IL CONTRORUMORE DI THE FRESH & ONLYS

A mio avviso la band di San Francisco ha un grosso problema. Quello di fare musica sospesa in una sorta di limbo. Musica troppo leggera, troppo pop, troppo commerciale per i duri e puri ma non abbastanza leggera, pop e commerciale per l’industria discografica che conta.

In Wolf Lie Down confluiscono jangle pop epico, Americana languida, psichedelia elastica, garage rock barocco (volume su Dancing Chair, please), country folk lattiginoso, senza farsi mancare il tocco western di Becomings che è un bel pezzo morriconiano, certo, ma non mi convince più di tanto.
C’è da dire per onestà che partono carichi con una title track fatta di chitarre stratificate e quel mood da James che io ho molto amato; proseguendo con il gran bel numero One Of A Kind grondante umori West Coast e vagamente Allah-Las nella parte iniziale, con una voce così calda e avvolgente che mi ha riportato subito a Steve Kilbey degli australiani Church.

Nonostante gli amici e colleghi rumorosi Arturo Compagnoni e Diego Ballani (gente che stimo e che ne sa a pacchi) ne abbiamo scritto bene portandomi a ascoltare e riascoltare il disco più di quanto le mie orecchie avrebbero voluto, trovo Wolf Lie Down discreto ma impalpabile. Uno di quegli album che metti nel lettore cd dell’auto e ti accorgi che non sta suonando più solo quando viene interrotto da Isoradio: e non è una frase ad effetto, ché m’è successo davvero questa estate.
Dopodiché c’è da chiedersi, direi legittimamente, perché un gruppo come i Coral ha pubblicato sette album su major e loro altrettanti con etichette indipendenti.

Sì perché i Fresh & Onlys, oggi rimasti una questione a due tra Tim Cohen e Wymond Miles, nell’ultimo decennio hanno cambiato casacca spesso e volentieri pubblicando album per tutte e ribadisco tutte le etichette giuste: a partire dalla Castle Face di John Dwyer degli Oh Sees che li ha svezzati nel 2008, passando per Woodsist, Captured Tracks e In The Red, fino ad arrivare alla più modaiola Mexican Summer. Molto attivi anche sul versante singoli ed EP – ad oggi si possono contare più di 15 titoli in catalogo – che li hanno portati ad avere sul retrocopertina i loghi di Hardly Art, HoZac, Trouble In Mind, Agitated, Volar e Sacred Bones, oltre a quelli già citati e ad altri ancora più oscuri.

Al settimo album i ragazzi di San Francisco attuano l’ennesimo ribaltone (oddio, ribaltino va’…), accasandosi con la Sinderlyn, neonata etichetta dell’Omnian Music Group del newyorkese Mike Sniper: un tipo con la mani in pasta che ha creato la Captured Tracks, ha lavorato come illustratore per Black Lips, Dead Moon e Jay Reatard, nonché bizzarro musicista dietro il progetto Blank Dogs durato giusto un par d’anni e ancor prima coriaceo punk rocker alla testa di DC Snipers e dei primi LiveFastDie di quell’album eccezionale intitolato Bandana Thrash Record.

Amelie Tritesse a Roseto degli Abruzzi

Con gli Amelie Tritesse abbiamo fatto l’ultimo concerto il 21 ottobre del 2016. A poco meno di un anno di distanza ci rifacciamo vivi venerdì 1 settembre, al Lido Mediterraneo di Roseto degli Abruzzi. E se la matematica non è un’opinione questo sarà il 46esimo concerto della piccola banda nata più o meno per caso 10 anni fa.

Non era nei programmi tornare a suonare dal vivo a breve, abbiamo da poco registrato i pezzi che andranno a finire nel nostro secondo album e l’idea era quella di aspettare l’uscita per poi iniziare a fare qualche scorribanda sui palchi.

Ma all’invito dei ragazzi del MIT – Musica Inedita Teramana non potevamo dire di no. Sarà un piacere condividere il palco con gli Inutili (almeno me li vedo finalmente dal vivo per intero) e con il giovane cantautore La Nausea. Forza Teramo.

DIECI ANNI DI AMELIE TRITESSE

A maggio del 2007 è stato pubblicato il mio romanzo breve La mia band suona il (punk)rock  da Coniglio Editore. Nulla di imperdibile ma pur sempre un libretto distribuito a livello nazionale, che mi fece sentire sulle spalle la responsabilità di portarlo in giro il più possibile. Anche perché non essendo un ragazzino e conoscendo un po’ l’acquitrino nel quale mi accingevo a sbracciare, sapevo benissimo che per piazzarne qualche centinaio di copie avrei dovuto sbattermi non poco.

