Che fine ha fatto la borghesia?

CRIMINAL PARTY
La Revolution Bourgeoise
(Downbeat & Pink House)

Criminal Party - La Revolution BourgeoiseDa che mondo è mondo i gruppi si prendono e lasciano come amanti impazziti. Non è una novità. I palermitani Criminal Party del tira e molla hanno quasi fatto una cifra stilistica. Dalla metà degli anni ‘80 ad oggi hanno cambiato pelle diverse volte, provando anche a fare il grande salto.
A trent’anni esatti dagli esordi tornano con un album garage rock d’antan che si rifà, per loro stessa ammissione, al punk californiano di fine ’70. Una sorta di concept sull’impoverimento della borgesia “che non riesce più ad avere il ruolo fondamentale nella società moderna, ruolo che ha avuto sin dall’ inizio della cosiddetta era moderna a partire da subito dopo la rivoluzione francese”, come strilla la nota stampa. Un pezzo come Wasted Life, ad esempio, è dedicato “a tutti gli imprenditori, che accerchiati dalle difficoltà economiche hanno deciso di farla finita”.

Rispetto il loro messaggio, ma in tutta sincerità me ne strasbatte il cazzo. A me interessa la musica e su questa vorrei dire due parole. Tanto per iniziare che le voci femminili di Lisjac e Vicky Jam si intrecciano bene dimostrando apprezzabili capacità melodiche (Join Us!, We Hate You) senza mai svaccare. Tuttavia, da uomo grezzo e binario quale sono, ciò che più mi piace è quando spingono sull’acceleratore facendoci entrare nel gorgo di furia iconoclasta che fu di Dianne Chai degli Alley Cats, Jennifer Miro dei Nuns ed Exene Cervenka degli X, ma anche di Pauline Murray dei Penetration e della nostra Lilith degli indimenticati Not Moving.
Regista della faccenda è Fabio Vinciguerra, fondatore del gruppo e autore delle musiche e dei testi, nonché produttore del disco. Le sue chitarre pennellano colorati quadretti ritmici con ghirigori psych e spruzzate fuzz nei punti giusti, giocando bene con i vuoti delle tastiere di Francesco Amato.
Al netto di una produzione che trovo un po’ levigata con le voci troppo in evidenza e dell’originalità che ha residenza altrove, La Revolution Bourgeoise è un buon disco.

QUARANTAQUATTRO DISCHI DEL 2016

Da un paio di mesi ho compiuto 44 anni. Ergo i 44 album, o mini album, che ho ascoltato di più nel 2016: non i migliori ma quelli che mi hanno tenuto compagnia meglio, in rigoroso ordine alfabetico. Le parole stanno a zero. Cliccate sui titoli abbottati (leggasi in corsivo-grassetto) e ascoltate i pezzi. Se qualcosa vi stuzzica non esitate a comprare il disco, meglio se in vinile.

 

The Barsexuals - Black Brown and White ALLAH-LAS Calico Review (Mexican Summer)
A MINOR PLACEThe Youth Spring Anthology (Lost Without Your Love)
AVVOLTOIConfessioni di un povero imbecille (Go Down)
THE BARSEXUALSBlack Brown and White (Disco Futurissimo/Dead Music)
BIG MOUNTAIN COUNTY / LAMESplit (Annibale Records)

 

Bikes - Bikes BIKESBikes (Alien Snatch!)
DAVID BOWIEBlackstar (Sony)
THE BRADIPOS IVThe Parteno-Phonic Sound of the Bradipos Four (Goodfellas)
BRONCHODouble Vanity (Dine Alone)
BT’sBustin’ Out (King Rocker/Southpaw)

 

William S. Burroughs - Let Me Hang You WILLIAM S. BURROUGHSLet Me Hang You (Khannibalism/Ernest Jenning Record)
CAFE RACERCafé Racer (Dumpster Tapes)
CHOKE CHAINSChoke Chains (Slovenly/Black Gladiator)
THE DEVILSSin, You Sinners! (Voodoo Rhythm Records)
THE FAT WHITE FAMILYSongs for our Mothers (Without Consent/Fat Possum)

 

Inutili - Elves Red Sprites Blue Jets THE GENTLEMENTSHobo Fi (Area Pirata)
THE HANGEE VUnderwater Serenades (Teen Sound)
HIS CLANCYNESSIsolation Culture (Maple Death/Tannen)
INUTILIElves, Red Sprites, Blue Jets (Aagoo)
JACK OBLIVIAN AND THE SHEIKSThe Lone Ranger of Love (Mony)

