orario di lavoro, obbligando spesso i suoi collaboratori a tirare avanti tutta la notte.

pubblicità Fender Telecaster

Questo ex impiegato delle autostrade statali ed ex venditore di pneumatici col pallino dell’elettronica – ricordato come un perfezionista, uno stacanovista e un ipocondriaco di serie A – lavorò durante tutti gli anni ’40 per mettere a punto la prima chitarra elettrica solid body della storia. Erano anni duri, quelli. Il ricordo spettrale della grande depressione e il fallimento sempre dietro l’uscio della sua baracca/laboratorio non lo scoraggiarono affatto.

Arrivò così al 1950 con in mano il primo prototipo di Telecaster che, in realtà, all’inizio si chiamava Esquire e poi Broadcast, nome abbandonato per l’omonimia con un modello di batteria della Gretsch. Qui urge una spiegazione: nel periodo di transizione tra Broadcaster e Telecaster, mentre si cercava un nuovo nome, la Fender tolse dalla paletta della chitarra l’etichetta che indicava il modello. Quegli esemplari ribattezzati dai collezionisti “Nocaster” sono oggi rarissimi e valgono un botto. Alla fine la scelta del nome ricadde su Telecaster anche perché, come ricorda un collaboratore della Fender: “Agli albori della TV, il negozio di Leo era probabilmente l’unico posto in città ad avere dei televisori, e lui era solito metterne uno in vetrina, rivolto verso la strada, con l’altoparlante fuori: la sera la vetrina si riempiva di gente che guardava il wrestling o qualunque programma passassero. A volte era magari freddo e c’era la nebbia, ma era sempre pieno di gente.”

Fender_Custom_Shop_Ultimate_Relic_51_Nocaster_Blonde

Ne è passata di acqua sotto ai ponti dalla Esquire dei primi anni ’50, bianca con battipenna nero, suonata da un giovane e irriconoscibile B.B. King oppure dalla Telecaster del ’57 con battipenna bianco e tastiera in acero che accompagnò Muddy Waters per il resto della sua carriera. Così come è passato un fracco di tempo da The Train Kept A-Rollin’ del Rock’n’Roll Trio e I Walk The Line di Johnny Cash, due canzoni di quel decennio segnate dal Telecaster sound che hanno cambiato la storia della popular music. Ma la storia era ancora di là a venire.

B.B. KingMuddy Waters

Dopo aver seminato bene per tutti gli anni ’50, ci fu finalmente il vero boom sulla scia lunga della rivoluzione rock’n’roll: basti pensare che nel 1964 l’azienda impiegava circa 600 persone. La Fender ebbe la geniale idea di utilizzare le scintillanti vernici del mercato automobilistico (per esempio il Fiesta Red mutuato dal colore di una Ford Thunderbird del ’56) e contestualmente iniziò ad esportare nel mercato inglese. Tutto ciò convinse nel 1965 la CBS Corporation ad acquisire l’azienda per la cifra record di 13 milioni di dollari.

Nei Sixties i telecasteristi doc furono molti, da Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page, che curiosamente si assecondarono negli Yarbirds, fino a quel geniaccio di Syd Barret. E a proposito di fiori, droghe e viaggi lisergici, nel 1968 la follia psichedelica contagiò anche la Fender che pensò bene di applicare carta da parati e motivi floreali su due modelli, precisamente il Blu Flower e il Paisley Red, quest’ultimo portato alla ribalta dal chitarrista di Elvis Presley, Ricky Nelson.

Come si sa i Beatles non furono mai dei fenderisti, eppure in qualche modo contribuirono al suo successo proprio durante il loro mitologico epilogo, ovvero nell’ultimo concerto del gennaio 1969 sui tetti della Apple di Londra quando George Harrison imbracciò una bellissima Rosewood Telecaster con il corpo in palissandro grezzo. Stesso discorso vale per Pete Townshend, noto per essere un rickenbackerista, ma che non disdegnò la Tele con un pick up aggiunto tipo Stratocaster.

Jeff Beck Fender Esquire1954George Harrison

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I ’70 sono ritenuti dai collezionisti come gli anni peggiori dal punto di vista qualitativo della produzione Fender: d’altronde il vecchio Leo era stato messo alla porta e lavorò prima per la Music Man per poi fondare nel ’79 la G&L con il suo vecchio collaboratore George Fullerton. Tuttavia Keith Richards suonò spesso una Telecaster Custom così come Andy Summer dei Police e Robby Robertson della Band. Inoltre la vecchia Telecaster plasmò le sonorità funk di Sex Machine di James Brown, della hit del glam rock Hot Love dei T-Rex e finì persino sulla copertina di Born To Run di Bruce Springsteen. Neanche il punk rimase indifferente al suo magnetico fascino, da Joe Strummer che la maltrattò e la rattoppò con gli adesivi fino all’icona del pub rock Wilko Johnson dei Dr Feelgood.

Wilko Johnson

All’inizio degli anni ‘80 per fermare l’epidemia di copie provenienti dal Sol Levante, venne fondata la Fender Japan e un paio d’anni dopo fu varata la serie Fender Vintage Reissue a seguito del primo boom del vintage che nel 1983 portò un pazzo a spendere la cifra folle di 3.000 dollari per una Telecaster del ‘54. Nello stesso periodo per commercializzare le Fender giapponesi in Europa si diede vita alla sottomarca economica Squier che prese il nome da una vecchia azienda produttrice di corde acquistata negli anni ’60. L’impero Fender divenne così a tutti gli effetti una multinazionale e la patente gli fu idealmente consegnata da quel simpaticone di Freddy Mercury che imbracciò la sua bella Tele all’inizio del concerto dei Queen al Live Aid di fronte ad un miliardo e mezzo di telespettatori.

