che statista!


THE HEX DISPENSERS
Winchester Mystery House
Alien Snatch!/Douchemaster
Tornano gli Hex Dispensers il cui album omonimo del 2007 mi aveva fatto gridare al miracolo. E, nonostante abbia poca voce, mi è toccato gridare di nuovo. Il barbuto Alex Cuervo – un tizio che ha militato in eccezionali band come Blacktop, King Sound Quartet, Feast Of Snakes, The Now Time Delegation, This Damn Town, ecc. – e i suoi sodali ne sanno una più del diavolo.
Questi misconosciuti eroi della prolifica scena di Austin fanno suonare le chitarre come pochi nel panorama “punk” odierno, riuscendo ad infilare massicce dosi di melodia agrodolce nella torbida oscurità delle tenebre. Power pop, punk, garage, r’n’r e dark wave gareggiano a chi fa il rimbalzo più alto, se capite cosa intendo.
Il poster dei Ramones appeso nella parete di destra, quello dei Misfits nella parete di sinistra, mentre loro sfondano a testate il cemento armato nel centro. Inutile citare un pezzo piuttosto che un altro. Qui dentro ci sono 12-hit-12 dal potenziale davvero enorme, compresa la cover innervata dei Devo, Gates of Steel, che chiude col botto, a mo’ di fuoco d’artificio al termine di una festa di paese.
Winchester Mystery House è un disco che non fa rifiatare: provate ad ascoltarlo in apnea, se ci riuscite.
La recensione di questo disco, finito dritto dritto nella mia playlist dell’anno, è stata pubblicata su RUMORE di dicembre 2009.
Per i James mi c’intrippai nell’88-89… impazzivo per il loro primo album Stutter, soprattutto per un pezzo intitolato Scarecrow… ma non riesco a trovarne traccia… accontentiamoci di So Many Ways va’…
… non ci credo

…le canzoni più ascoltate da quel jukebox durante le feste
THE REAL KIDS All Kindsa Girls
BRENTON WOOD Gimme A Little Sign
FRED BUSCAGLIONE Giacomino
THE RUBINOOS I Wanna Be Your Boyfriend
THOMAS FUNCTION Relentless Machines
IVAN GRAZIANI Angelina
THE DICTATORS 16 Forever
ADRIANO CELENTANO Auli’ Ule’
PIPPO FRANCO Mi scappa la pipì, papà
THE BEATLES Paperback Writer
TONY FACE BIG ROLL BAND
Old Soul Rebel
(Area Pirata)
In questo bel digipack c’è la summa di una carriera così onesta da rimanere sempre ai margini. Antonio Bacciocchi da Piacenza, meglio noto come Tony Face, è un signore dal gran gusto e una mente aperta come le cosce delle amichette di Papi. In 30 anni di militanza underground ha attraversato, animato e contribuito a far emergere nel Belpaese gran parte delle subculture musicali: Hc/punk coi Chelsea Hotel, garage’n’roll coi Not Moving, blues-folk con la consorte Lilith fino al beat-r&b-lounge dei Link Quartet che lo hanno riportato al suo primo amore per il modernariato. Oggi, sulla soglia del mezzo secolo di vita, ha deciso di dare una grande festa con gli amici e gli ispiratori di una vita: gente di Long Tall Shorty, Kina, Purple Hearts, Prisoners, Sick Rose, Statuto, ecc. Un festone, non un festino, con musica della madonna che va dai Beatles a Sly Stone, dai Ray Charles a Gil Scott Heron, dalle Ikettes alle Supremes. Non nego di essermi emozionato ascoltando Visionary degli Hüsker Dü cantata da Sergio Milani e quel garagione di Abba dei Paragons affidata all’ugola di Luca Re. La versione electro-minimal-free della stranota These Boots Are Made For Walking, interpretata con pathos inarrivabile da Lilith (Nick Cave le fa una pippa!) mi ha fatto quasi scendere una lacrimuccia. Starò invecchiando?
Questa recensione – con un bel 8 a corollario – è stata pubblicata su RUMORE di novembre 2009, il disco è anche finito nella mia Playlist annuale. Old Soul Rebel è davvero il cadeaux perfetto per natale, con le debite differenze mi ha fatto pensare a Have A Little Faith dei Bellrays che proprio stamane ho messo su per il risveglio della piccola Martina (si fa quel che si può per cercare di far crescere bene i figli!). Se tenete sul serio a qualcuno per natale vi invito a fare la doppietta e aggiungere l’ultimo libro di Tony Mod Generations (NDA Press, pp. 160, € 14,50). Io non l’ho ancora letto – aspetto che spunti nella mia cassetta postale, sempre che il Rockfort me l’abbia spedito – e sono piuttosto ansioso di farlo.