 

The Madcaps - Hot Sauce LEATHER TOWELIV (Aarght!/HoZac)
LUCYFER SAMLucyfer Sam (Area Pirata)
LUMPY & THE DUMPERSHuff My Sack (La Vida Es Un Mus/Anti Fade)
THE MADCAPSHot Souce (Howlin’ Banana)
MEET YOUR DEATHMeet Your Death (12XU Records)

 

The Murlocs - Young Blindness MIND SPIDERS ‎- Prosthesis (Dirtnap)
THE MURLOCSYoung Blindness (Flightless)
NANCYA Nice Package (Erste Theke Tonträger)
PERSONAL AND THE PIZZASPersonal And The Pizzas (Slovenly)
THE PUKESThe Revenge of… The Pukes (Dumpster Tapes)

 

Sleeping Beauties - Sleeping Beauties RAVI SHAVIIndependent (Almost Ready)
SANTA MUERTEBig Black Sister (MiaCameretta)
SAPINSmell of a Prick (Howlin’ Banana/Beast)
SEUSSSeuss (Autoproduzione)
SLEEPING BEAUTIESSleeping Beauties (In The Red)

 

The Sueves - Change Your Life SICK THOUGHTSLast Beat of Death (Goodbye Boozy/WITS)
SORGELa guerra di domani (La Tempesta)
THE SUBURBAN HOMES… Are Bored EP (Total Punk)
THE SUEVESChange Your Life (HoZac)
TERRYHQ (Upset! The Rhythm)

 

Uranium Club - All Of Them Naturals TY SEGALLEmotional Mugger (Drag City)
TOMY & THE COUGARSThis is Porn (Surfin’ Ki)
URANIUM CLUBAll of Them Naturals (Static Shock/Fashionable Idiots)
VANITYDon’t Be Shy (Katorga Works)

SONNY VINCENT e TESTORS: New York punk heroes

Testors

Si abusa spesso di termini quali seminali e pionieristici ma in questo caso ci stanno tutti, nonostante Sonny Vincent e i suoi Testors siano inspiegabilmente assenti dalla storiografia punk newyorkese tanto da non comparire, neppure per sbaglio, nella bibbia Please Kill Me di Gillian McCain e Legs McNeil.
La prima volta che ho visto Sonny Vincent dal vivo è stato nel 2003 in quel gran bel posto che era l’Indhastria di Giulianova, di fronte a quattro gatti. Dove, per la cronaca, fece un concerto della madonna con una band altrettanto della madonna che, tanto per dire, schierava al basso un certo Ivan Julian (Voidoids e molto altro). In quella circostanza Sonny si fece quattro chiacchiere con l’amico Paolo Marini. L’intervista e una mia storia sulla sua straordinaria avventura musicale finirono su MOOD n. 11, un free press che facevamo qui a Teramo.
L’occasione per ricontattare questo eroe minore del punk a stelle e strisce mi è stata servita su un piatto d’argento dalla ristampa della raccolta Complete Recordings 1976-1979 a firma Testors Featuring Sonny Vincent. Parte di quello che state per leggere è finita nella rubrica Flashback di Rumore di febbraio 2015, il resto è roba inedita rimasta fuori per questioni di spazio.
La raccolta, pubblicata nel 2003 dalla Swami con tutto il materiale del segreto meglio nascosto del punk newyorkese del ’77, è stata ripubblicata a fine 2014 dalla tedesca Alien Snatch! su doppio LP arancione (37 pezzi) e doppio cd (41 pezzi), entrambi con copertina apribile o gatefold per chi non parla come mangia. Un manufatto discografico monumentale con 11 inediti registrati in studio nel biennio ’76-’77 che mostrano una band già matura nel tirare pugni punk e flirtare con il r’n’r di strada, non facendosi mancare ballate decadenti da pelle d’oca. I brani live fanno assaporare l’aria di quegli anni al Max’s e al CBGB’s. Il secondo disco contiene gli inediti del ’79 compresi Together e Time is Mine, i 2 pezzi che finirono sull’unico 7” del 1980.
Roba incendiaria, ieri come oggi.

La storia di Sonny Vincent ha radici antiche. Già nei primi anni ‘70, spiantato e senza fissa dimora, inizia a fare pratica con Distance, Liquid Diamonds e FURY, band ancor più sconosciute dei Testors che nella seconda metà del decennio hanno calcato i palchi prestigiosi della grande mela, come mi dice lui stesso, gentile e particolarmente loquace.

