Festival Beat 2016, un racconto di famiglia

L’entusiasmante esperienza del 2015 (di cui ho scritto su rumoremag.com) mi ha convinto a tornare al Festival Beat. Lo scorso anno mi ero sentito in famiglia quindi ‘sta volta ho deciso di tornarci con la mia vera famiglia, Barbara e Martina: una grande moglie e una piccola-grande figlia. Ci portiamo dietro anche il figlioletto adottivo Andare in cascetta per presentarlo in società.

VENERDI 1 LUGLIO

Neanche il tempo di varcare la soglia dell’Hotel Regina che alle 14:00 Martina già freme per andare in piscina. La accontentiamo subito, faccio giusto un salto in camera e m’infilo sotto la doccia ché con 500 Km sul groppone puzzo come un capriolo del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

Circa tre ore dopo, nuovamente docciato (alla faccia di chi ritiene che i punk siano dei zezzoni), incontro il cattivo maestro e amico Luca Frazzi. È sempre un piacere rivedere le persone che stimo, e tra queste Luca è sul podio. La stima nei suoi confronti accresce ancor più quando mi confessa qual è l’esplosivo lavoro che svolge ora. Insieme intratteniamo gli astanti del Cafè Desiree parlando di rock and roll di carta. Io della raccolta di microracconti Andare in cascetta che ho curato e (auto)prodotto assieme al compagno Maximiliano Bianchi. Lui di Sottoterra, la rock zine che dirige è che di fatto è il secondo lavoro esplosivo di Luca in questo periodo della sua vita.

Manuel Graziani, Luca Frazzi

La presentazione a braccio, estemporanea, va oltre le mie aspettative. Mi rassicura la presenza della delegazione del vero Abruzzo garage-punk composta dagli amici di bagordi e r’n’r Max Garage, Il Sindaco, Fiorindo e i due Davide. Vedo le persone sorridere. E sorrido anch’io sotto i Rayban da sole graduati che mi fanno assumere le sembianze della cieca di Sorrento. Alla fine delle chiacchiere stringo mani a brava gente che si mette una mano sul cuore e l’altra sul portafogli comprando il libretto: la tenera Tiziana, Fabio Avaro, Moreno de Gli Avvoltoi, Tony Borlotti (senza i suoi Flauers), i grandi Bradipos IV e quella che ho ribattezzato la donna cannone, una corpulenta anziana che acquista anche la cassetta allegata dicendomi che è per suo nipote, un musicista serio che suona con De Gregori.

Un paio di aperitivi e arriviamo al Devil’s Den Pub dove i Cut hanno appena finito il loro set che mi dicono essere stato una martellata sulle gengive. Non ho alcun dubbio, ché stiamo parlando di uno dei migliori gruppi r’n’r italiani, devastanti dal vivo. Saluto l’amico Ferruccio e mi scuso per non esser riuscito a passare prima.

Dopo poco siamo nell’area concerti di Ponte Ghiara assieme a Marco Turci (The Chronics, Monogawa Dj Crew, ecc.) e alla sua splendida famiglia. Con i braccialetti gialli stretti al polso saltiamo la fila per la gioia gonfia di orgoglio dei nostri figli illusi di avere dei padri che contano. In realtà, non me ne voglia Marco, entrambi contiamo come il due di coppe quando comanda bastoni.

Io e mia figlia Martina ci mangiamo un hot dog vegano. Ci piace. Ci abbracciamo. Ridiamo. Nel frattempo sale sul palco Rolando Bruno che esteticamente è un incrocio tra Ramón Díaz e Calcutta. L’argentino è proprio “un simpatico pazzoide” come dice il libretto del Festival. Indossa un gran bella camicia e imbraccia una ancor più bella chitarra. Ci dà di fuzz, garage, cumbia, tropicalismo, simpatia e un pizzico di rabbia.