Però c’era un problema: le classiche presentazioni dei libri mi rompono i coglioni da morire. E intendo quelle in cui l’autore, spesso assiso su sedie di fortuna tra pseudo intellettuali fai da te, si sforza di apparire pensante con la mano sinistra poggiata sul mento in un gesto che starebbe a significare concentrazione e/o attenzione, in realtà più falso di una banconota da 7 euro.

Al che, per movimentare la faccenda, chiesi aiuto agli amici Paolo Marini e Giustino Di Gregorio. Dopo due prove in croce arrivammo a fare il primo, zoppicante reading alla Villa Comunale di Teramo. Era il 4 agosto del 2007. Sul palco con me e Paolo c’era anche l’oriundo Maximiliano Bianchi che ringrazio pubblicamente per avermi supportato nelle varie idee strampalate che gli ho proposto in questi anni.

Qualche mese dopo, esattamente il 19 gennaio 2008, suonammo al GA.Rage di Avellino in una serata indimenticabile per tanti motivi: tra questi l’esordio alla batteria di Stefano Di Gregorio che quella sera è diventato una pedina fondamentale del gruppo ribattezzato Amelie Tritesse. Nome suggestivo e suggestionabile, ne convengo, in realtà si tratta della trascrizione francesizzata della pronuncia dialettale teramana di “me li triterei”.

Da lì in poi le cose hanno preso un’altra piega. Ci siamo progressivamente (e aggiungo fortunatamente) staccati dal mio libretto e dalla modalità reading, fino a diventare un vero e proprio gruppo. Ci è capitato di suonare ovunque, non tantissimo ma ovunque. Dal pavimento del minuscolo circoletto ai palchi dei festival condividendo la strumentazione con Thurston Moore, giusto per fare un nome e tirarmela un po’.

Ridendo e scherzando sono passati 10 anni. Abbiamo fatto dei figli. Ci siamo presi delle pause. Ma non ci siamo mai persi di vista e oggi siamo ancora qui. Con Cristiano che si è unito a me, Paolo e Stefano.

Non sono mai stato bravo nei ringraziamenti perciò ho sempre preferito soprassedere. Oggi faccio una eccezione e butto giù dei nomi (neanche tanto) a caso che hanno orbitato e orbitano ancora attorno a noi: Martina, Enea, Barbara, Emanuela, Massimo Hardrock, Matteo Borgognoni, Fabrizio Pluc Di Nicola, Alessandro Dimas, Gabriele della Goodbye Boozy, i ragazzi de L’Officina, tutti quelli che si sono presi la briga di ascoltare il nostro cd-libro Cazzo ne sapete voi del rock and roll scrivendone, chi in questi anni ci ha seguito e fatto suonare persino più di una volta tipo Francesco de I Dischi del Minollo, Alessio Marianacci, Giulio di Avellino, Giorgio Di Saverio e Lorenzo Pompei, ecc.

Questo piccolo decennale lo festeggeremo entrando in studio per registrare il nostro secondo disco, tra poco più di una settimana, al Noiselab di Sergio Pomante. Magari ci rivediamo in giro dopo l’estate.

25° Festival Beat: incontri r’n’r

Foto di Tommaso Donghi

Stamane ho letto sull’internet post di diversi amici e conoscenti che onoravano il Festival Beat per il senso di comunità che si respira e per l’occasione di rivedere/incontrare persone affini e affette dalla stessa patologia: il rock and roll.

Sarò retorico e arriverò ultimo, come sempre del resto. Ma la penso così anch’io. Voglio dire che il prossimo anno tornerò a Salsomaggiore pure se richiamano sul palco le impalpabili (e con questo aggettivo sono stato molto carino, proprio un amore di ragazzino) 5.6.7.8’s. Non ho voglia, tempo ed energie sufficienti per fare un report della kermesse festivaliera. Sulla musica suonata dico solo che i Rippers hanno spaccato il culo a tutti, che gli Archie And The Bunkers mi hanno fatto venire i brividi iniziando con la cover di Sonic Reducer e che i Temporal Sluts hanno rosolato a dovere il Devil’s Den. A margine aggiungo che mi sta molto simpatico Dan Kroha, e non solo perché ha imbracciato una fantastica chitarra Billy Boy per tutto il set dei Gories. Che l’eleganza di Graham Day & The Forefathers non si discute. Che il Reverendo Beat-Man è sempre una cazzo di sicurezza. E che l’assai stiloso King Automatic ci ha una gran bella Volvo station wagon.

Foto di Maurizio Bilanceri

Siccome mi dicono che ho una memoria prodigiosa – per le cazzate, ovviamente – di seguito i nomi in ordine sparso di tutte le persone che ho avuto il piacere di rivedere o incontrare per la prima volta alla 25esima edizione del Festival Beat. Con diversi ho chiacchierato un po’ e a diversi ho stretto la mano, sempre con piacere.