C’è stato un momento nel quale si doveva scegliere se essere una band del CBGB’s o del Max’s. Noi suonavamo in entrambi i posti, nessuna esclusività. La verità è che suonavamo ovunque riuscissimo a ottenere un ingaggio”.

L’essere così randagi e ostinati non li ha di certo aiutati. Nondimeno resta un mistero che i Testors in vita abbiano inciso un solo singolo. E pensare che Joey Ramone pare girasse con un loro nastro che tirava fuori quando gli chiedevano consigli su come suonare punk:

Non voglio dire cose negative perché al momento mi sto divertendo e sono in un buon momento, ma per rispondere alla tua domanda onestamente quando ero nei Testors avevo un odio viscerale per i meccanismi del music business, cosa che mi porto dietro ancora oggi. La gente sarebbe sorpresa se conoscesse veramente i meccanismi che aprono la strada a una band. Tra il ’75 e il ’79 il mio unico obiettivo era quello di creare musica onesta, urgente e con una integrità a prova di proiettile. Non è mio stile sputtanare le persone ma posso dirti che il bassista di uno dei principali gruppi della scena faceva sesso con il presidente di una casa discografica e pure con sua moglie. Prima di essere un bassista era un marchettaro; nonostante la sua band fosse incredibile e rivoluzionaria, firmarono un contratto discografico per questi motivi. Non abbiamo mai inviato nastri o demo alle grandi case discografiche perché rappresentavano tutto ciò che odiavamo. In realtà non abbiamo inviato alcun demo in giro e non abbiamo mai incontrato uomini d’affari che ci potessero aiutare. Il materiale completo dei Testors ristampato ora su Alien Snatch! è stato registrato per lo più nel nostro loft da Carl Cuminale, un amico del Bronx. È stato meglio così perché ero molto esigente sul suono e sull’approccio e non volevo che un produttore rovinasse tutto. I ‘ragazzi’ dei Testors stanno per lo più a New York ma non sono più attivi nella musica. Sono ancora in contatto con loro, abbiamo un buon rapporto”.

Testors Featuring Sonny Vincent "Complete Recordings 1976-1979"

La vita di Sonny è stata durissima, segnata dal Vietnam, da riformatori, droga, carceri, ospedali psichiatrici. Tuttavia, al contrario di quanto si possa pensare, ai margini del luccichio sballato che fa tanto immaginario rock:

La scena di allora era molto vivace, eccitante, popolata di persone meravigliose, ma c’era sempre un lato viscido e io ne stavo fuori. La scena ‘junkie’ la trovavo noiosa, non sono mai stato un fan di William Burroughs e odiavo il dramma che circondava tutte quelle stronzate con Johnny, Jerry e Willie; non era proprio la mia idea di ‘cool’. Nella tradizione della letteratura e del r’n’r è stato creato a tavolino un enorme immaginario di coolness, ma non era davvero cool. Anche se mi piaceva sballarmi e fare cazzate, non era il mio stile di vita quotidiano. Noi Testors eravamo molto intensi ma in un modo diverso, non consideravamo la musica come un party, per noi era una questione di vita o di morte. Ok, eravamo giovani, ma credevamo che le sorti del mondo dipendessero da noi”.

I Testors sono stati rivalutati negli anni ‘90, soprattutto in Europa, con i due 10” dati alle stampe dalla tedesca Incognito e con l’album del 1999 assemblato dalla nostra Rave Up Records nella incredibile serie American Lost Punk Rock Nuggets. Chiedo a Sonny come se lo spiega e se magari sia dovuto anche alla sua frenetica attività in quel periodo. Penso agli Shotgun Rationale nelle cui fila sono passati Bob Stinson dei Replacements, Cheetah Chrome dei Dead Boys, Greg Norton degli Hüsker Dü, Spencer P. Jones dei Beasts Of Bourbon, Chris Romanelli dei Plasmatics, ecc. Alla sua lunga collaborazione con Moe Tucker, o all’album Pure Filth a nome Sonny Vincent & His Rat Race Choir, ovvero il supergruppo con Cheetah Chrome, Captain Sensible dei Damned, Scott Asheton degli Stooges e Scott Morgan della Sonic’s Rendezvous Band.