Los Retrovisores, foto di Serena Groppelli

Los Retrovisores, foto di Serena Groppelli

Poi tocca agli spagnoli Los Retrovisores, un’allegra banda con tanto di sezione fiati calata dalla testa ai piedi nei Sixties del beat e del r&b più ballerino. Sono dichiaratamente i figli illegittimi di Emilio Baldoví Menéndez, meglio noto come Bruno Lomas, il che in tutta sincerità non mi fa né caldo né freddo. Durante il loro frizzante concerto, agevolato dalla presenza al mixer di Mike Mariconda, mia figlia raggiunge il gazebo dei bimbi dove colora e fa dei lavoretti artigianali. Io e Barbara andiamo sotto il palco e battiamo il piedino a ritmo. La mia signora ha su una tutina a righe che fa pendant con le magliette da marinai Bretoni indossate dagli spagnoli. Il set è gradevole, i ragazzi sono bravi, ci stanno dentro. Sul finire del live, Martina ci raggiunge trotterellando. Con dei bicchieri di carta riciclati, degli stecchini e dei semi ha costruito due maracas. Me le agita sotto il naso tutta contenta. La bacio e le do la buonanotte. Le mie donne se ne tornano in hotel e mi lasciano solo per i due ultimi attesissimi concerti.

L’impatto degli Strollers è ottimo. Di che se ne possa pensare non sono un grande amante del garage canonico, il Farfisa alla lunga mi rompe la minchia, tuttavia devo ammettere che per un attimo torno indietro di 15 anni e rivivo la magia di Falling Right Down! e Captain Of My Ship. Nei primi due-tre pezzi gli svedesi spaccano il culo ai passeri, ma poi si perdono. Ad essere impietosi direi che partono a razzo e finiscono a cazzo. Invero non è proprio così, buttano via la parte centrale e “sbagliano” scaletta. Il problema non è tecnico ma tattico. La pensa più o meno come me anche Claudio Sorge col quale scambio quattro chiacchiere proprio mentre i vecchi ragazzi di Örebro calcano le tavole di Ponte Ghiara. Qui tocca aprire una piccola parentesi: Claudio sarà sempre il “mio direttore”. È stato un piacere conoscerlo di persona visto che, incredibilmente, non ci eravamo mai incontrati prima. Che dire… magie del Festival Beat.

Siamo al gran finale. Gli Allah-Las entrano in scena alla chetichella, quasi in punta di piedi. La loro non è insicurezza ma tranquillità. Sono polleggiatissimi, come direbbero a San Giovanni in Persiceto. Uno stato che mantengono per tutto il concerto e che trasferiscono al pubblico. Almeno io lo percepisco così e mi fa stare bene. Al netto dei rimandi ai Love e a quel mondo lì, il Sixties sound sabbioso dei cinque losangelini è attuale come pochi nella sua perfetta linearità. Roba da tramonto autunnale in spiaggia, seduti sulla sabbia umida a viaggiare con la mente. Quando nel 2012 uscì il primo album omonimo non li compresi sino in fondo. Con Worship The Sun di due anni dopo mi hanno rapito. Stasera mi hanno definitivamente fatto prigioniero. Il cantante e chitarrista ritmico Miles Michaud è la serenità fatta persona, mi piace la sua voce e ha un carisma serafico. Il bassista Spencer Dunham è un tutt’uno col suo Mustang. Il batterista Matthew Correia nel bis infila le maracas e si piazza di fronte al microfono chiudendo in scioltezza il set che mi gusto sino in fondo prima di andare a dormire contento e oltremodo rilassato.

Allah-Las, foto di Serena Groppelli

Allah-Las, foto di Serena Groppelli

SABATO 2 LUGLIO

Scendiamo in strada alla buon’ora agghindati come una famigliola friulana il primo giorno di ferie sulla riviera romagnola. Ci manca solo il materassino gonfiabile della Nivea a forma di saponetta. L’unica differenza sta nell’abbronzatura, d’altronde noi siamo gente di mare che se ne va dove gli pare. Poco dopo le 9:00 arriviamo alla Piscina Leoni e tocca aspettare per buttarci in acqua perché i bagnini non sono ancora al lavoro. Prendiamo sole. Tanto sole. Troppo sole. Ad un certo punto, stordito dalla canicola, mi ritrovo a mollo nella piscinetta dei bambini con Ferruccio dei Cut e Mass dei Female Troubles. La presenza al Festival di Kid Congo Powers ci fa discorrere amabilmente di Cramps, Gun Club e compagnia rantolante, nonostante il principio d’insolazione.

Pranziamo sotto l’ombrellone. Per lasciare ombra alle mie donne, la parte destra della mia zona dorsale rimane alla mercé di Helios. Il dio del sole si accanisce. Me ne accorgo quando rientriamo in hotel attorno alle 17:00. Dallo specchio vedo riflessa una striatura incandescente, praticamente il lampo rosso e blu di Aladdin Sane trapiantato sulla mia schiena.