Luca Frazzi e signora, Roberto Calabrò, Carlo Bordone, Diego Ballani, Tony Face, Enrico Lazzeri, Davide Zolli, Franz Barcella, Michele Bevoni, Luigi Quercetti, Beppe Capinch e famiglia, Carlo della Surfin’ Ki Records, Claudio dei Rippers, Giovanni e Michela dei Magnolia Caboose Babyshit, Stefano Toma dei Chronics, Massimo Scocca dei Lame, Pierluigi e Chicca di Hate Records/Soul Food, Andrea e Johnny della mai dimenticata Alphamonic, Daniela e Filippo dei Plutonium Baby, Giuliano e Luna di Polarville Books & Records, Marco Turci e famiglia, Peter della Slovenly Records, Mass Guidone, Massimino e Valentino dei Barsexuals, Damiano dei Bee Bee Sea e Yonic South, Tiziana, Miguel Basetta, Andrea Badii, Nicola degli Avvoltoi, Fabio/Billy Boy, Nicola e Luca Cascino (con consorti), Humbert Smendock dei Barmudas, Alessio dei Killer4, Paolo dei Wah ’77. Poi ho salutato anche un ragazzo che lo scorso anno era alla presentazione del libretto Andare in cascetta ma, ahimè, non so come si chiami (se leggi, amico, fatti sentire).

Con i prodi Jacopo e Tiziano di Area Pirata, assieme a Francesco dei Capt Crunch and The Bunch, ci ho persino condiviso un bel pranzetto a base di affettati misti e ricordi familiari legati alle salsicce spalmabili immerse nel grasso di mio nonno Oplà: altro che il Lardo di Colonnata!

Tengo per ultimi, ben sapendo che gli ultimi sono i migliori, Max Garage, Mauro “Il Sindaco”, Fiorindo, i due Davide, Gionni e il resto della compagine del vero Abruzzo r’n’r, gente sempre presente al Festival Beat, birra alla mano e via andare.

È stato un piacere infine condividere il viaggio con l’amico fraterno Gabriele della Goodbye Boozy e con sua moglie Mira.

Viva il rock and roll. Alla prossima.

Foto di Maurizio Bilanceri

 

Alti livelli

Sono profondamente teramano e da più di 15 anni ho la fortuna di lavorare nella mia città, a due passi da casa. Invecchiando tendo ad essere più ripetitivo del solito, perché invero un po’ ripetitivo lo sono sempre stato. E insomma ultimamente vado ripetendo che il vero lusso è lavorare e vivere dove si è nati. Quando il discorso va a finire da quelle parti, con l’enfasi e il cipiglio severo del vecchio stronzo, aggiungo che una società civile dovrebbe permettere ai suoi figli di trovare un impiego nella propria comunità. So di essere controtendenza e di avere una visione che i più ritengono sorpassata dagli eventi, ma la penso così. E lo dico. Per darmi un tono, potrei definirmi glocal.

Ça va sans dire che da teramano purosangue mi piace parlare il nostro splendido dialetto e sono orgoglioso di avere la possibilità di praticarlo ogni giorno. Allo stesso tempo vado pazzo per i modi di dire, per lo slang, che utilizzo sovente come tutti i miei concittadini.

Ecco, un modo di dire che quaggiù va via come il pane tra quelli della mia generazione è: “Gli piace la cocca ad alti livelli”, per indicare una persona che sente forte il richiamo del sesso femminile. Trovo questo detto di particolare interesse semantico perché porta dietro di sé un errore di fondo. Mi spiego. A chi “gli piace la cocca ad alti livelli” in realtà gli piace la cocca a tutti i livelli, non va per il sottile, prende tutto ciò che viene. E trovo questa generosità, questa apertura, questa democratizzazione della conquista femminile, sintomo di assoluta civiltà.

Non ho mai fatto parte della categoria di quelli a cui piace la cocca ad alti livelli, magari pure perché sono sempre stato pigro e un po’ snob. Però alcune cose che mi piacciono ad alti livelli della mia terra ci sono. Ne cito due, che poi sono due prodotti merceologici alla portata di tutti: l’Amaro Paesani Gran Sasso e il Marcafè. Per la cronaca non ho perso occasione di infilare questi due pilastri della teramanità nei miei racconti e nelle canzoni del mio gruppetto, gli Amelie Tritesse il cui nome, a dispetto dell’apparente francesismo, è teramano al 100%.

Tutta ‘sta pappardella per rendervi partecipi del fatto che qualche giorno fa ho acquistato alcuni biglietti di una lotteria benefica e, incredibilmente, ho vinto. Proprio oggi mi è stato consegnato il premio: uno scintillante pacco con 24 confezioni da 250 grammi di Marcafé miscela Oro. E be’, alti livelli… altro che la cocca.