Non saprei, sinceramente. Eravamo incasinati in un sacco di storie, non avevamo un album, tantomeno una promozione adeguata, ma devo anche ammettere che parte della responsabilità è stata mia: ero un selvaggio, niente affatto interessato ad avere a che fare con contratti e avvocati. Detto questo, in tutta onestà, ho sempre saputo che un giorno i Testors sarebbero stati rivalutati. Sentivo che prima o poi il nostro lavoro sarebbe stato apprezzato senza il clamore e la pubblicità. Sono molto soddisfatto del fatto che le persone ci hanno scoperto ora e posso dirti che è esattamente come dovrebbe essere! Non potrò mai avere degli incubi tipo ‘Oh se solo non avessimo dato ascolto a quel fottuto produttore o a quel cazzo di manager’. La musica dei Testors è cruda e meravigliosa, e sarà così per sempre”.

Una vita quella di Sonny vissuta in strada dall’età di 13 anni, solo per la musica che lo ha portato a collaborare con un’infinità di leggende del rock. Oltre alle già citate aggiungerei Sterling Morrison, Richard Hell, Jim O’Rourke, Thurston Moore, Ron Asheton e Jimmy Page. Ma su chi sia stato il migliore musicista con cui abbia suonato e quale la miglior band dell’epoca del Max’s del CBGB’s mi dà una risposta che non mi aspetto. O forse sì, a pensarci bene:

Bobby Stinson. Una persona complessa, un folle pieno di sensibilità che un giorno mi disse sarebbe morto la musica. Gli volevo bene, mi manca davvero tanto… sulla miglior band non ho alcun dubbio: i Suicide di Alan Vega e Marty Rev”.

A 60 anni suonati Sonny Vincent, il cui vero nome è Robert Ventura, macina ancora grandioso r’n’r con la sua fedele Les Paul a tracolla. L‘album Cyanide Consommé pubblicato nel 2014 su Big Neck è una bomba. Non sono da meno gli album-raccolta del 2015 Plutonium Dreams e Psycho Serenades. In quest’ultimo “infila 14 serenate psicotiche, pescate per lo più dal passato, che sbranano tanti giovinastri pim-pum-punk dei giorni nostri. Per tirare una bella linea basterebbe l’apertura magniloquente affidata alla ballata elettrica Black Sea, anthemica al cubo”, come ho scritto nella recensione pubblicata su Rumore #284.

Sonny Vincent con il nipote Cayden

Nel concludere vi vorrei invitare a una buona azione. Un azione più punk di quanto si possa pensare. Un anno fa, esattamente il 2 gennaio 2016, un esplosione di gas ha provocato un tremendo incendio che ha sconvolto per sempre le vite del figlio di Sonny Vincent, Robert, di sua moglie Sarah e del piccolo Cayden di appena 9 anni. I tre sono rimasti pesantemente ustionati e hanno perso tutto quello che avevano. La buona azione è contribuire alla raccolta fondi per le loro cure mediche attraverso questo indirizzo: https://www.gofundme.com/xnvynbcc oppure versare ciò che potete tramite PayPal all’indirizzo e-mail: sonnyvincentpersonalmail@gmail.com. Che il rock and roll vi abbia in gloria.

Casa dei miei, una telefonata, i Temporal Sluts

Avevo passato una grande estate. Un’estate di Cazzaniga e di bagordi seri che non mi davano il tempo di pensare al futuro… futuro che a quel tempo mi illudevo potesse sorridere a quelli come noi, citando una canzone dei Diaframma che sarebbe uscita di lì a qualche anno. Dopo l’estate con il cervello a folle del 1998, ero tornato a vivere a casa dei miei. Nella casa dove ero nato. Il 30 ottobre avrei compiuto 26 anni.

Un bel pomeriggio alzo la cornetta del telefono fisso, digito il prefisso 06 e chiamo la Hate Records. Mi risponde Pierluigi Bella. È gentile e serio, qualità che apprezzo in egual misura negli esseri umani. Gli ordino due produzioni della sua etichetta: il 33 giri appena dato alle stampe della compilation First Italian Punk Contest e il 10” A Touching Date che vede su un lato gli italiani Temporal Sluts, sull’altro i californiani The Humpers di cui ho già i 7” Space Station Love e Sarcasmatron.

Quei dischi li consumo, letteralmente. La compilation mi fa andare fuori di testa soprattutto per Bingo, Thee S.T.P., Two Bo’s Maniacs, Temporal Sluts e per la meteora giocosa Punk al Muro di cui canticchio senza sosta l’inno situazionista-fancazzista O’ Cafè. Ne scrivo su un free press della mia città. E quella sarà la prima recensione della mia vita.
Quei dischi mi (ri)aprono un mondo. Sto parlando del garage punk lo-fi spinto allora dalla fondamentale rivista rumorosa diretta da Luca Frazzi, Bassa Fedeltà, e da una manciata di zine tra cui l’altrettanto fondamentale Hate del già citato Pierluigi e della sua compagna Chicca.