Giretto in città e spritz defaticante sono d’obbligo in attesa della partita degli Europei Italia-Germania che decidiamo di seguire al Festival. Nel bel mezzo dell’aperitivo vedo Giuliano e Luna della libreria-negozio di dischi Polarville di L’Aquila che inforcano delle belle biciclette color crema: loro due ci hanno capito tutto della vita. Rientrati in hotel prendiamo l’ascensore assieme a Lutz Raeuber della Soundflat. Per rompere il ghiaccio biascico in inglese maccheronico qualcosa sull’imminente match. Lutz mi risponde una cosa tipo “se vinciamo ok, altrimenti siamo felici lo stesso… siamo al Festival Beat!”

La partita sta per iniziare. Come entriamo nell’area festival allungo una copia di Andare in cascetta al patron Gianni Fuso Nerini, che ringrazio per l’ospitalità, e punto il furgoncino vegano dove c’è già una discreta fila. Barbara e Martina vanno a prendere posto vicino al maxischermo.

Elli De Mon, foto di Serena Groppelli

Elli De Mon, foto di Serena Groppelli

È una serata strana, per ovvie ragioni. C’è chi non si schioda dalla partita e chi come me, invece, fa spasmodicamente avanti e indietro tra il palco e il maxischermo. Mia figlia rimane ipnotizzata da Elli De Mon e dal suo gambaletto a sonagli. Guadagna la transenna, ci si piazza sopra e si gusta il breve concerto di una delle migliori one woman band europee. Elisa conferma dal vivo ciò che ho apprezzato nei suoi dischi e ancora prima in quelli delle Almandino Quite DeLuxe. La preferisco quando lambisce le rive del Mississippi piuttosto che quando va in pellegrinaggio sul Gange, ma sono gusti.

I Sick Rose  salgono con una carica spaventosa. Alla fine del primo pezzo l’atletico Luca Re è già tra la gente sotto il palco. Spiace davvero per la concomitanza con la partita perché i torinesi sono a mille e chi è inchiodato di fronte allo schermo si sta perdendo un gran concerto. Stasera stanno celebrando al meglio il trentennale di Faces, il loro esordio da poco ristampato in una bella edizione in vinile che faccio mia all’istante. L’attitudine della Rosa Malata è da incorniciare, il suono è “voluminoso” da grande band quale sono. Come mi fa notare Max Garage, Luca Re ha una voce migliore di quando era giovane e capellone. Mia figlia non ce la fa più per la stanchezza. D’altronde ha solo 7 anni, ascolta i Big Time Rush e ha già resistito abbastanza. Prima di lasciarle andare dico a mia moglie che quei tipi sul palco sono gli autori di Barbara: 10 anni fa ho piazzato nella home page di questo blog i versi “Barbara / Don’t tell me not to fall in love / No matter what you do or say / I’m gonna love you anyway”. Barbara mi bacia. E ci mancherebbe altro.

The Sick Rose, foto di Serena Groppelli

The Sick Rose, foto di Serena Groppelli

La partita va per le lunghe e io continuo a fare su e giù dal palco al maxischermo. Prima che Kid Congo and The Pink Monkey Birds attacchino a suonare passo al banchetto di Sottoterra. Saluto il megadirettore e Joe Fuzz, rivedo Luca Orzi e Sara, scambio due chiacchiere con Lorenzo Belli Capelli. Su Kid Congo è doverosa una premessa: nell’estate del 1990 mi stesero una compilation che conteneva La Historia De Un Amour, pezzo tratto da un EP che penso sia la sua prima uscita solista. Il tipo che mi fece la cassetta aggiunse che Kid era stato il chitarrista dei Gun Club e dei Cramps e che da un po’ stava suonando con Nick Cave. Questo per dire che Brian Tristan (questo il suo vero nome) lo considero un po’ come uno di famiglia.