La Telecaster fu persino sdoganata in ambito jazz dal chitarrista di Miles Davis, Mike Stern, eppure gli affari iniziarono a vacillare. La CBS vendette baracca e burattini e, come succede sempre, furono proprio i burattini a farne le spese tanto che da 800 dipendenti ne rimasero un centinaio scarso. Meno male che la linea di produzione giapponese riuscì ad ammortizzare il colpo, anzi divenne proprio la linfa vitale per la Fender americana che poco dopo si tirò su con il Fender Custom Shop, nato per costruire pezzi unici come la Telecaster Thinline mancina in foam green commissionata da Elliot Easton dei Cars.

Gli anni ’90 sono stati segnati dalla produzione messicana e ancor più dalla riscoperta della Telecaster da parte dei musicisti alternativi come Graham Coxon, Frank Black, Beck, Jeff Buckley e Thom Yorke. Nel frattempo il vintage tornò a tirare più della fica e la Fender andò oltre la semplice riproduzione dei vecchi modelli cacciando dal cilindro la linea Relic, ovvero chitarre molto vissute ed invecchiate ad arte con tastiera consumata, hardware e meccaniche ossidate, ecc.

Ancora oggi, in questi tragicomici anni 00, la Telecaster tiene duro e mantiene il suo forte appeal sulle generazioni dei nuovi musicisti indie rock che strizzano l’occhio al mainstream: Alex Kapranos dei Franz Ferdinand e Kele Okereke dei Bloc Party sono soltanto la punta dell’iceberg. Insomma, come abbiamo visto parte della storia è stata già scritta ma lungi dall’essere terminata.

Frank BlackAlex Kapranos Jeff Buckley

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se come me siete rimasti affascinati da questa favola a cui manca il finale, nel volume Sei decadi di Fender Telecaster di Tony Bacon (Casale Bauer, pp. 144, Euro 35,00) troverete molti, interessanti particolari della lunga storia della Telecaster riassunta in questo articolo. Il grande formato del volume (22 x 27,5 cm) ha permesso all’autore di riprodurre fedelmente belle foto e preziosi cataloghi dell’epoca. In più le ultime pagine sono occupate da un utilissima ”Lista di riferimenti” con le informazioni su tutti i modelli di Telecaster prodotti nel mondo (USA, Giappone, Messico, ecc.) dal 1950 al 2005.

Visto che il Natale è alle porte, questo sì che sarebbe un regalo da paura per qualsiasi chitarrista e, più in generale, per qualsiasi amante del r&r. Come si dice, veniteci pensando.

 

Articolo pubblicato, sulla defunta webzine Black Milk, a fine dicembre del 2008… pezzo che mi è tornato in mente a diversi anni di distanza vedendo oggi questa foto del Master of Telecaster italiano Paolo Dondoli…

Paolo Dondoli

 

È facile dire week-end…

Ho trascorso un gran bel week-end in famiglia. A oltre 400 km da casa ma in famiglia è il termine esatto. Intanto perché con me c’erano le due donne della mia vita, Barbara e Martina: la mia vera famiglia, appunto. E poi perché mi sono sentito a casa, nonostante i 400 km e rotti di cui sopra, divertendomi da morire. La scusa è stata la presentazione di Andare in cascetta allo Spring Rumble Festival di Siena. La chiamo “scusa” perché sono più interessato al prima, al dopo, alle chiacchiere fuori mano, agli incontri, alle dinamiche empatiche, alle pacche sulle spalle, al contorno insomma. Mi ha fatto un immenso piacere trascorrere del tempo con Nico che ha reso possibile tutto ciò e che ringrazio ancora di cuore per l’accoglienza; conoscere finalmente suo fratello Luca e poi FabioBilly Boy” (assieme nei sorprendenti The Dirtiest), Pete della Slovenly Records, Andrea che ci ha ospitati nel suo splendido B&B Santa Chiara, i ragazzi di Cacio & Pere dove si è tenuta la presentazione, Francesco e tutti gli altri della Corte dei Miracoli che hanno organizzato un festival coi controcazzi.

AIC - Cacio & Pere - 29 aprile 2016

È stato bello abbracciare in terra senese concittadini di peso (e giuro che non c’è doppio senso) come Daniela, Cristina, Lorena e Gabriele, ovvero i/le Wide Hips 69 che peraltro hanno fatto un concertone esaltando tutti i presenti la sera di venerdì 29. Così come gli amici Chronics di cui mi sono gustato il live – che mi è piaciuto davvero molto – con il Toma sugli scudi, il Turci bene in arnese e il Felcini meravigliosamente sulle nuvole. Incontrare Daniela e Filippo degli ottimi Plutonium Baby, scambiare quattro chiacchiere su vecchie chitarre e batterie italiane con il master Michele Landi e rivedere Marco “Tony Rathskeller” all’opera con il suo nuovo, interessante progetto The Fish Revenge.

Mi ha talmente preso bene la faccenda del Festival che la seconda sera, sabato 30, mi sono persino lanciato in una session improvvisata leggendo il mio racconto Mo’ ti faccio piangere al microfono accompagnato proprio da Marco “Tony Rathskeller” al rullante e Nico alla chitarra (una fiammante Wandre Davoli Cobra della collezione di Michele): che ringrazio per l’opportunità e per la follia.

In questo giro di doverosi e sentiti ringraziamenti di certo dimentico qualcuno e mi scuso per questo. È stato tutto molto fregno. Pure troppo per essere vero. Grazie davvero. Grazie sul serio.

Ecco la spasa che ho fatto appena ho messo piede a casa.