Pierluigi e Chicca Hate Records - Mick Collins - Two Bo's Maniacs

I Temporal Sluts non mi escono più dalla testa. A spizzichi e bocconi i comaschi continuano a incidere 7”, split, EP, senza mai dare alle stampe un album vero e proprio. In realtà un mezzo album lo avevano pubblicato nel 1996, agli esordi, il 10” Bad News Never Come Alone che contiene 7 pezzi tra cui l’inno Mafia Boys. Il vinile non l’avevo mai ascoltato fino ad un paio d’anni fa quando mi è stato gentilmente regalato dall’ex chitarrista del gruppo Marco Perroni/Rufoism, oggi apprezzato pittore nonché chitarrista dei Boozers di Bologna, città nella quale vive e lavora da diversi anni.

Rufoism (Marco Perroni) - Il gioco del pollo, 2008

Da quell’estate del ’98 sono passati 18 anni.
Io mi diverto ancora a scrivere di musica, cosa che faccio regolarmente e se la matematica non è un’opinione sono diventato una scribacchino rock maggiorenne.
Sono tornato a casa dei miei dove ora vivo con due splendide donne.
I miei sono diventati il mio: ovvero mio padre ché la terza splendida donna della mia vita se n’è andata troppo presto, pace all’anima sua.
Qualche mese fa i Temporal Sluts hanno finalmente pubblicato il loro primo, vero album Modern Slavery Protocol su Area Pirata, etichetta che non mi stancherò mai di ringraziare per quello che ha fatto al r’n’r italiano negli ultimi 15 anni e che sta continuando a fare.

Temporal Sluts - Modern Slavery Protocol (2016)

Un disco senza fronzoli. Teso, secco, duro come la pertica della palestra Mazzini dove sgambettavo al liceo, con nessuno dei 10 pezzi che supera i tre minuti, viva dio. Ignoranza e melodia punk’n’roll si fanno lo sgambetto: cadono, si rialzano e poi tornano a correre più veloci di prima. La voce di Rob Slut non perde un colpo, si abbenda e moccica di default. C’è l’imbarazzo della scelta. Fractured Mantra, il rock’n’roll rauco e un po’ lascivo Rum Dark Room, il basso imponente che gonfia di groove il punk terso MSP, il drago a tre teste con le gambe di Usain Bolt Liquid Fever.
Peraltro coi Temporal Sluts ora ci suona la chitarra anche Miguel Basetta, ottimo giornalista musicale che prima di entrare negli stadi batteva i campetti di periferia mostrando già una certa classe. Mi riferisco alla gran bella fanzine Oriental Beat.

Festival Beat 2016, un racconto di famiglia

L’entusiasmante esperienza del 2015 (di cui ho scritto su rumoremag.com) mi ha convinto a tornare al Festival Beat. Lo scorso anno mi ero sentito in famiglia quindi ‘sta volta ho deciso di tornarci con la mia vera famiglia, Barbara e Martina: una grande moglie e una piccola-grande figlia. Ci portiamo dietro anche il figlioletto adottivo Andare in cascetta per presentarlo in società.

VENERDI 1 LUGLIO

Neanche il tempo di varcare la soglia dell’Hotel Regina che alle 14:00 Martina già freme per andare in piscina. La accontentiamo subito, faccio giusto un salto in camera e m’infilo sotto la doccia ché con 500 Km sul groppone puzzo come un capriolo del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

Circa tre ore dopo, nuovamente docciato (alla faccia di chi ritiene che i punk siano dei zezzoni), incontro il cattivo maestro e amico Luca Frazzi. È sempre un piacere rivedere le persone che stimo, e tra queste Luca è sul podio. La stima nei suoi confronti accresce ancor più quando mi confessa qual è l’esplosivo lavoro che svolge ora. Insieme intratteniamo gli astanti del Cafè Desiree parlando di rock and roll di carta. Io della raccolta di microracconti Andare in cascetta che ho curato e (auto)prodotto assieme al compagno Maximiliano Bianchi. Lui di Sottoterra, la rock zine che dirige è che di fatto è il secondo lavoro esplosivo di Luca in questo periodo della sua vita.