Il 57enne è elegantissimo nel suo completo a righe avana con tanto di copricapo da Giovani Marmotte. Che sia in serata lo si capisce da come si muove e dalle pillole d’amore che dispensa al pubblico. Purtroppo me lo vedo a spizzichi e bocconi per via dei tempi supplementari e dei rigori. Ma quello a cui assisto è SPETTACOLARE. Il miglior concerto del Festival. Il gruppo è una macchina da guerra con un batterista mostruoso. Kid un entertainer di primissimo livello. Partito dalla spiaggia di Venice Beach e transitato dai cessi luridi del CBGB, oggi è un sardonico soul man delle catacombe, il punto di congiunzione tra Screamin’ Jay Hawkins e Jonathan Richman. E non saprei formulare complimento migliore. Chiude con una versione nostalgica di Sex Beat che mi fa venire brividi pesanti. Guardandomi attorno noto di non essere il solo.

Kid Congo and The Pink Monkey Birds, foto di Serena Groppelli

Kid Congo and The Pink Monkey Birds, foto di Serena Groppelli

I rigori ci puniscono e così la massa pallonara, di cui sono parte, si riversa ammutolita sotto il palco. I Nomads non fanno nulla per tirarci su il morale, spiace davvero dirlo. I vecchi eroi del garage rock scandinavo, in sella da 35 anni tondi tondi, stasera sono spompati. Mi impegno a farmi piacere il set, ma non ce la faccio a mentire a me stesso e dopo 4-5 pezzi mollo l’osso. Ne approfitto per dare un’occhiata tra i banchetti di vinile. Le cose più interessanti a prezzi migliori si trovano da Area Pirata. Mi fermo a chiacchierare con Jacopo e Tiziano, i boss dell’etichetta, da cui scrocco per me e Ferruccio/Cut un passaggio in hotel. Prima di andar via incrocio Fausto e Piera, ovvero Jungle e She Hellcat dei Killer Klown, che stanno di fretta. Scambiamo 2-parole-2, giusto il tempo di dire a Fausto che col supergruppo Lucyfer Sam hanno tirato giù un album della madonna, guarda caso con su impresso il logo di Area Pirata.

PS: è stato un gran bel week-end. Durante il viaggio di ritorno Barbara e Martina mi hanno detto che si sono divertite assai e che il prossimo anno vogliono tornare. “Magari una settimana intera” ha aggiunto mia figlia, “così andiamo alle terme e in piscina tutti i giorni”.

Amo le mie donne. E amo anche il Festival Beat.

Le bellissime foto dei gruppi che vedete sono di Serena Groppelli (dalla pagina Facebook del Festival Beat)

Andare in cascetta al Festival Beat di Salsomaggiore

AIC - Festival Beat 2016

Evitiamo giri di parole: presentare Andare in cascetta al Festival Beat è per me un onore, una ficata, un privilegio. Lo scorso anno mi sono così divertito a Salsomaggiore Terme da buttar giù un report tra il serio e il faceto che, volendo, potete leggere sul sito di Rumore, qui.

Onore, ficata e privilegio che aumentano di molto dato che sarò in compagnia del (mio) cattivo maestro Luca Frazzi che parlerà del numero 6 della sua nuova creatura editoriale Sottoterra, a cui do anch’io il mio piccolo contributo in nome e per conto dell’unica religione che seguo: il rock and roll.

Non ci poteva essere chiusura migliore per il libretto. Sono rimaste pochissime copie di Andare in cascetta e probabilmente quella dell’1 luglio sarà l’ultima presentazione.

PS: questa la gagliarda formazione del Festival Beat 2015 di cui ho cianciato sul report di Rumore. Da sinistra il Sindaco, Max Garage, Davide, io.

Il Sindaco, Max Garage, Davide, io - Festiva Beat 2015

 

 

Due di due: la palla e il canestro

Seattle SuperSonics

Ci sono cose che mi piacciono ma che non seguo, chissà perché. Una di queste è la pallacanestro. Sport che ho praticato da ragazzino per poi mollarlo in favore della più gaia pallavolo. Eppure per anni ho goduto bazzicando i campetti di periferia, i playground come direbbero quelli che parlano alla moda. Per tutto il periodo universitario ho frequentato a Bologna il campetto sotto il ponte di Via Libia a San Donato: per dirne una, ero lì a far a sportellate sotto i ferri il pomeriggio che Biagio Antonacci girò il pessimo video di una sua pessima canzone. Tornato a Teramo ho frequentato per un po’ il campetto dell’Acquaviva dove mi è stato affibbiato il soprannome “Il Guerriero” – immagino per prendermi per il culo – ché, seppur scarso, davo tutto fino allo sfinimento.