PS: il libro mi è arrivato il 23 ed è stato un gran bel regalo… lo sto già divorando!
Difficile mantenersi in equilibrio. Sempre e comunque. Persino nelle letture, che da qualche anno frequento per dovere e non solo per piacere. Ma questa estate, piena e bizzarra, ho accantonato un attimo le letture “per dovere” e ho recuperato con piacere due libri “persi” che ho letto intensamente, seppur a spizzichi e bocconi (ovvero durante le pennichelle di mia figlia Martina).
A farmi optare immediatamente, appena ho messo piede in libreria, per L’inattesa piega degli eventi di Enrico Brizzi è stata la gran bella edizione economica (Baldini Castoldi Dalai, pp. 514, euro 9,90), il resto l’ha fatto il ritrovato amore per lo scrittore bolognese, di nuovo tra i miei amici di comodino con il libercolo La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco nell’ottima collana Contromano di Laterza. Dell’ultimo, maestoso romanzo di Brizzi ciò che mi ha colpito di più è stata l’affascinante lentezza tutta africana, d’altronde non poteva essere altrimenti. E poi tutto quel sole, per niente umido, che illumina le pagine. La storia (in)credibile del campionato di calcio dell’Africa Orientale vista con gli occhi di un giornalista fighetto messo in punizione è affascinante soprattutto per i nostalgici del calcio di una volta e/o di quello di periferia. Bello. Mi si è tirato dietro. Però, fossi stato l’editor, un centinaio di pagine iniziali le avrei cassate. Scommetto tutto quello che ho che il personaggio di Ermes Cumani è ispirato al grande Gianfranco Zigoni. L’imponente Aregai, invece, me lo immagino come un mix tra Socrates e Junior.
Non avevo capito niente di Diego De Silva l’ho preso, invece, per tre motivi: 1) dello scrittore napoletano non avevo letto nulla ed erano anni che volevo colmare questo vuoto 2) sapevo che questo era il suo unico romanzo friccicarello e d’estate ci stava proprio bene 3) con moglie e figlia siamo andati alla sua presentazione e quindi pareva brutto non acquistare il libro.
Premesso che anche questo romanzo è sceso giù come una cedrata Tassoni, che De Silva è indubbiamente “uno scrittore vero” e che lui è stato pure simpatico quando gli ho chiesto di vergare la seconda di copertina per mia figlia, be’ devo dire che Non avevo capito niente mi è sembrato un tantino pretenzioso, un grande (e sicuramente ben fatto) esercizio di stile. Mi ha dato l’impressione che De Silva si sia fatto prendere un po’ troppo la mano. Si sia cioè divertito ad allungare il brodino per il suo intimo piacere, sbracando qua e là. Ma se sta bene a lui – e pare pure ai suoi lettori visto che ha venduto 100.000 copie – va bene così.
PS: che mo’ di Brizzi mi toccherà leggere pure La nostra guerra, prequel de L’inattesa piega degli eventi!
COMETA FEVER
Dead Light
(What The…? Records)
Appena si mette su l’EP 12”, registrato su un solo lato, dei Cometa Fever la mente vola a Jesus & Mary Chain e My Bloody Valentine. Alberto e Monica, stretti nelle loro t-shirt nere, si dividono tra Berlino e la costa abruzzese, hanno capelli scompigliati, sono giovani, carini e probabilmente disoccupati. E come tanti (troppi?) gruppi continuano a guardarsi la punta delle scarpe, ma non per vedere se hanno pestato qualche merda. Il loro esordio è un arcobaleno crepuscolare di shoegaze, il nuovo shitgaze c’entra poco o nulla. Dietro la marzialità della batteria elettronica e l’immancabile feedback si annidano i germi di una pianta che sta venendo su bene, come ci dimostrano la sbieca melodia di Fever 3 e Neon, Baby, la liturgia pagana Black e la sirena che sguazza famelica nell’acquario lisergico della title track. Un piccolo-grande disco, prodotto da una piccola-grande label di Cincinnati.
Ho messo su con gran piacere questa breve recensione pubblicata su Rumore di novembre 2009 perché i Cometa Fever sono la dimostrazione che quaggiù da noi ancora si muove qualcosa nonostante la dilagante piaga delle fottute cover band.