Manuel Graziani, Luca Frazzi

La presentazione a braccio, estemporanea, va oltre le mie aspettative. Mi rassicura la presenza della delegazione del vero Abruzzo garage-punk composta dagli amici di bagordi e r’n’r Max Garage, Il Sindaco, Fiorindo e i due Davide. Vedo le persone sorridere. E sorrido anch’io sotto i Rayban da sole graduati che mi fanno assumere le sembianze della cieca di Sorrento. Alla fine delle chiacchiere stringo mani a brava gente che si mette una mano sul cuore e l’altra sul portafogli comprando il libretto: la tenera Tiziana, Fabio Avaro, Moreno de Gli Avvoltoi, Tony Borlotti (senza i suoi Flauers), i grandi Bradipos IV e quella che ho ribattezzato la donna cannone, una corpulenta anziana che acquista anche la cassetta allegata dicendomi che è per suo nipote, un musicista serio che suona con De Gregori.

Un paio di aperitivi e arriviamo al Devil’s Den Pub dove i Cut hanno appena finito il loro set che mi dicono essere stato una martellata sulle gengive. Non ho alcun dubbio, ché stiamo parlando di uno dei migliori gruppi r’n’r italiani, devastanti dal vivo. Saluto l’amico Ferruccio e mi scuso per non esser riuscito a passare prima.

Dopo poco siamo nell’area concerti di Ponte Ghiara assieme a Marco Turci (The Chronics, Monogawa Dj Crew, ecc.) e alla sua splendida famiglia. Con i braccialetti gialli stretti al polso saltiamo la fila per la gioia gonfia di orgoglio dei nostri figli illusi di avere dei padri che contano. In realtà, non me ne voglia Marco, entrambi contiamo come il due di coppe quando comanda bastoni.

Io e mia figlia Martina ci mangiamo un hot dog vegano. Ci piace. Ci abbracciamo. Ridiamo. Nel frattempo sale sul palco Rolando Bruno che esteticamente è un incrocio tra Ramón Díaz e Calcutta. L’argentino è proprio “un simpatico pazzoide” come dice il libretto del Festival. Indossa un gran bella camicia e imbraccia una ancor più bella chitarra. Ci dà di fuzz, garage, cumbia, tropicalismo, simpatia e un pizzico di rabbia.

Los Retrovisores, foto di Serena Groppelli

Los Retrovisores, foto di Serena Groppelli

Poi tocca agli spagnoli Los Retrovisores, un’allegra banda con tanto di sezione fiati calata dalla testa ai piedi nei Sixties del beat e del r&b più ballerino. Sono dichiaratamente i figli illegittimi di Emilio Baldoví Menéndez, meglio noto come Bruno Lomas, il che in tutta sincerità non mi fa né caldo né freddo. Durante il loro frizzante concerto, agevolato dalla presenza al mixer di Mike Mariconda, mia figlia raggiunge il gazebo dei bimbi dove colora e fa dei lavoretti artigianali. Io e Barbara andiamo sotto il palco e battiamo il piedino a ritmo. La mia signora ha su una tutina a righe che fa pendant con le magliette da marinai Bretoni indossate dagli spagnoli. Il set è gradevole, i ragazzi sono bravi, ci stanno dentro. Sul finire del live, Martina ci raggiunge trotterellando. Con dei bicchieri di carta riciclati, degli stecchini e dei semi ha costruito due maracas. Me le agita sotto il naso tutta contenta. La bacio e le do la buonanotte. Le mie donne se ne tornano in hotel e mi lasciano solo per i due ultimi attesissimi concerti.

L’impatto degli Strollers è ottimo. Di che se ne possa pensare non sono un grande amante del garage canonico, il Farfisa alla lunga mi rompe la minchia, tuttavia devo ammettere che per un attimo torno indietro di 15 anni e rivivo la magia di Falling Right Down! e Captain Of My Ship. Nei primi due-tre pezzi gli svedesi spaccano il culo ai passeri, ma poi si perdono. Ad essere impietosi direi che partono a razzo e finiscono a cazzo. Invero non è proprio così, buttano via la parte centrale e “sbagliano” scaletta. Il problema non è tecnico ma tattico. La pensa più o meno come me anche Claudio Sorge col quale scambio quattro chiacchiere proprio mentre i vecchi ragazzi di Örebro calcano le tavole di Ponte Ghiara. Qui tocca aprire una piccola parentesi: Claudio sarà sempre il “mio direttore”. È stato un piacere conoscerlo di persona visto che, incredibilmente, non ci eravamo mai incontrati prima. Che dire… magie del Festival Beat.