Non ho mai avuto modelli nella vita, figuriamoci nello sport. Ma se proprio devo fare dei nomi di giocatori a cui sono legato non avrei dubbi: John Stokton con la sua intelligenza sopraffina e quei pantaloncini corti da maratoneta, Shawn Kemp con la sua ignoranza altrettanto sopraffina e la meravigliosa canotta dei Seattle SuperSonics.

Tutta ‘sta pappardella per arrivare alla recente vittoria dello scudetto dell’Olimpia Milano, squadra e città che, per inciso, non amo. Soprattutto “non accetto” dal punto di vista estetico. Sono nato con squadre che sulla canotta avevano impressi marchi di cucine ed elettrodomestici (Snaidero, Scavolini, Ignis, Berloni) e vederci sopra Emporio Armani mi procura formicolio alle mani.

A parte le cazzate… sono felice e pure un pochino fiero che una (buona) parte della vittoria dell’Olimpia porti la firma della mia città. Anzi due firme. Quella dell’assistente allenatore Massimo Cancellieri e quella del preparatore atletico Giustino Danesi: due teramani purosangue e, cosa più importante, due punk… oddio, proprio punk no ma appassionati e grandi cultori di rock alternativo sì.

John Stockton e Karl Malone

DIRTY FENCES… testosterone’n’roll

DirtyFences_

Per età e attitudine preferisco ascoltare musica nel formato fisico, principalmente su vinile. Tuttavia, anche per il lavoretto di recensorino che faccio, utilizzo di frequente le diavolerie tecnologiche: Bandcamp e affini. Me ne servo soprattutto per cercare/ascoltare cose nuove. Un bel giorno di circa due anni fa mi imbatto nel secondo 7” EP di ‘sti Dirty Fences a cui do fiducia anche per l’etichetta di tutto rispetto che ha stampato il piccolo vinile, la Oops Baby Records di Brooklyn.

I tre pezzi del 7” dei quattro debosciati di New York mi colpiscono per l’innata ignoranza che li accompagna al punto di scriverne su Rumore di febbraio 2015. Qualche mese dopo esce il loro secondo album, Full Tramp, sulla benemerita Slovenly. Il full length ha addirittura una promozione italiana, cosa più unica che rara per gruppi del genere, mi arriva a casa il cd-digipack e ne scrivo ancora su Rumore (nel numero di giugno 2015). L’album non è male ma lo trovo molto paraculo e lo metto nero su bianco senza giri di parole.

L’ascolto attento di Full Tramp mi convince sul fatto che un gruppo così vada visto dal vivo, per capire se ci sono o ci fanno. L’occasione mi si presenta martedì 7 giugno al Beaches Brew di Marina di Ravenna. I quattro salgono sul palco-tettoia per primi alle 19:30 che c’è ancora il sole, gente in ciabatte sulla passerella e sportivi fuori tempo intenti a scannarsi a racchettoni poco distanti dal palco. Nella sua brevità e in condizioni ambientali non ottimali, il concerto è perfetto. Rock’n’roll dall’alto tasso di testosterone con dentro della buona melodia agrodolce, non melensa come quella degli Audacity che di lì a poco calcheranno le stesse tavole dell’Hana-Bi.

La mattina dopo al mare incrocio un paio di volte il cantante chitarrista, quello biondino col baffetto e la faccia da pornoattore anni ’70. Si aggira in jeans e t-shirt logora, perso tra i pochi bagnati abbronzati che si godono la tintarella. Pare il tipico redneck dell’Alabama spaesato da quel po’ di fica presente nei paraggi. Sto lì lì per andare a complimentarmi con lui e dirgli che ci rivedremo molto presto ma non lo faccio.

Lo farò domani 13 giugno visto che i newyorkesi suoneranno a Teramo, al quinto appuntamento della Fazenda.