Siamo al gran finale. Gli Allah-Las entrano in scena alla chetichella, quasi in punta di piedi. La loro non è insicurezza ma tranquillità. Sono polleggiatissimi, come direbbero a San Giovanni in Persiceto. Uno stato che mantengono per tutto il concerto e che trasferiscono al pubblico. Almeno io lo percepisco così e mi fa stare bene. Al netto dei rimandi ai Love e a quel mondo lì, il Sixties sound sabbioso dei cinque losangelini è attuale come pochi nella sua perfetta linearità. Roba da tramonto autunnale in spiaggia, seduti sulla sabbia umida a viaggiare con la mente. Quando nel 2012 uscì il primo album omonimo non li compresi sino in fondo. Con Worship The Sun di due anni dopo mi hanno rapito. Stasera mi hanno definitivamente fatto prigioniero. Il cantante e chitarrista ritmico Miles Michaud è la serenità fatta persona, mi piace la sua voce e ha un carisma serafico. Il bassista Spencer Dunham è un tutt’uno col suo Mustang. Il batterista Matthew Correia nel bis infila le maracas e si piazza di fronte al microfono chiudendo in scioltezza il set che mi gusto sino in fondo prima di andare a dormire contento e oltremodo rilassato.

Allah-Las, foto di Serena Groppelli

Allah-Las, foto di Serena Groppelli

SABATO 2 LUGLIO

Scendiamo in strada alla buon’ora agghindati come una famigliola friulana il primo giorno di ferie sulla riviera romagnola. Ci manca solo il materassino gonfiabile della Nivea a forma di saponetta. L’unica differenza sta nell’abbronzatura, d’altronde noi siamo gente di mare che se ne va dove gli pare. Poco dopo le 9:00 arriviamo alla Piscina Leoni e tocca aspettare per buttarci in acqua perché i bagnini non sono ancora al lavoro. Prendiamo sole. Tanto sole. Troppo sole. Ad un certo punto, stordito dalla canicola, mi ritrovo a mollo nella piscinetta dei bambini con Ferruccio dei Cut e Mass dei Female Troubles. La presenza al Festival di Kid Congo Powers ci fa discorrere amabilmente di Cramps, Gun Club e compagnia rantolante, nonostante il principio d’insolazione.

Pranziamo sotto l’ombrellone. Per lasciare ombra alle mie donne, la parte destra della mia zona dorsale rimane alla mercé di Helios. Il dio del sole si accanisce. Me ne accorgo quando rientriamo in hotel attorno alle 17:00. Dallo specchio vedo riflessa una striatura incandescente, praticamente il lampo rosso e blu di Aladdin Sane trapiantato sulla mia schiena.

Giretto in città e spritz defaticante sono d’obbligo in attesa della partita degli Europei Italia-Germania che decidiamo di seguire al Festival. Nel bel mezzo dell’aperitivo vedo Giuliano e Luna della libreria-negozio di dischi Polarville di L’Aquila che inforcano delle belle biciclette color crema: loro due ci hanno capito tutto della vita. Rientrati in hotel prendiamo l’ascensore assieme a Lutz Raeuber della Soundflat. Per rompere il ghiaccio biascico in inglese maccheronico qualcosa sull’imminente match. Lutz mi risponde una cosa tipo “se vinciamo ok, altrimenti siamo felici lo stesso… siamo al Festival Beat!”

La partita sta per iniziare. Come entriamo nell’area festival allungo una copia di Andare in cascetta al patron Gianni Fuso Nerini, che ringrazio per l’ospitalità, e punto il furgoncino vegano dove c’è già una discreta fila. Barbara e Martina vanno a prendere posto vicino al maxischermo.

Elli De Mon, foto di Serena Groppelli

Elli De Mon, foto di Serena Groppelli

È una serata strana, per ovvie ragioni. C’è chi non si schioda dalla partita e chi come me, invece, fa spasmodicamente avanti e indietro tra il palco e il maxischermo. Mia figlia rimane ipnotizzata da Elli De Mon e dal suo gambaletto a sonagli. Guadagna la transenna, ci si piazza sopra e si gusta il breve concerto di una delle migliori one woman band europee. Elisa conferma dal vivo ciò che ho apprezzato nei suoi dischi e ancora prima in quelli delle Almandino Quite DeLuxe. La preferisco quando lambisce le rive del Mississippi piuttosto che quando va in pellegrinaggio sul Gange, ma sono gusti.

I Sick Rose  salgono con una carica spaventosa. Alla fine del primo pezzo l’atletico Luca Re è già tra la gente sotto il palco. Spiace davvero per la concomitanza con la partita perché i torinesi sono a mille e chi è inchiodato di fronte allo schermo si sta perdendo un gran concerto. Stasera stanno celebrando al meglio il trentennale di Faces, il loro esordio da poco ristampato in una bella edizione in vinile che faccio mia all’istante. L’attitudine della Rosa Malata è da incorniciare, il suono è “voluminoso” da grande band quale sono. Come mi fa notare Max Garage, Luca Re ha una voce migliore di quando era giovane e capellone. Mia figlia non ce la fa più per la stanchezza. D’altronde ha solo 7 anni, ascolta i Big Time Rush e ha già resistito abbastanza. Prima di lasciarle andare dico a mia moglie che quei tipi sul palco sono gli autori di Barbara: 10 anni fa ho piazzato nella home page di questo blog i versi “Barbara / Don’t tell me not to fall in love / No matter what you do or say / I’m gonna love you anyway”. Barbara mi bacia. E ci mancherebbe altro.

The Sick Rose, foto di Serena Groppelli

The Sick Rose, foto di Serena Groppelli

La partita va per le lunghe e io continuo a fare su e giù dal palco al maxischermo. Prima che Kid Congo and The Pink Monkey Birds attacchino a suonare passo al banchetto di Sottoterra. Saluto il megadirettore e Joe Fuzz, rivedo Luca Orzi e Sara, scambio due chiacchiere con Lorenzo Belli Capelli. Su Kid Congo è doverosa una premessa: nell’estate del 1990 mi stesero una compilation che conteneva La Historia De Un Amour, pezzo tratto da un EP che penso sia la sua prima uscita solista. Il tipo che mi fece la cassetta aggiunse che Kid era stato il chitarrista dei Gun Club e dei Cramps e che da un po’ stava suonando con Nick Cave. Questo per dire che Brian Tristan (questo il suo vero nome) lo considero un po’ come uno di famiglia.

Il 57enne è elegantissimo nel suo completo a righe avana con tanto di copricapo da Giovani Marmotte. Che sia in serata lo si capisce da come si muove e dalle pillole d’amore che dispensa al pubblico. Purtroppo me lo vedo a spizzichi e bocconi per via dei tempi supplementari e dei rigori. Ma quello a cui assisto è SPETTACOLARE. Il miglior concerto del Festival. Il gruppo è una macchina da guerra con un batterista mostruoso. Kid un entertainer di primissimo livello. Partito dalla spiaggia di Venice Beach e transitato dai cessi luridi del CBGB, oggi è un sardonico soul man delle catacombe, il punto di congiunzione tra Screamin’ Jay Hawkins e Jonathan Richman. E non saprei formulare complimento migliore. Chiude con una versione nostalgica di Sex Beat che mi fa venire brividi pesanti. Guardandomi attorno noto di non essere il solo.

Kid Congo and The Pink Monkey Birds, foto di Serena Groppelli

Kid Congo and The Pink Monkey Birds, foto di Serena Groppelli

I rigori ci puniscono e così la massa pallonara, di cui sono parte, si riversa ammutolita sotto il palco. I Nomads non fanno nulla per tirarci su il morale, spiace davvero dirlo. I vecchi eroi del garage rock scandinavo, in sella da 35 anni tondi tondi, stasera sono spompati. Mi impegno a farmi piacere il set, ma non ce la faccio a mentire a me stesso e dopo 4-5 pezzi mollo l’osso. Ne approfitto per dare un’occhiata tra i banchetti di vinile. Le cose più interessanti a prezzi migliori si trovano da Area Pirata. Mi fermo a chiacchierare con Jacopo e Tiziano, i boss dell’etichetta, da cui scrocco per me e Ferruccio/Cut un passaggio in hotel. Prima di andar via incrocio Fausto e Piera, ovvero Jungle e She Hellcat dei Killer Klown, che stanno di fretta. Scambiamo 2-parole-2, giusto il tempo di dire a Fausto che col supergruppo Lucyfer Sam hanno tirato giù un album della madonna, guarda caso con su impresso il logo di Area Pirata.

PS: è stato un gran bel week-end. Durante il viaggio di ritorno Barbara e Martina mi hanno detto che si sono divertite assai e che il prossimo anno vogliono tornare. “Magari una settimana intera” ha aggiunto mia figlia, “così andiamo alle terme e in piscina tutti i giorni”.

Amo le mie donne. E amo anche il Festival Beat.

Le bellissime foto dei gruppi che vedete sono di Serena Groppelli (dalla pagina Facebook del Festival Beat)