DirtyFences_7_RumoreFebbraio2015_OKDirtyFences_LP_RumoreGiugno2015

Il mito della Fender Telecaster da Muddy Waters ai Franz Ferdinand

Forse non tutti sanno che il marchio più famoso di chitarre al mondo è nato sul finire degli anni ’30 a Fullerton, un’anonima cittadina nei pressi di Los Angeles. Dietro al negozietto di riparazioni elettroniche e strumenti musicali chiamato Fender Radio Service, il proprietario Leo Fender aveva attrezzato una fatiscente baracca di lamiere dove sperimentava la costruzione di strumenti musicali e produceva lap-steel e amplificatori dopo l’orario di lavoro, obbligando spesso i suoi collaboratori a tirare avanti tutta la notte.

pubblicità Fender Telecaster

Questo ex impiegato delle autostrade statali ed ex venditore di pneumatici col pallino dell’elettronica – ricordato come un perfezionista, uno stacanovista e un ipocondriaco di serie A – lavorò durante tutti gli anni ’40 per mettere a punto la prima chitarra elettrica solid body della storia. Erano anni duri, quelli. Il ricordo spettrale della grande depressione e il fallimento sempre dietro l’uscio della sua baracca/laboratorio non lo scoraggiarono affatto.

Arrivò così al 1950 con in mano il primo prototipo di Telecaster che, in realtà, all’inizio si chiamava Esquire e poi Broadcast, nome abbandonato per l’omonimia con un modello di batteria della Gretsch. Qui urge una spiegazione: nel periodo di transizione tra Broadcaster e Telecaster, mentre si cercava un nuovo nome, la Fender tolse dalla paletta della chitarra l’etichetta che indicava il modello. Quegli esemplari ribattezzati dai collezionisti “Nocaster” sono oggi rarissimi e valgono un botto. Alla fine la scelta del nome ricadde su Telecaster anche perché, come ricorda un collaboratore della Fender: “Agli albori della TV, il negozio di Leo era probabilmente l’unico posto in città ad avere dei televisori, e lui era solito metterne uno in vetrina, rivolto verso la strada, con l’altoparlante fuori: la sera la vetrina si riempiva di gente che guardava il wrestling o qualunque programma passassero. A volte era magari freddo e c’era la nebbia, ma era sempre pieno di gente.”

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Ne è passata di acqua sotto ai ponti dalla Esquire dei primi anni ’50, bianca con battipenna nero, suonata da un giovane e irriconoscibile B.B. King oppure dalla Telecaster del ’57 con battipenna bianco e tastiera in acero che accompagnò Muddy Waters per il resto della sua carriera. Così come è passato un fracco di tempo da The Train Kept A-Rollin’ del Rock’n’Roll Trio e I Walk The Line di Johnny Cash, due canzoni di quel decennio segnate dal Telecaster sound che hanno cambiato la storia della popular music. Ma la storia era ancora di là a venire.

B.B. KingMuddy Waters

Dopo aver seminato bene per tutti gli anni ’50, ci fu finalmente il vero boom sulla scia lunga della rivoluzione rock’n’roll: basti pensare che nel 1964 l’azienda impiegava circa 600 persone. La Fender ebbe la geniale idea di utilizzare le scintillanti vernici del mercato automobilistico (per esempio il Fiesta Red mutuato dal colore di una Ford Thunderbird del ’56) e contestualmente iniziò ad esportare nel mercato inglese. Tutto ciò convinse nel 1965 la CBS Corporation ad acquisire l’azienda per la cifra record di 13 milioni di dollari.

Nei Sixties i telecasteristi doc furono molti, da Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page, che curiosamente si assecondarono negli Yarbirds, fino a quel geniaccio di Syd Barret. E a proposito di fiori, droghe e viaggi lisergici, nel 1968 la follia psichedelica contagiò anche la Fender che pensò bene di applicare carta da parati e motivi floreali su due modelli, precisamente il Blu Flower e il Paisley Red, quest’ultimo portato alla ribalta dal chitarrista di Elvis Presley, Ricky Nelson.

Come si sa i Beatles non furono mai dei fenderisti, eppure in qualche modo contribuirono al suo successo proprio durante il loro mitologico epilogo, ovvero nell’ultimo concerto del gennaio 1969 sui tetti della Apple di Londra quando George Harrison imbracciò una bellissima Rosewood Telecaster con il corpo in palissandro grezzo. Stesso discorso vale per Pete Townshend, noto per essere un rickenbackerista, ma che non disdegnò la Tele con un pick up aggiunto tipo Stratocaster.

Jeff Beck Fender Esquire1954George Harrison

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I ’70 sono ritenuti dai collezionisti come gli anni peggiori dal punto di vista qualitativo della produzione Fender: d’altronde il vecchio Leo era stato messo alla porta e lavorò prima per la Music Man per poi fondare nel ’79 la G&L con il suo vecchio collaboratore George Fullerton. Tuttavia Keith Richards suonò spesso una Telecaster Custom così come Andy Summer dei Police e Robby Robertson della Band. Inoltre la vecchia Telecaster plasmò le sonorità funk di Sex Machine di James Brown, della hit del glam rock Hot Love dei T-Rex e finì persino sulla copertina di Born To Run di Bruce Springsteen. Neanche il punk rimase indifferente al suo magnetico fascino, da Joe Strummer che la maltrattò e la rattoppò con gli adesivi fino all’icona del pub rock Wilko Johnson dei Dr Feelgood.

Wilko Johnson

All’inizio degli anni ‘80 per fermare l’epidemia di copie provenienti dal Sol Levante, venne fondata la Fender Japan e un paio d’anni dopo fu varata la serie Fender Vintage Reissue a seguito del primo boom del vintage che nel 1983 portò un pazzo a spendere la cifra folle di 3.000 dollari per una Telecaster del ‘54. Nello stesso periodo per commercializzare le Fender giapponesi in Europa si diede vita alla sottomarca economica Squier che prese il nome da una vecchia azienda produttrice di corde acquistata negli anni ’60. L’impero Fender divenne così a tutti gli effetti una multinazionale e la patente gli fu idealmente consegnata da quel simpaticone di Freddy Mercury che imbracciò la sua bella Tele all’inizio del concerto dei Queen al Live Aid di fronte ad un miliardo e mezzo di telespettatori.

La Telecaster fu persino sdoganata in ambito jazz dal chitarrista di Miles Davis, Mike Stern, eppure gli affari iniziarono a vacillare. La CBS vendette baracca e burattini e, come succede sempre, furono proprio i burattini a farne le spese tanto che da 800 dipendenti ne rimasero un centinaio scarso. Meno male che la linea di produzione giapponese riuscì ad ammortizzare il colpo, anzi divenne proprio la linfa vitale per la Fender americana che poco dopo si tirò su con il Fender Custom Shop, nato per costruire pezzi unici come la Telecaster Thinline mancina in foam green commissionata da Elliot Easton dei Cars.

Gli anni ’90 sono stati segnati dalla produzione messicana e ancor più dalla riscoperta della Telecaster da parte dei musicisti alternativi come Graham Coxon, Frank Black, Beck, Jeff Buckley e Thom Yorke. Nel frattempo il vintage tornò a tirare più della fica e la Fender andò oltre la semplice riproduzione dei vecchi modelli cacciando dal cilindro la linea Relic, ovvero chitarre molto vissute ed invecchiate ad arte con tastiera consumata, hardware e meccaniche ossidate, ecc.

Ancora oggi, in questi tragicomici anni 00, la Telecaster tiene duro e mantiene il suo forte appeal sulle generazioni dei nuovi musicisti indie rock che strizzano l’occhio al mainstream: Alex Kapranos dei Franz Ferdinand e Kele Okereke dei Bloc Party sono soltanto la punta dell’iceberg. Insomma, come abbiamo visto parte della storia è stata già scritta ma lungi dall’essere terminata.

Frank BlackAlex Kapranos Jeff Buckley

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se come me siete rimasti affascinati da questa favola a cui manca il finale, nel volume Sei decadi di Fender Telecaster di Tony Bacon (Casale Bauer, pp. 144, Euro 35,00) troverete molti, interessanti particolari della lunga storia della Telecaster riassunta in questo articolo. Il grande formato del volume (22 x 27,5 cm) ha permesso all’autore di riprodurre fedelmente belle foto e preziosi cataloghi dell’epoca. In più le ultime pagine sono occupate da un utilissima ”Lista di riferimenti” con le informazioni su tutti i modelli di Telecaster prodotti nel mondo (USA, Giappone, Messico, ecc.) dal 1950 al 2005.

Visto che il Natale è alle porte, questo sì che sarebbe un regalo da paura per qualsiasi chitarrista e, più in generale, per qualsiasi amante del r&r. Come si dice, veniteci pensando.

 

Articolo pubblicato, sulla defunta webzine Black Milk, a fine dicembre del 2008… pezzo che mi è tornato in mente a diversi anni di distanza vedendo oggi questa foto del Master of Telecaster italiano Paolo Dondoli…

Paolo Dondoli